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"La vita finora", Raul Montanari ci parla di bullismo

"La vita finora", Raul Montanari ci parla di bullismoLa vita finora (Baldini+Castoldi, 2018) è il nuovo romanzo di Raul Montanari, scrittore, traduttore e direttore di una delle più note scuole italiane di scrittura creativa.

Anche se non vuole definirsi uno scrittore noir, Montanari inserisce sempre nelle sue storie un elemento di quel genere: non ci sono poliziotti o detective, ma i protagonisti delle vicende narrate, persone normalissime, vengono coinvolti in situazioni drammatiche, dove sono costretti a mettersi in gioco in modo totale.

Ne La vita finora ci troviamo a seguire Marco Laurenti, un professore precario milanese trentacinquenne, che accetta un incarico per insegnare nella minuscola scuola media di un paesino sperduto, collocato in cima a una valle bergamasca e chiuso in un forzato isolamento per buona parte dell'anno.

Il mondo che lo accoglie gli è da subito profondamente ostile: da un lato ci sono adulti diffidenti verso chi arriva da fuori e con più di uno scheletro nell'armadio, a partire da un misterioso vicino di casa, ex militare serbo dal passato oscuro, dall'altro una classe composta da pochi ragazzi che sono uno peggio dell'altro, dominati da un quindicenne pluriripetente, ma intelligente e manipolatore.

Il conflitto che si crea tra il professore e gli studenti aumenta col passare dei mesi fino al dramma, ma nemmeno la conclusione riesce a dissipare del tutto le ombre che circondano quasi tutti i personaggi.

La vita finora è un romanzo molto contemporaneo, che parla di una scuola invasa dal bullismo, dove l'autorità dei docenti è sempre più labile e le tecnologie diventano spesso strumenti negativi, utilizzati per procurare e diffondere il male.

Raul Montanari ce ne ha parlato in occasione di una lunga chiacchierata a Milano.

"La vita finora", Raul Montanari ci parla di bullismo

Come è nata l'idea di questo suo sedicesimo romanzo?

Anche se il tema di fondo è quello del bullismo, il primo spunto è venuto da tutt'altro. L'anno scorso, in Slovenia, sono stato colpito da un anziano dal portamento militaresco, di cui mi sono chiesto che ruolo avesse avuto nelle guerre recenti avvenute in quella zona, ed è diventato uno dei personaggi secondari del romanzo, il maggiore Novak, che impersona il Male tradizionale. Dopo ho immaginato il suo incontro con il professore, e poi è arrivato tutto il resto.

 

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È particolarmente interessante l'accenno al massacro di Srebrenica. Perché ne ha parlato?

Quella tragedia, l'uccisione di migliaia di musulmani bosniaci a opera del generale serbo Madlic nel 1995, mi ha colpito in modo particolare per vari motivi, soprattutto per il fatto che, a differenza di altri eventi di sangue accaduti qua e là per il mondo, si è svolta a pochissimi chilometri dal confine italiano, a due passi da casa nostra. È lì, se ci pensate, che è stata coniata la definizione di "pulizia etnica" che adesso usano tutti.

Ho fatto molta fatica a scrivere la pagina che lo riguarda e non riesco nemmeno più a rileggerla.

 

Come ha scelto il luogo in cui si svolge la storia?

La valle in cui è ambientato il libro non esiste, la definirei un’ipervalle bergamasca perché ne ricorda almeno un paio di quelle vere, del resto io sono bergamasco e le conosco bene. In questo piccolo paese, immaginario ma non troppo, il professore potrebbe incontrare di tutto, dall'amore a un pescatore che gli insegni la pesca a mosca, ma si trova di fronte a un gruppetto di sette bulli che costituiscono metà della sua classe e ingaggia una lotta senza quartiere con Rudi, il capo dei bulli, che è un personaggio affascinante, perché incarna il rovescio e il rimosso del protagonista.

Di giorno il professore cerca di offrire ai ragazzi delle conoscenze, ma di notte loro si abbandonano alla negazione della ragione e della conoscenza. Possono vedere il professore, che è giovane, come uno di loro, e in qualche modo cercano di coinvolgerlo nei loro riti, per i quali mi sono ispirato alle bestie di Satana.

 

Dopo Le otto montagne con cui PaoloCognetti ha vinto lo Strega lo scorso anno, sono usciti vari libri che parlano di montagna, penso ad esempio a La manutenzione dei sensi di Franco Faggiani. Si pone dentro a un filone particolare?

A dire la verità, ho scritto il romanzo La perfezione, ambientato in montagna, già nel 1994, e Cognetti è stato un mio allievo. La montagna è un contenuto inafferrabile, uno sfondo, perché per parlare di bullismo non serviva ambientare la storia in una valle bergamasca: queste cose accadono anche a Milano.

Ho scelto la valle perché a partire da quel 1994 ho iniziato a fare un discorso narrativo sulla provincia italiana, che in precedenza era stata molto idealizzata. Vivere in città è molto più semplice che vivere in provincia: in città puoi non sapere nulla dei tuoi vicini di casa, così come loro possono ignorare chi sei , mentre in un paese tutti sanno tutto.

Per fare un esempio, di solito essere omosessuale in un paese è terribile.

Il paese, in realtà, riproduce su una scala appena più grande le dinamiche dei gruppi adolescenziali: ogni devianza rispetto alla conformità dei valori dominanti viene castigata e diventa oggetto di persecuzione. Nella città riesci aessere inafferrabile, mentre neipaesi succede quello che si vede nei documentari sulla savana: un po' è anche per effetto del teleobiettivo, ma ti capita di vedere i leoni che stanno allo scoperto a pochi metri dalle gazzelle. Nei paesi, il tuo nemico lo incontri tutte le mattine mentre vai a comprare il pane, per cui ci sono scambi continui di sguardi, di tensioni, che in una città non esistono.

"La vita finora", Raul Montanari ci parla di bullismo

Nel libro, però, gli abitanti della valle non sono visti come emarginati.

L'emarginato, in realtà,  è il professore, che si trova davanti il gruppo compatto e coalizzato di genitori e figli. Un insegnante dovrebbe dare ai ragazzi dei valori e delle nozioni: in questo caso, il professore agisce sull'adolescenza, che è la parte più sensibile della vita e di una comunità, ma scopre che i valori dominanti sono diversi dai suoi.

 

Ambientarlo in una grande città avrebbe reso quindi la storia differente?

No, perché secondo me le tematiche del bullismo sono identiche ovunque. Basta vedere come i professori vittime dei recenti casi di bullismo, avvenuti in diverse città, abbiano sempre stesso cercato di minimizzare, perché alla fine devono continuare a lavorare nello ambiente, a contatto con gli stessi studenti. Non sempre le nostre scelte etiche sono compatibili con la realtà.

 

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Come mai nei suoi libri appare sempre molto interessato alle dinamiche giovanili? E quali sono i rapporti di forza in questi gruppi?

L'adolescenza è la stagione in cui impariamo chi siamo, uscendo dal mondo nebuloso dell'infanzia per iniziare a scrivere il romanzo della nostra vita, questa per me è una tentazione narrativa fortissima.

Le dinamiche sono sempre basate su meccanismi di potere: in un gruppo ci sono il capo, i gregari, i pazzi. Scoprire la proria identità significa scoprire la nostra unicità, che però è sempre a rischio di rivelarsi solitudine. L'adolescente ha così paura di essere unico che sente il bisogno di annegarlo in un'identità più grande, quindi nel gruppo, uniformato da codici linguistici, di comportamento, di abbigliamento.

Tutto questo avviene in modi diversi e, per esempio, ci sono tanti tipi di capo: il più ricco, quello che gioca meglio a calcio, quello che ha più mezzi a disposizione, quello che è più avanzato nella strada dell'emacipazione sessuale.

Il capo intelligente ma malvagio rappresenta la sconfitta dell'umanesimo. Socrate dice che se un uomo conosce il bene e il male sceglierà sempre il bene, perché fare il bene significa anche stare bene. Il Novecento però ci ha insegnato che i gerarchi nazisti erano coltissimi e raffinati, ma profondamente malvagi.

Rudi rappresenta questa scissione tra intelligenza ed etica.

Le nuove tecnologie accentuano la scissione, perché essere malvagi è ora alla portata di tutti. L'uso aggressivo dei social, come il diffondere foto compromettenti, ha due vantaggi: un pubblico potenzialmente illimitato e la sensazione di impunità.

Non è vero che il virtuale è diverso dal reale, come ci siamo ripetuti per anni, perché quello che fai in rete ha sempre una ricaduta nella realtà, come la vergogna delle vittime che si riversa nel reale.

"La vita finora", Raul Montanari ci parla di bullismo

In che modo la tecnologia sta alterando il rapporto genitori-figli?

Abbiamo una generazione che maneggia la tecnologia meglio di quella precedente. Finora la trasmissione del sapere è sempre avvenuta dai vecchi, con le loro esperienze e competenze, ai giovani. Adesso il computer è centrale per tutti, per cui l'adulto è costretto a confrontarsi con il giovane che ne sa più di lui in un settore divenuto cruciale.

Nessuna generazione precedente ha avuto in mano un'arma tanto potente e questo pone un problema di trasmissione dei valori: come genitore devo insegnare a mio figlio a essere aggressivo, o rispettoso delle regole? Una società educata è una società migliore, ma non rischio di mandare mio figlio allo sbaraglio?

È soprattutto crollata l'alleanza fra gli adulti. Fino a una generazione fa, il genitore a casa vedeva l'insegnante come un'estensione della sua autorità, della sua vigilanza.

Adesso il genitore si identifica per clan: il mio mondo, la mia casa, i miei figli, che devo difendere a ogni costo. Il genitore si sente più vicino al figlio che all'insegnante, da cui lo vuole proteggere. La nostra generazione era spesso massacrata di botte dai padri, ma non so quale sia la cosa peggiore, se le botte di ieri o l'iperprotezione di oggi.

Tra l'altro, non dimentichiamo che questi professori bullizzati dagli studenti sono stati non solo abbandonati dai genitori che difendono i figli, ma anche e soprattutto dalla società. I ragazzi di oggi vedono nei professori dei poveretti, dei falliti che non sono riusciti a fare un lavoro migliore, perché oggi gli insegnanti sono scesi nella scala sociale. Un tempo, soprattutto nelle piccole comunità,  " il maestro" o "il professore erano figure di prestigio.

Non sono i ragazzi a delegittimare il ruolo, perché gli adolescenti seguono le tendenze della società.


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