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"La trama del matrimonio" di Jeffrey Eugenides

"La trama del matrimonio" di Jeffrey EugenidesOvvero Roland Barthes meets Jane Austen


Tagliamo subito la testa al toro: non è un romanzo sul matrimonio. Non vi fate illusioni e/o non cedete a pregiudizi. Il terzo romanzo di Jeffrey Eugenides (tradotto da Katia Bagnoli) è una testimonianza a tre voci sul dolore della crescita, sulla solitudine strutturale dell’amore e sull’impossibilità organica di conoscere veramente gli altri. A far da guide turistiche fra le quasi cinquecento pagine zeppe di citazioni postmoderne e riferimenti filosofici sono due figure dall'insolito abbinamento: il critico strutturalista Roland Barthes e la regina della letteratura romantica Jane Austen.


Di Barthes (e poi di Derrida) c'è innanzitutto la lente sotto cui Eugenides ha messo i suoi personaggi, scomponendone i vari pezzi (infanzia, aspirazioni, vizi, fragilità, false idee di sé, insicurezze) e lasciandoli nudi, dinnanzi al lettore, incapaci persino di scaldarsi al fuoco della loro vasta cultura universitaria. Sono i primi anni Ottanta alla Brown University (Rhode Island) e Madeleine, Leonard e Mitchell sono tre studenti a un passo dalla laurea e dal baratro dell'ignoto post-pergamena. Hanno la testa piena di letteratura, filosofia e genetica ma un vuoto interiore sulla direzione da prendere.


Del mondo austeniano c'è la rivisitazione in salsa contemporanea della classica trama amorosa dell’Ottocento. Madeleine, Leonard e Mitchell sono i tre vertici di un triangolo amoroso (che può anche essere letto come un triangolo di arte, scienza e fede), fedeli alle geometrie della Austen, l'idolo della ricca studentessa WASP (White Anglo-Saxon Protestant), Madeleine. Quest'ultima dedica la sua tesi di laurea al ruolo del matrimonio nelle trame dei romanzi di epoca vittoriana nel tentativo di indagare l'ipotesi che il grande romanzo dell’Ottocento sia tramontato con l'introduzione del divorzio. Con il matrimonio è finito anche il "genere" romanzo?


Nell’incontro/scontro fra il prolisso costrutto vittoriano e la laconica decostruzione della semiotica prende vita la relazione fra Madeleine e Leonard. Galeotto un corso di semiologia in cui Madeleine non incontrerà solo un'opera che la farà dubitare per sempre della spontaneità dei sentimenti, Frammenti di un discorso amoroso, ma conoscerà anche Leonard, geniale biologo dagli interessi eclettici, proveniente da una famiglia disfunzionale e malato di psicosi maniaco-depressiva. Tuttavia, neppure il monito del semiologo francese, secondo il quale essere innamorati è soltanto un’idea dettata da una sovrastruttura culturale, la salverà dall'innamorarsi di Leonard con la stessa verbosa intensità di una delle eroine ottocentesche della Austen. Ma Madeleine non vive fra le pagine di un libro e, come ricorda Eugenides citando Trollope, «Non c'è felicità nell'amore tranne che alla fine di un romanzo inglese».


In un altro corso universitario, questa volta di religione, Leonard conoscerà Mitchell, ex-"amico" platonico di Madeleine, un tormentato studente di teologia ossessionato dall'idea di sposare Madeleine, conosciuta al secondo anno di università. Per loro tre il discorso amoroso, nel senso postmoderno del termine, diventerà davvero "impossibile", riduttivo e inafferrabile allo stesso tempo.


Si scorre molto lungo i lati di questo triangolo. Dalle trame di Austen e G. Eliot alle riflessioni sulla condizione umana di Schopenhauer e Tolstoj. Dal misticismo di Santa Teresa D’Avila alla mappatura genetica delle cellule di lievito. Dagli effetti collaterali del litio assunto da Leonard ai riti quaccheri testati da Mitchell. Ci si sposta tra Providence, Cape Cod, il New Jersey, l'Oregon e New York ma con Mitchell, che parte con lo zaino per il classico anno sabbatico anglosassone alla ricerca di se stesso, si gira anche tutta l'Europa fino ad approdare in India. Lì indagherà la natura del suo desiderio per Madeleine chiedendosi se l'estinzione di questo fuoco gli permetta l’illuminazione. A Calcutta ridimensionerà la sua empatia facendo il volontario alla Casa dei morenti di Madre Teresa (ancora in vita), con il suo «volto da bambina e da nonna, indefinibile come lo strano accento est-europeo con cui parlava da una bocca senza labbra». Sono descrizioni come queste che fanno grande la scrittura di Eugenides. La maggior parte dei lettori sembra aver preferito i suoi primi due libri: Le vergini suicide (1993), da cui Sofia Coppola trasse un celebre film, e Middlesex (2002), che nel 2003 gli valse il premio Pulitzer per la narrativa. Io non ho paragoni perché è il primo romanzo di Eugenides che leggo, ma sicuramente non sarà l’ultimo per via dello spessore che ha saputo dare ai mondi interni dei personaggi. Considerando che pubblica un libro ogni dieci anni non ci metterò molto a riempire le mie lacune...


Per molti, come lo è stato per me, La trama del matrimonio sarà un salto all'indietro negli anni universitari, quando ci si districava fra la differance di Derrida, la morte dell'autore di Barthes, la biopolitica di Foucault, i simulacri di Baudrillard, ecc.. Certo, con la differenza che ai tempi del romanzo la rivoluzione della semiotica francese era nel pieno processo di trasformazione del pensiero sociologico americano. Barthes è morto da un paio d'anni appena quando i tre ragazzi si laureano e Della Grammatologia è il bestseller del campus. Nelle parole di Madeleine, «nelle università dei venali anni Ottanta mancava un pizzico di radicalismo e la semiotica era la prima cosa che profumava di rivoluzione».


In un certo senso La trama del matrimonio mi ha messo anche davanti a uno specchio scomodo. Già nelle prime pagine Eugenides tocca una questione sulla quale nel corso degli anni mi sono arrovellata non poco, sospesa tra la difficile ricerca di un lavoro e le testimonianze di persone con percorsi universitari e professionali diversi dal mio.


Come la mettiamo con le lauree “vocazionali”? Studiare letteratura è una scappatoia? È una via d'uscita? È trovare una giustificazione? È “vincere facile”? Si formano risposte molto intime dentro di me, ragioni che fatico a metter per iscritto. Prendo in parola Derrida ed eviterò di dare un nome alle mie sensazioni, nel tentativo di non sminuirle attraverso l’imposizione di un linguaggio, ma sarei molto curiosa di confrontarmi con voi sull’onda di questo estratto:


«Rimaneva un folto contingente di studenti che si laureavano in letteratura in mancanza di meglio. Perché l’emisfero sinistro del loro cervello non era abbastanza sviluppato per le materie scientifiche, perché storia era troppo arida, filosofia troppo astrusa, geologia troppo legata al petrolio e matematica troppo matematica. Dato che non erano portati per la musica o per l’arte, non erano motivati dall’ambizione di far soldi o non erano così intelligenti, questi ragazzi cercavano di prendere una laurea facendo qualcosa che avevano fatto sin dalla prima elementare: leggere storie. In letteratura si laureava chi non sapeva cos’altro scegliere».

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Commenti

avevo adorato le vergini suicide,
questo è già da un po' che mi riprometto di leggerlo...

Parto dalla fine.
L'estratto sui laureati in letteratura mi ricorda tanto una cosa detta dal poeta americano James Welch (1940-2003) all'inizio della sua carriera: "Sono un poeta perché non sapevo costruire aeromodelli come Lester Toro Zoppo né atterrare vitelli come Albert Piede Veloce" (Welch apparteneva alla tribù dei Piedineri). In realtà, se è di Eugenides, deve averla sentita in giro; mi sembra che qualcosa di simile sia anche ne "La macchia umana".
Comunque, da annoso laureato in letteratura, approvo derridianamente. Al cui proposito mi viene in mente quello che diceva Michel Serres sulla "verità" che si impone sempre a danno del senso.
Altrettanto apprezzo il commento sul romanzo, Valentina. Mi hai invogliato a leggerlo; non è poco, per uno che anziché leggere, preferisce "rileggere".
Grazie.

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