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“La valle dell'Orco” di Umberto Matino

La valle dell'Orco, Umberto MatinoApprezzato da Eraldo Baldini, che ne ha proposto la pubblicazione presso l'editore forlivese Foschi e ne ha pure scritto la prefazione, La valle dell'Orco è un singolare caso di longseller “locale”. A distanza di quattro anni e dopo tre ristampe le copie vendute hanno superato le 10 mila. Chi lo ha letto lo ha consigliato a parenti ed amici, che a loro volta lo hanno consigliato ad altri lettori e così via. Potenza del passaparola.

«Volevo pubblicare», racconta Umberto Matino (classe 1950, dirigente di una società di ingegneria; vive e lavora tra Padova e Venezia), «qualcosa sull'origine cimbra della Val Leogra, descritta in molti testi di storia locale ma cancellata dalla memoria delle comunità che vi risiedono nell'arco di una generazione. Non volendo scrivere un saggio storico, ho preferito utilizzare il giallo come strumento narrativo per un pubblico più vasto». E sembra aver visto giusto.

In effetti la lettura de La valle dell'Orco ci ha convinti ed intrigati, nel complesso, perciò ci uniamo al coro di chi lo ha caldeggiato, per una serie di buoni motivi.

«Appeso alla tettoia che copriva la grande vasca, il corpo del dottore era perfettamente immobile, irrigidito dalla morte.» A dare il LA alla vicenda è il ritrovamento del cadavere impiccato del dottor Aldo Manfredini, apparentemente suicida, un quarantenne che a metà degli anni Ottanta aveva scelto di lasciare la sua casa di Padova e l'ospedale in cui lavorava per ritirarsi a Contrà Brunelli in Val Leogra, una contrada sperduta sui primi contrafforti della montagna veneta, nell'ombra per buona parte dell'anno, con strade impervie, senza servizi e negozi, senza radio e TV. Il mondo che Manfredini scopre è fatto di paesaggi che mozzano il fiato, di pace e di silenzi, di ascolto interiore. Ma anche di filò accanto al fuoco, attorniato dai singolari autoctoni che abitano quelle valli, silenziosi e coriacei come pietre. L'amico Carlo Zampieri viene informato di essere stato nominato erede universale nel testamento e quindi proprietario della casa che Manfredini aveva costruito in Contrà Brunelli. Sistemando gli effetti personali del medico defunto, Zampieri incappa in una lettera, nascosta a dovere («Caro Carlo, se tu stai leggendo queste pagine vuol dire che qualcosa di veramente grave mi è successo») assieme al diario in cui sono descritti i suoi ultimi mesi di vita.

Il diario viene presentato al lettore in forma integrale e costituisce l'aspetto più succoso e pregnante del libro. Vengono introdotti, in ordine di coinvolgimento nell'intreccio, i residenti della contrada rovèrsa, le personalità, le caratteristiche individuali, le dinamiche di relazione che vengono ad istituirsi tra loro e con il dottore foresto. Alcuni personaggi si staccano dalla pagina per imprimersi indelebilmente nella memoria: è così per Piero Ongaro, poeta-contadino, declamatore di versi e amante di Lucrezio; e ancora l'umile e sfortunato Bortolo Sterchele; Don Barba, al secolo Giovanni Barbarena, l'arguto parroco ultranovantenne, sensibile al nettare di Bacco ed ai piaceri della buona tavola; Romilda Brunelli, figura di arcigna matriarca che ospita nel tepore della sua cucina, le domeniche pomeriggio d'inverno, la vita sociale di quel minuto gruppuscolo di valligiani. È qui, di fronte al focolare, con un bicchiere di vino tra le mani, che Manfredini ascolta storie curiose, apprende di riti e tradizioni dimenticate, di creature mostruose da leggenda popolare come gli orchi e le anguane, di misteriose e inquietanti filastrocche cimbre e di molte morti strane per essere considerate del tutto accidentali.

La prosa scorrevole ed i calibrati interventi dialettali di Matino danno consistenza all'impasto de La valle dell'orco, romanzo che si stacca dal solco del giallo canonico per acquisire un plusvalore; nel diario del dottore e nella successiva impresa dei protagonisti, impegnati a scavare negli archivi polverosi della curia e tra antiche mappe catastali si delinea un interessante affresco storico. I singoli omicidi succedutisi in quelle comunità, liquidati frettolosamente dalle autorità come incidenti o suicidi, si annodano a filo doppio con l'evoluzione economica e sociale della zona. Un peso determinante avrà la cancellazione della memoria storica dell'origine cimbra della Val Leogra dopo la Grande Guerra, l'abbandono delle valli, il profilarsi dei nuovi idoli del benessere a ogni costo, della cementificazione selvaggia e della distruzione del paesaggio. Una materia densa e articolata, sceverata con passione e perizia, passata nel tritacarne di questo “gotico rurale”, come lo definisce il Baldini nella sua prefazione.

Noi avremmo preferito una maggiore attenzione all'editing, che avrebbe potuto sfrondare qualche lungaggine. I colpi di scena non mancano: a parte qualche vistoso rallentamento, dovuto all’eccessiva diluizione della narrazione nel corpo centrale del libro, la scrittura serra le fila per procedere inesorabile fino all'ultima pagina, inchiodando il lettore alla poltrona. Perdoniamo a Matino, qui al suo romanzo d'esordio, pure lo scivolone del dialogo tra Zampieri e lo psichiatra, il dottor Greselin, tassello fondamentale per giungere all'individuazione dell'orco di Contrà Brunelli ma gestito in maniera ingenua e improbabile dal punto di vista della verosimiglianza.

La valle dell'Orco è anzitutto un romanzo di caratteri, vivi e concreti, un romanzo d'atmosfera che ha il respiro arcano delle nostre radici, - e qui parliamo da veneti -, le sue superstizioni e paure, le sue pratiche ancestrali, la vita di fatiche e privazioni, di miseria e disperazione dei nostri avi, legati indissolubilmente alla terra dove sono nati e cresciuti.

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Commenti

Eccezionale la costruzione narrativa e l'approfondimento storico che dà origine agli avvenimenti.
Peccato che la fine sembra quelle di un brutto film dell'orror dove, a storia finita con i titoli di coda, dalla tomba riappare l'assassino o il mostro sconfitto.

Bel libro davvero, interessante e ben fatto soprattutto l'intreccio tra la vicenda narrata e l'approfondimento storico. Non mi è molto piaciuto il finale: se l'intento era quello di sorprendere, ha sorpreso, ma avrei preferito un finale più positivo, una specie di "e vissero tutti felici e contenti". O anche solo, almeno, "vissero".

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