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“La vita gioca con me”, David Grossman ci parla del suo nuovo romanzo

“La vita gioca con me”, David Grossman ci parla del suo nuovo romanzoLa vita gioca con me (Mondadori, 2019 – traduzione di Alessandra Shomroni) è il nuovo e potente romanzo di David Grossman, che ci presenta le vicende di una famiglia ebraica nell’arco di tre generazioni, narrate dal punto di vista delle protagoniste femminili, offrendo al tempo stesso allo scrittore la possibilità di raccontarci anche alcuni momenti drammatici della storia recente. (Qui trovate la recensione di Gaël Pernettaz.)

Abbiamo potuto fare qualche domanda sul romanzo a David Grossman nel corso di uno dei suoi frequenti passaggi da Milano.

 

Non possiamo non partire da una riflessione sulla lingua ebraica, e sull’importanza della sua tradizione millenaria: da autore, ne sente il peso scrivendo?

L’ebraico è una lingua antica, ha più di quattromila anni: questo significa che c’è una memoria che si tramanda da migliaia di anni. E non si tratta solo di memoria: c’è un’identità profonda, e profondamente radicata in coloro che parlano ebraico. C’è un’enorme differenza tra l’ebraico in cui è scritta la Bibbia e la lingua corrente: oggi molti giovani, per esempio, fanno fatica a leggere la Bibbia. Io faccio parte di una generazione che ha studiato a lungo la Bibbia, ma anche per me ci sono passaggi difficili da comprendere.

C’è una grande stratificazione nell’ebraico: va dalla Bibbia al medioevo, passando per l’Illuminismo e l’età contemporanea (in cui subentra ad esempio anche lo slang, come in ogni altra lingua correntemente parlata), ma io non la vedo come un peso o un fardello: considero un privilegio poter scrivere in una lingua così stratificata e con così tanti echi dal passato.

 

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Al centro del romanzo c’è il tema della memoria, nelle sue varie sfaccettature: da un lato una memoria dolorosa, che forse è lo stesso cervello a cercare di modificare e cancellare come meccanismo di autodifesa, dall’altro una memoria che vuole a ogni costo essere preservata, in un modo il più possibile veritiero. Quello che noi ricordiamo modella di sicuro quello che diventiamo e che siamo. Pensando alle tre protagoniste di questa storia, come potremo riassumere il modo in cui la memoria le segna e ne condiziona la vita?

La memoria è sicuramente al centro di tutto il romanzo, pensando alle tre generazioni di questa famiglia, a come ricordano il passato, a come reagiscono di fronte al segreto doloroso nascosto dietro la decisione di Vera e a come lo gestiscono. Trovare il modo giusto di ricordare è una cosa che richiede un grande impegno: esiste ciò che ricordiamo e ciò a cui ci attacchiamo di più nel ricordo, ma anche ciò che forse dovremmo dimenticare per poter vivere in modo pieno e sereno le nostre vite.

Conosco persone e paesi che sono quasi prigionieri della loro stessa memoria, che rifiutano di lasciare andare, e questo diventa un freno al muoversi liberamente in avanti, verso il loro futuro. Conosco persone che hanno sofferto molto, soprattutto durante l’infanzia, e hanno scelto di rimanere attaccati in modo quasi morboso all’umiliazione e al dolore subiti, ma così facendo hanno dedicato la vita intera al ricordo doloroso. Sono stati incapaci di permettersi di vivere pienamente il presente e di dirsi “forse posso lasciare andare questo dolore, forse posso distaccarmene”.

La vita gioca con me è la storia di una ferita mentale che condiziona una famiglia da tre generazioni. Quando accade qualcosa di simile in una famiglia, una parte di essa ne resta quasi paralizzata, ma si può sempre scegliere di lasciare questa ferita nel passato, senza negarla, per poi cominciare a muoversi più liberamente, tornando così a respirare a pieni polmoni e a sentirsi più liberi.

“La vita gioca con me”, David Grossman ci parla del suo nuovo romanzo

Quanto è stato difficile dare voce a tre protagoniste così forti, animate da un grande conflitto intergenerazionale, lasciando quasi sempre in secondo piano i personaggi maschili?

So scrivere da uomo, ma non da donna: la mia intenzione era quella di scrivere questo romanzo da persona che sa di non poter scrivere “da donna”. Volevo essere in grado di comprendere un modo di essere e di pensare diverso dal mio e nel romanzo se ne trovano tre, uno per ogni protagonista. Ovviamente non esiste un modo solo di essere “donna”, e nei miei romanzi ho scritto più volte da un punto di vista femminile: non è un processo semplice, perché credo che di solito il nostro animo preferisca il conforto e la sicurezza di essere se stesso. L’animo preferisce continuare a muoversi a modo suo, senza interruzioni, e se io provo a imporgli un’altra esistenza si ribella: non è una cosa facile.

Anni fa, quando stavo scrivendo A un cerbiatto somiglia il mio amore, ricordo di aver fatto fatica ad afferrare il carattere e la personalità di Orah, la protagonista. Un giorno ho deciso di sedermi e scriverle una lettera per chiederle come mai fosse così ostinata e resistente, come se fosse una persona reale, ma appena ho finito ho capito di aver affrontato il problema nel modo sbagliato: non era Orah a doversi arrendere a me, ero io a dovermi arrendere a lei. Dovevo abbandonare ogni mio meccanismo di difesa e permetterle di invadere la mia anima con la sua personalità: appena l’ho fatto, è stato come se la storia iniziasse a scriversi da sé.

È vero che c’è un pesante conflitto intergenerazionale: in questa famiglia abbiamo ripetuti abbandoni dei figli da parte delle madri, e questo rende molto aspro il conflitto. Ero interessato al movimento delle tre donne, che riescono ad avvicinarsi in modo quasi insopportabile l’una all’altra per poi distaccarsi con violenza, come in una danza che può manifestarsi con così tanta energia soltanto all’interno di una famiglia.

 

Se le tre donne protagoniste sono animate da emozioni violente, e spesso preda del dolore e dell’odio, Rafael sembra più stabile e incline ad accoglierle di volta in volta, a essere il loro punto fermo.

Avevo bisogno di Rafael, che se da un lato dipende totalmente dalle tre donne, dall’altro è ciò di cui tutte loro hanno bisogno per avere stabilità. È un po’ come se lui creasse un modo alternativo di “essere famiglia”: Rafael è come un figlio per Vera, anche se non lo è di sangue, così come sa essere un buon marito per Nina nonostante lei scappi da lui, e riesce anche a essere un buon padre per Ghili, dandole ciò che non le viene dato da sua madre. La verità è che Rafael ha paura di molte cose ed è emotivamente fragile: a prima vista potremmo considerarlo un fallito, pensando ai suoi sogni non realizzati o a come vive la sua vita nell’età più avanzata. Eppure rappresenta il luogo in cui le tre donne possono riposare, e trovare conforto, in mezzo a quella guerra emotiva che le sconvolge.

Trovo emblematico ciò che dice a Ghili al telefono, confessando che nella vita non ha saputo fare granché, ma una cosa sì: ha saputo e sa amare Nina, e tutta la sua vita è stata dedicata a questo. È un amore che rispecchia quello che in precedenza aveva provato Vera per il marito.

“La vita gioca con me”, David Grossman ci parla del suo nuovo romanzo

Se scavare nel passato ci permette di comprende l’origine della nostra vita, e quindi anche chi siamo e la nostra identità, come possiamo invece avvicinarci al perdono? Sembra quasi che Nina inizi a perdonare Vera solo nel momento in cui comincia a dimenticare, a lasciarsi alle spalle una parte della sua vita fatta di sofferenza e di dolore.

Noi riusciamo a perdonare davvero chi ci ha ferito profondamente? Non ne sono sicuro. Io non ho certo la capacità di perdonare di un santo, però so che nei momenti della mia vita in cui ho sentito di essere troppo influenzato dal “non perdonare”, dal mantener vivo il fuoco della vendetta, ho iniziato a realizzare che facendo così sarei rimasto sospeso. Oggi, anche se non riesco a perdonare ciò che mi è stato fatto, ho trovato un modo migliore per conviverci, liberandomi dal dolore che mi è stato inflitto. Non è facile, anzi: io invidio chi riesce a perdonare tutto. Penso però di aver imparato, negli ultimi anni, a non essere dipendente dal desiderio di vendetta.

 

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Ghili è la voce narrante del romanzo, e il suo è il punto di vista principale, ma lei continua a mettere come filtro il documentario. A un certo punto, possiamo dire che il filtro sia l’arte stessa, che si manifesta attraverso la ripresa documentaristica e la scrittura del suo diario, e attraverso la quale forse anche noi raccontiamo le nostre vite, a volte anche a noi stessi.

Volevo che a raccontare la storia fosse uno dei quattro protagonisti. Non poteva essere Vera, perché il suo linguaggio è talmente peculiare che un intero romanzo così impostato sarebbe risultato quasi caricaturale, perciò le avrei fatto un torto. Non poteva certo essere Nina, perché è troppo distante dagli altri personaggi, troppo chiusa in se stessa. Ghili mi dava leggerezza: dopotutto è lontana dal dolore di Vera, a differenza di Nina che ne ha assorbito una parte e ne ha patito le conseguenze. Mi permetteva inoltre di usare un linguaggio più moderno, oltre a essere un personaggio che da un lato è profondamente ironico, ma dall’altro è pur sempre portatore di una parte del dolore narrato in La vita gioca con me.

Sul ruolo dell’arte voglio aggiungere che l’arte è ciò che ci permette di sentire il nulla e il vuoto della morte, ma allo stesso tempo la totalità piena della vita.


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