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La terza Rivoluzione industriale. Una chiacchierata con Jeremy Rifkin

La terza Rivoluzione industriale. Una chiacchierata con Jeremy RifkinÈ meraviglioso quello che dice Jeremy Rifkin in Un Green New Deal globale. Il crollo della civiltà dei combustibili fossili entro il 2028 e l’audace piano economico per salvare la Terra. È meraviglioso nella misura in cui quello che dice venga interpretato alla luce della speranza. È come aprire un vaso di Pandora moderno: ci sono tutte le brutture di cui ci siamo macchiati per la negligenza di troppi anni di consumo spropositato delle risorse, ma c’è, sul fondo, esanime, con timer e conto alla rovescia avviato, la speranza. Dodici anni, circa. È questo il tempo che abbiamo ancora a disposizione per cambiare atteggiamento e coscienza, ma soprattutto per mettere in atto, in modo definitivo, Un Green New Deal globale, come recita il titolo stesso dell’ultimo libro firmato da Jeremy Rifkin e uscito in italiano per Mondadori nella traduzione di M. Parizzi.

In Italia per la promozione del libro, Jeremy Rifkin è una specie di uragano che ti colpisce dritto nel petto con la sua energia, poi, così, con la coscienza aperta e pronta ad accogliere le infiltrazioni, ti travolge con la sua umanità.

 

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Entusiasta di avere di fronte una manciata di blogger, di quei nuovi comunicatori che usano internet per divulgare la notizia, spiega in riferimento ai Fridays for future:

«È la prima volta che gli esseri umani si sono mobilitati, uniti, tutti insieme, a livello planetario, per protestare. Non è mai successo nella storia una cosa simile, e questo è sintomo che ci si riconosce come una specie unica e in pericolo. La Generazione Z e i Millennials includono, in questa unica specie, anche gli animali. Infatti, gli scienziati ci stanno avvertendo da tempo che a breve perderemo metà delle specie che vivono attualmente sulla terra.»

La terza Rivoluzione industriale. Una chiacchierata con Jeremy Rifkin

È un’unione che pone le basi della Terza Rivoluzione industriale, così come viene concepita da Rifkin. La nuova economia, il nuovo mondo che si sta già delineando, è un mondo glocalizzato, unito, miliardi di puntini che mettono insieme competenze, energie, risorse.

«La globalizzazione è un concetto che appartiene alla Seconda Rivoluzione industriale, quella basata sul combustibile fossile e sui governi centralizzati nati appunto per controllare e gestire questa forma di energia».

 

Nella loro essenza, i cambiamenti di paradigma avvengono seguendo un determinato itinerario. Si tratta delle infrastrutture, termine da non circoscrivere soltanto alle ferrovie. Per infrastruttura si intende la forma di energia, il mezzo di trasporto e il mezzo di comunicazione.

«La struttura sociale è un’estensione del funzionamento di un organismo che necessita dell’energia utile per stare in equilibrio, della mobilità per orientarsi e di una membrana semipermanente per poter separare se stesso dal mondo esterno. Quando le infrastrutture convergono, cambiano gli habitat, la percezione spaziotemporale, l’economia, il governance».

 

La parola chiave delle nuove infrastrutture è internet. Internet delle cose.

La Terza rivoluzione industriale è una conseguenza quasi naturale delle precedenti. Non si ha scelta. Non più. È troppo costoso sia estrarre sia conservare i combustibili fossili. Sono lenti, non competitivi. L’energia eolica, quella solare sono a basso costo, anzi concorrenziali sia con il petrolio, ma anche con il gas naturale.

I governi centralizzati, sorti per rispondere alle necessità poste dalla Seconda rivoluzione industriale fondata sui combustibili fossili, sono forme di governo inadeguato per rispondere alla nuova fisionomia planetaria. La shared economy nasce dalla condivisione, dalla cooperazione, dall’unione delle forze. È flessibile, si muove in verticale e in orizzontale, ed è veloce.

Ci sono già numerosi esempi di città smart, di shared economy, ci sono buoni esempi anche in Francia dove i mezzi di trasporto pubblico sono totalmente green, dove gli edifici sono smart.

La terza Rivoluzione industriale. Una chiacchierata con Jeremy Rifkin

La biosfera non conosce confini. Il pianeta è un pianeta acqueo, l’ecosistema non sta al passo con questa nuova normalità che ci circonda fatta di incendi, di inondazioni, di bombe d’acqua. Le nuove generazioni lo capiscono di più delle vecchie. Infatti

«sempre più giovani diventano vegetariani o vegani, e presto questo non sarà più solo una questione di scelte».

 

Come non è più una questione di scelte nemmeno la posizione politica:

«non si tratta di scegliere per chi votare. Nessun governo centrale può farcela. La vecchia struttura non funziona più, occorre agire, ciascuno in parte, tutti uniti e in modo non violento».

 

Alla Terza rivoluzione industriale, fondata sulla condivisione, sull’unione, su internet, quello delle cose, delle comunicazioni, della mobilità, sembra che manchi solo, per così dire, un internet delle coscienze che ponga le fondamenta per questo nuovo mondo che sta già nascendo.

 

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Un Green New Deal globale non vuole essere un vademecum morale o etico, le intenzioni di Jeremy Rifkin sono quelle di fornire gli strumenti per attuare questa rivoluzione industriale. L’allarmismo è utile nella misura in cui accelera la comprensione di un sistema, comprensione che, a sua volta, permette di «delineare i problemi e le opportunità».


Per la prima foto, copyright: Wexor Tmg su Unsplash.

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