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La vita dentro un palazzo. “Un piccolo buio” di Massimo Coppola

La vita dentro un palazzo. “Un piccolo buio” di Massimo CoppolaCi sono personaggi che, per chi è cresciuto guardando MTV negli anni Novanta, sono diventati volti familiari. Facce che accompagnavano pomeriggi interi, presenze che ci parlavano, ore spese davanti alla televisione invece di studiare e tutto questo perché loro erano più veri, parlavano la nostra lingua, in qualche modo ci somigliavano. Tra i tanti, vale la pena ricordare Andrea Pezzi che dopo molti anni a condurre programmi che sono diventati dei cult, è ora un imprenditore di successo. Altri sono diventati attori, altri musicisti, altri cabarettisti, altri conduttori radiofonici e altri scrittori di discreto successo.

Discorso a parte merita Massimo Coppola. Laureato con lode in Filosofia e un dottorato in Scienze Cognitive che non terminerà per intraprendere una carriera da regista di documentari e autore e conduttore televisivo. Nel 2004 fonda una casa editrice (ISBN Edizioni) dove ricopre la carica di direttore editoriale e nel frattempo si occupa di installazioni audiovisive in presa diretta che trovano spazio presso alcune gallerie d’arte. Nel 2010 presenta a Venezia il suo primo lungometraggio (Hai paura del buio) e nel 2015 diventa direttore di «Rolling Stone», ruolo che occuperà per poco più di un anno per poi essere nominato consulente alla Direzione generale della Rai.

 

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Una parlantina sciolta e la capacità di coinvolgere il pubblico lo portano a tenere conferenze e a moderare incontri di vario genere, io stesso ero tra il pubblico durante un’edizione del Salone del Mobile, dove intervistava Daniel Libeskind. Erano anni che, seguendo il suo percorso, mi aspettavo che alla fine avrebbe scritto un romanzo e, girovagando nel web, un giorno mi trovo a leggere sul portale ilLibraio dell’uscita del suo primo libro: Un piccolo buio (Bompiani).

La vita dentro un palazzo. “Un piccolo buio” di Massimo Coppola

Sarò onesto, a questa notizia sono rimasto alquanto perplesso. I miei dubbi erano tanti, in fondo si trattava di un autore che aveva sperimentato molte tipologie lavorative e, per quanto ne sapevo, tante non avevano riscontrato molto successo. Quindi perché gettarsi nella stesura di un romanzo? Perché tentare di nuovo la carta nel difficile mondo dell’editoria? Superate queste domande, senza trovare una risposta, ho deciso di affrontare l’ultima fatica di un ex veejay che mi aveva fatto compagnia in tanti pomeriggi durante gli anni del liceo.

Nella sua opera prima, Coppola, mescola romanzo storico e commedia all’italiana con lo scopo di raccontare la paura di vivere attraverso una storia che si sviluppa nell’arco di un secolo, dal 1936 al 2036. Si comincia con un’inaugurazione di Benito Mussolini a Palazzo Vittoria a Milano e da qui un giovane regista viene distratto da una bella e irrequieta ragazza con la quale esplorerà gli appartamenti di un palazzo ancora “vergine” e in seguito, attraverso il boom economico, la scoperta delle droghe, gli anni zero e un futuro molto prossimo, il narratore racconta gli episodi che avvengono in quel palazzo dove i protagonisti intrecciano i loro percorsi. A Palazzo Vittoria vediamo giovani che diventano prima adulti e poi anziani, assistiamo a un gioco fatto di ricordi e di rimandi che fanno del palazzo in questione un luogo onirico e irreale.

La vita dentro un palazzo. “Un piccolo buio” di Massimo Coppola

Leggendo il libro sembra quasi di trovarsi dinanzi alla sceneggiatura di un film dove i protagonisti sono raccontati in maniera essenziale, dove nulla è dato per scontato e dietro a ogni gesto si nasconde un vero e proprio disagio. Un romanzo ricco di simbolismi, nel quale dietro a ogni oggetto si nasconde un significato più profondo, una storia che dà importanza all’adesso perché del domani non c’è certezza.

 

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Un racconto nel quale troviamo molte citazioni cinematografiche e non poteva essere diversamente data la conoscenza della materia da parte dell’autore. Un romanzo che colpisce per uno stile particolare e non comune a nessun altro autore, però uno stile non adatto a chiunque. Un libro consigliato a chi è in cerca di una storia raccontata con un linguaggio ricercato, a chi ama il cinema e le sperimentazioni che l’autore adopera per raccontare ogni capitolo in forme diverse.

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