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“La vita in tempo di pace” di Francesco Pecoraro

Francesco Pecoraro, La vita in tempo di pace«Ma osservava il proprio fallimento come dall’esterno, con strana indifferenza, si diceva che in fondo lui era un artifex, si diceva di non essere un combattente e, non sapendo/volendo combattere, era stato sopraffatto dalle circostanze…Eppure…Cos’altro erano state, le «circostanze», se non gli altri?»

***

Il racconto storico può prodursi anche attraverso la narrazione di vicende individuali, microstorie archetipiche che si protendono, nella loro precaria stabilità, verso l’universale. È in questo modo che l’ingegner Ivo Brandani si fa testimone e portavoce dell’Italia degli anni del dopoguerra, la sua memoria privata diventa memoria collettiva, facendo rapsodicamente la spola tra l’esistente e il contingente.
Sotto la lente del microscopio ci sono la società contemporanea e i suoi conflitti intestini, le perplessità, i contrasti, le ambiguità paradigmatiche di un’epoca di transizione più che di vera e propria pace, in cui sicurezza e altri principi razionali sono stati sostituiti, nello scarto tra una generazione e l’altra, dagli ideali moderni di autorealizzazione e autodeterminazione, con i deleteri esiti che ne sono derivati nella sfera personale, sociale e quindi storica per chi, come Ivo, al contrario, pur provandoci, non è riuscito ad integrarsi, ad allinearsi, ad essere «come loro».
Ivo appare, dunque, come l’emblema dell’illuso trasformato in escluso, dell’uomo qualunque che naviga un po’ alla cieca in questo tempo desolato e corrotto dal «Buco di Bomba» più fondo del nero che dovrebbe simboleggiare, per assurdo, il tempo di pace.

In una lunghissima e apatica attesa all’aeroporto di Sharm el-Sheik, il 29 maggio 2015 – spazio temporale che rappresenta il confine tra vita vissuta e vita mancata – in attesa di un volo dell’Egypt Air, il sessantanovenne ingegner Brandani, cui è stato affidato il compito di ri-costruire una barriera corallina artificiale in sostituzione di quella vera ormai devastata, rimesta nella sua coscienza ma senza prendere possesso della propria esperienza, piuttosto subendo l’arbitrarietà del destino che in un luogo e in un tempo circoscritti lo costringono a revisionare il conscio e l’inconscio, dal più banale incidente di percorso alle passioni più forti, in una continuo slittamento di piani temporali, emotivi, viscerali; un lungo sdoppiarsi al di là e al di qua del «tempo di pace», tra materialità (il Rail Bridge) e dissolvenze filosofiche.

Il carattere testimoniale e immaginifico di questo romanzo ci trasmette il senso di una natura umana sofferente e insofferente, di traiettorie difficili da correggere, specie quando sul loro percorso, proprio come sul percorso di Ivo, si incrociano strade disseminate di ferite, di delusioni, di rapporti ottusi e relazioni in costante disfacimento o prive di reciprocità.

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Francesco PecoraroDate queste premesse, nel «tempo di pace» non è possibile amare né condividere alcunché, perché nello stare insieme si cela sempre un’insidia, un qualcosa di rischioso, eventi, responsabilità, scelte, azioni emanate da quel «buco di bomba» invisibile e mai colmato. L’unica condizione amaramente accettabile è l’avvolgente solitudine del protagonista, incapace di mantenere la promessa di cambiare la propria esistenza, che solo con se stesso narra la propria storia dividendosi – formidabile soluzione estetica – tra prima, seconda e terza persona, con il narratore che si espone, sovrappone e spesso oppone al narratario: il narrante, invece, è sempre lo stesso Ivo Brandani che analizza i diversi ordini del conflitto cambiando continuamente punto di vista, veicolando una produttiva dialettica narrativa, una raffinata pluralità in grado di donare alla lingua sfumature precipue quanto peculiari che nulla tolgono e molto, all’opposto, aggiungono, ad un’ispirazione rigogliosa e allo stesso tempo accorta e complessa, spesso arricchita da contaminazioni surreali.
Impossibile inoltre non rilevare il valore metaforico di alcune scelte lessicali: “Padre”, “Madre”…, soprattutto, quel “Città di Dio”, meta finale del viaggio, spazio monumentale ma senz’anima, con la sua natura ambigua, luogo ostile e dispersivo, nel quale i legami umani appaiono come dissolti dalle sue luci abbacinanti, oppure sepolti sotto le geometrie stratificate della sua architettura.

Figlio legittimo della grande stagione del romanzo italiano della prima metà del Novecento (Svevo, Gadda, attraversando Calvino), questo lavoro di Pecoraro (Ponte alle Grazie, 2013) non pretende certo di presentarsi ai lettori come un romanzo facile da metabolizzare; loico, meticoloso, rigoroso, può essere letto in modi diversi e dunque è doveroso che il lettore vi dedichi tempo e cura per risolverne pienamente lo sviluppo, ma una volta penetrata la pagina è altrettanto difficile staccarsene senza il sentimento di una zona d’ombra in questo nostro supposto «tempo di pace», in cui l’individuo in guerra con se stesso e col mondo che lo avviluppa può rimettere tutto in discussione proprio perché tutto sta crollando. Se già non è crollato.

«Cos’è stato vivere settant’anni in Tempo di Pace? In cosa fummo diversi dai padri e dai padri dei padri? Padri, nonni, bisnonni, su su a risalire nel tempo, vissero ciascuno nel proprio mondo ed erano mondi on paragonabili a quello in cui vivemmo noi: mai c’è stata prima una pace così lunga, mai un’accelerazione così forte delle cose, mai gli oggetti si sono così rapidamente trasformati in altri oggetti, mai un’instabilità così accentuata…»

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