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“La Terapia” di Sebastian Fitzek

“La Terapia” di Sebastian FitzekCi sono dei romanzi scritti come se fossero castelli fatti di carte: piano piano si costruiscono i vari piani, si aggiungono i pezzi e si arriva in cima.

Ma l'attesa non è per l'ultima carta che verrà messa, bensì per il colpo di vento del finale.

Reggerà o non reggerà?

“La terapia” di Fitzek si autoproclama portatore di un nuovo genere letterario: lo psycothriller!

Da quello che invece si registra già dalle prime pagine si sta assistendo a niente di più che un giallo moderno ambientato nel mondo della psichiatria.

Lo stimato psichiatra Viktor Larenz viene sconvolto dalla scomparsa di sua figlia, affetta da una misteriosa malattia che la sta portando alla morte, e ciò comporterà la distruzione della sua vita ordinaria. Dopo il prologo la storia viene ambientata quattro anni dopo la scomparsa della figlia, quando Viktor rimane bloccato su di un isola di villeggiatura da una tempesta. Improvvisamente alla sua porta bussa una certa Anna Spiegel, una donna che chiede di essere curata personalmente da lui e che sembra portare dentro di sé qualche informazione sulla figlia scomparsa.

Il primo appunto su questo libro sono i personaggi: non appassionano e non si fanno amare. Sono delle figure di cartone stereotipate che si muovono come su dei binari conosciuti da qualsiasi persona abbia visto almeno un paio di film dell'orrore made in Hollywood.

La paziente, il dottore, il dramma familiare.

Quante volte abbiamo visto rimescolate queste tre componenti? In tutte le salse.

Ci sono libri e film che sostanzialmente hanno ottenuto un ottimo risultato e che erano ambientate in questo mondo che ha enormi potenzialità. Ciò che può fare la mente umana, quello che può creare è in potenza infinito.

Quando tutta la storia è affidata ai protagonisti, in questo caso il dottore e la paziente Anna, e alle loro elucubrazioni mentali non basta avere un personaggio mediocre, ci vuole qualcosa di completo. Se si è deciso di prendere uno psichiatra e una paziente scrittrice ci devono essere delle motivazioni e far ritornare questa scelta nella storia, mentre questi due sono intercambiabili con qualsiasi professione, genere o sottospecie animale e vegetale.

Quello che si legge fra le righe del libro di Fitzek è il solito copione senza nessun colpo di scena efficace o qualcosa di originale che possa farlo ricordare nell'immenso mare che è la letteratura.

Anche l'ambientazione non incide sulla funzionalità del racconto. Berlino è un fantasma sullo sfondo e l'isola in cui Viktor si stabilisce è insignificante

Parlando del finale, sarebbe anche interessante, se solo non lo si cominciasse ad intuire a metà della lettura e togliendo persino l'unico punto di forza di questo genere: il celebre “Oh, cacchio. Non me lo aspettavo!”.

Resoconto finale?

Sebastian Fitzek non ha inventato nessun nuovo genere chiamato Psycothriller (e se mai esistesse questa categoria di certo non è quella in cui racchiuderei questo libro), la trama è banalmente intuibile, i protagonisti mosci e insipidi.

Se come diceva aforisticamente il marchese Luc de Clapiers “criticare uno scrittore è facile e il difficile è apprezzarlo”, beh, io preferisco di gran lunga un'altra citazione che racchiude ciò che ho provato durante tutta la lenta lettura che ha accompagnato queste 320 pagine e sono parole di una famosa scrittrice e poetessa americana chiamata Gertrude Stein (famosa per il ritratto che le fece Picasso).

La frase recita più o meno così:

“Uno scrittore deve avere uno stile. Oggi è la cosa principale. Bisogna distruggere tutti i vecchi modi di sentire le cose, di vederle, di dirle.”

 

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