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La vera storia del tatuatore di Auschwitz

La vera storia del tatuatore di AuschwitzLudwig Eisenberg, detto Lale, a venticinque anni è un ragazzo sveglio e intraprendente. Ha lasciato la casa dei genitori nella cittadina slovacca di Krompachy e vive a Bratislava, dove lavora sodo, si gode i piaceri concessi dal benessere e sogna di innamorarsi. Tutto cambia, per Lale come per gli altri ebrei slovacchi, all’inizio degli anni Quaranta: l’influenza della Germania sulla Slovacchia è sempre più forte, e i cittadini ebrei sempre più insicuri, obbligati a portare sui vestiti la stella gialla. Lale cerca di difendere i suoi e il Paese collaborando con il partito nazionalista slovacco, l’unico che sembra opporsi a Hitler. Nel 1942 però è costretto a partire per un campo di lavoro tedesco, perché il governo slovacco non ha saputo rifiutare a Hitler la deportazione dei cittadini ebrei. Offrendosi come forza lavoro, Lale si sacrifica per i fratelli e i genitori, cui spera di evitare persecuzioni.

 

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Nel lungo viaggio verso la Polonia, stipato con decine di uomini in un vagone senza finestre, Lale sa che potrà sopravvivere solo a patto di mantenere il sangue freddo. Ad Auschwitz, a dargli il benvenuto sono cani, fucili e soldati urlanti. Spogliato, derubato, malmenato, Lale riesce ancora ad apprezzare l’aria fresca e la pioggia, e a scherzare con Aron, un nuovo amico conosciuto in treno. È così che riesce ad andare avanti nei due anni trascorsi nel campo di Auschwitz-Birkenau: in virtù di un ottimismo invincibile, della capacità di osservare attentamente le situazioni e capirle al volo, delle molte lingue parlate. Queste qualità tuttavia non basterebbero senza la solidarietà con i compagni, che Lale impara dal sacrificio di Aron, né senza l’amore di Gita, una delle prime donne cui Lale è costretto a tatuare sul braccio il numero identificativo assegnato ai deportati. Lale difatti diventa prima assistente, poi capo tatuatore nel campo di concentramento. Sotto le sue mani passano le braccia di innumerevoli prigionieri, che Lale cerca di aiutare, appena può, condividendo i privilegi garantitigli dal suo ruolo. Ai più deboli regala razioni di cibo e sfrutta la relativa libertà di movimento per contrabbandare le pietre preziose e il denaro sottratti ai deportati, sui quali riesce a mettere le mani, in cambio di viveri e medicine. Prima della liberazione di Auschwitz, Lale rischia la vita molte volte, ma grazie alle sue tante risorse e all’aiuto degli amici, riesce sempre a farla franca.

La vera storia del tatuatore di Auschwitz

Lale e Gita sopravvivranno ad Auschwitz. Si sposeranno, cambieranno il loro nome in Sokolov, emigreranno in Australia, avranno un figlio, ma terranno per sé la loro storia, tormentati dal senso di colpa per avere collaborato con un nemico mostruoso, intimoriti da possibili accuse di altri reduci. Solo nel 2009, dopo la morte di Gita, che Lale aveva voluto proteggere, la scrittrice Heather Morris raccoglierà la testimonianza dell’anziano Sokolov nel romanzo Il tatuatore di Auschwitz, appena pubblicato in traduzione italiana (di Stefano Beretta) da Garzanti.

A chi legga il libro ignorando di avere tra le mani la testimonianza, seppure romanzata, di un sopravvissuto, Il tatuatore di Auschwitz potrebbe forse sembrare opera di fantasia. È una storia che si divora in poche ore, calamitati dal coraggio e dalla sfrontatezza del bel Lale, sicuri che l’eroe riuscirà a districarsi in ogni situazione, curiosi solo di sapere come. Si aggiunga il fascino di una storia d’amore eccezionale, che fiorisce e prospera nel luogo del massimo orrore, e quello, di segno opposto ma non inferiore, esercitato dal racconto di aneddoti di una crudeltà incredibile: gli esperimenti del bieco Mengele, i cadaveri affastellati in un autobus trasformato in camera a gas, le torture escogitate per i prigionieri ribelli, obbligati a trasportare avanti e indietro massi pesantissimi, un lavoro insensato che si conclude, al tramonto, con una pallottola destinata al più lento.

La vera storia del tatuatore di Auschwitz

Colpisce sempre, oltre a tanta malvagia follia, l’atteggiamento dei prigionieri, che imparano presto a passare accanto alla morte, scansandola. Lale è capace di dire «Wow» davanti a un paesaggio, rischia la pelle per restare pochi momenti da solo con Gita, o prendere in giro Bertens, il sergente incaricato di tenerlo sotto controllo. La domenica, Gita passeggia a braccetto con le amiche, e la sera, prima di addormentarsi, confida loro le sue pene d’amore. Quadretti di normalità per adolescenti sbalzate da ogni angolo d’Europa in un assurdo girone infernale.

 

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A volte il racconto sembra mostrare personaggi e situazioni da fiaba, sia pure di fiaba dell’orrore: il gigante buono Jakub, impiegato dai nazisti come torturatore per estorcere informazioni, ma capace di fregarli; le prigioniere più belle cui è concesso di portare i capelli lunghissimi, quasi un amuleto che potrà salvarle, chissà, come Raperonzolo; i diamanti, i rubini e le perle che sgorgano infiniti dalle tasche dei deportati, dei cadaveri, e servono per comprare nuova vita e libertà. Anche Lale in fondo è un eroe quasi fiabesco, invincibile a dispetto di tutto, un po’ briccone, eterno fanciullo che si fa beffe dei cattivi come dei buoni (il padre, i russi). Presi dal racconto appassionante delle sue avventure, ci si dimentica, a tratti, che è un giovane uomo che lotta per sopravvivere, come tanti intorno a lui, con una forza straordinaria.

È forse la combinazione di documentazione dell’orrore e di immaginazione, che l’orrore sconfigge, il tratto più interessante del Tatuatore di Auschwitz di Heather Morris.

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