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La verità come catarsi. “Il morto nel bunker” di Martin Pollack

La verità come catarsi. “Il morto nel bunker” di Martin PollackI panni sporchi, si sa, vanno lavati in casa. Tuttavia potrebbe non essere così semplice quando tuo padre è un membro della Gestapo che viene ritrovato morto in un bunker del Brennero e la sua famiglia di origine – che poi è anche la tua – non sembra disposta a voler fare pace con la storia.

Può sembrare il canovaccio di un film, eppure questa è la vera storia raccontata da Martin Pollack nella recente edizione italiana del suo libro Il morto nel bunker. Indagine su mio padre (Keller editore, 2018, traduzione di Luca Vitali):

«All’inizio dell’estate del 2003, insieme a mia moglie, intrapresi un viaggio in Sudtirolo, fino al Brennero, per cercare il bunker nel quale cinquantasei anni prima mio padre era stato trovato morto. Gli avevano sparato. Volevo saperne di più sulle circostanze della sua scomparsa e sui motivi che lo avevano spinto a recarsi in Sudtirolo. Per anni avevo esitato a svolgere queste indagini, forse per un inconscio timore di imbattermi, seguendo le sue tracce, in scoperte che avrebbero superato le mie aspettative, senz’altro già cupe».

 

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Saggio autobiografico in cui la volontà di conoscere si scontra continuamente con i ricordi, in questo libro Pollack cerca di capire come sia stato possibile che suo padre e tanti altri austriaci, giovani e meno giovani, abbiano aderito così entusiasticamente al nazismo, gettandosi in massa fra le braccia della croce uncinata. L’indagine, condotta fra carte d’archivio e aneddoti familiari, si concentra sull’arco di tempo che va dalla fine della prima guerra mondiale alla fine della seconda, periodo che corrisponde alla giovinezza e alla maturità di Gerhard Bast.

La verità come catarsi. “Il morto nel bunker” di Martin Pollack

Martin Pollack non ha mai conosciuto il genitore, morto quando lui aveva tre anni, o per lo meno non serba alcun ricordo diretto. Il cognome Pollack, infatti, è quello del primo marito della madre, l’uomo che lo accolse in casa crescendolo come un figlio. Dopo la morte di Gerhard, il piccolo Martin mantenne i rapporti con la famiglia paterna compiendo frequenti viaggi da Linz ad Amstetten, la cittadina a ovest di Vienna nella quale abitavano il nonno e la nonna. I Bast erano una famiglia della media borghesia che aveva raggiunto l’Austria dopo aver risieduto a lungo fra le regioni storiche della Carniola e della Stiria inferiore (l’attuale Slovenia), nel Sud. Rudolf, il padre di Gerhard, era avvocato, e col figlio non aveva in comune solo la laurea in Giurisprudenza a Graz, ma anche la precoce simpatia verso il nazionalsocialismo. Come la maggioranza degli abitanti di quella provincia di frontiera, i Bast sentivano sulle proprie spalle la responsabilità della difesa della cultura e della lingua tedesca: il loro sostegno al nazismo si innervava, pertanto, su uno spirito nazionalista ancora più antico. E nelle province dell’Austria meridionale i nemici dei tedeschi, già orfani dell’Impero austroungarico, erano gli sloveni.

«Nella Stiria inferiore tutto era separato in base all’appartenenza nazionale e alla lingua: ristoranti e associazioni, banche e scuole, sale di lettura, giornali, persino le immagini sacre al bordo della strada e le funzioni nelle chiese. Gli sloveni nelle loro piazze piantavano tigli, i tedeschi querce, gli sloveni portavano il loro denaro nella Posojilnica, i tedeschi nella Sparkasse. Qui sloveno! Là tedesco! Entrambe le parti stavano attente a non oltrepassare l’invisibile frontiera, la frontiera della lingua».

La verità come catarsi. “Il morto nel bunker” di Martin Pollack

La provincia austriaca è lo scenario in cui si muovono i protagonisti di questa storia. Uno scenario ameno, fatto di foreste e monti che incorniciano cittadine pittoresche dal doppio nome, in cui la vita delle persone è scandita dal ciclo delle stagioni, dalle passeggiate nei boschi, dalle escursioni in montagna sugli sci, dai piatti locali come le patate di marzapane. Ma, in quanto provincia, è anche un ambiente forte dei propri pregiudizi, nei quali gli abitanti riconoscono il primo strumento di difesa della loro identità: linguistica, culturale, nazionale, razziale. A tal riguardo, Pollack reca abbondanti esempi tratti dal frasario della sua infanzia:

«Della Prima guerra mondiale il nonno con me nonha mai parlato. Raccontava soltanto che era sul frontemeridionale. Gli italiani, diceva, erano traditori. Propriocome i cechi. Questo non lo diceva il nonno, ma lanonna. Forse anche lo zio, il fratello di mio padre.Tutti loro avevano una propensione per i giudizi secchi, che impedivano ogni ulteriore replica, e con essi mi spiegavano come funzionasse il mondo. Gli americani erano dei porci. I francesi pure. Gli ebrei sempre e comunque. Così era, e basta».

 

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Una categoricità senza appello, la stessa che veniva sfoderata quelle rare volte in cui in famiglia si doveva dare conto del passato. Pollack ricorda l’atteggiamento tutto d’un pezzo con cui la nonna difendeva la scelta di Gerhard di unirsi ai nazisti, la facilità con la quale distingueva la ragione dal torto, la certezza incrollabile nella validità dei principi che avevano guidato le decisioni non solo del figlio, ma anche del marito. «Le nostre povere SS» era una delle sue frasi ricorrenti.

Questa eredità familiare rappresenta lo scoglio contro cui si infrangono la coscienza, il senso della giustizia e, non da ultima, l’onesta intellettuale di Martin Pollack. Malgrado i suoi ricordi del padre siano pressoché nulli e malgrado, dall’altro lato, una presa di distanza dalla sua immagine si sia resa necessaria, nella scrittura del Morto nel bunker l’autore ha comunque dovuto fare i conti con i propri sentimenti e trovare la giusta strategia per arginarli. Non deve essere stato facile; a cominciare dal reperire le informazioni, ognuna delle quali comportava ogni volta il rischio di riaprire squarci dolorosi di un passato che i sopravvissuti avevano deciso di seppellire per non essere costretti a ripudiarlo insieme alla memoria dei propri cari. Di questa impresa, d’altronde, non è difficile immaginare il valore catartico, del quale Pollack fornisce un assaggio già in apertura di libro: la scarpinata fino al luogo in cui cinquantasei anni prima era stato rinvenuto il corpo di Gerhard Bast – una vera e propria ascesa su per le pendici del Brennero – può essere infatti letta come la degna metafora del tormentato percorso da egli intrapreso verso la ricostruzione della verità storica; una verità, questa, è proprio il caso di dirlo, che presenta tutti i caratteri di una Liberazione.


Per la prima foto, copyright: Patrick Hendry.

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