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“La storia delle api” di Maja Lunde, in anteprima il primo capitolo

“La storia delle api” di Maja Lunde, in anteprima il primo capitoloEsce oggi in libreria La storia delle api di Maja Lunde.

Edito da Marsilio nella traduzione di Giovanna Pateriniti, il romanzo ruota intorno a un interrogativo inquietante: e se le api scomparissero cosa accadrebbe? Maja Lunde prova ad analizzare le conseguenze di un tale disastro ambientale in un racconto che procede per salti temporali orchestrati alla perfezione. E così le storie del biologo William, vissuto intorno alla metà dell’Ottocento, s’intersecano con quelle di George che nel primo decennio del Duemila prova ad arginare un’inspiegabile moria di api e con le vicende di Tao che nel 2098 tenta di riportare le api in Cina.

Ben presto le api diventano il sogno e l’ossessione dei tre protagonisti fino a isolarli dai loro cari e da tutti quanti li circondano, costringendoli a vivere situazioni che sono ben lontane dal contesto armonico degli alveari.

La tematica ambientale dunque diventa motivo per analizzare qualcosa anche di diverso e che riguarda ognuno di noi e le nostre passioni, quando queste arrivano a dominarci al punto da farci agire come William, che spinto dal sogno dell’arnia perfetta non si occuperà più della sua famiglia, come George che pretende dal figlio che diventi apicoltore e abbandoni il suo progetto di dedicarsi alla letteratura, e come Tao che costringerà se stessa e il marito a usare l’unica ora libera al giorno per portare a termine il progetto di far rivivere le api tra i fiori cinesi.

 

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Qui di seguito riportiamo in anteprima il primo capitolo di La storia delle api, su gentile concessione dell’editore.

 

Tao

Distretto 242, Shirong, Sichuan, 2098

 

Come uccelli troppo cresciuti ci tenevamo in equilibrio ognuno sul proprio ramo, con un contenitore di plastica in una mano e un pennello di piume nell’altra.

Mi arrampicai più in alto, con la massima prudenza. Non ero tagliata per questo mestiere, non ero come molte delle altre donne della squadra, i miei movimenti spesso si rivelavano troppo bruschi, mi mancava la motricità fine e la precisione manuale che l’attività richiedeva. Non faceva per me, ma dovevo comunque lavorare qui, ogni giorno, dodici ore al giorno.

Gli alberi erano vecchi quanto un’intera vita. I rami, fragili come vetro sottile, scricchiolavano sotto al nostro peso. Mi girai con circospezione, non dovevo danneggiare la pianta. Misi la gamba destra su un ramo un po’ più in alto e, con cautela, tirai su anche l’altra. Finalmente trovai una posizione di lavoro sicura, scomoda ma stabile. Da qui sarei riuscita ad arrivare ai fiori più in alto.

Il piccolo contenitore in plastica era pieno di oro vaporoso, scrupolosamente pesato e distribuito a ognuna di noi all’inizio della giornata lavorativa, in dosi esattamente uguali. Con leggerezza cercavo di trasferirne invisibili quantità dal contenitore all’albero. Ogni singolo fiore doveva essere impollinato con un piccolo pennello di piume di gallina, galline selezionate proprio a quello scopo. Nes suna piuma di fibre artificiali era risultata essere così efficace, nemmeno lontanamente. Ne avevano testate parecchie, più e più volte, di tempo ne avevano avuto, nel mio distretto era una tradizione radicata da più di cent’anni.

Le api qui erano scomparse già negli anni Ottanta del Novecento, molto prima del Collasso, erano stati i pesticidi a ucciderle. Alcuni anni più tardi, dopo la proibizione del loro utilizzo, le api erano tornate, ma a quel punto l’impollinazione manuale si era già diffusa. I risultati miglioravano anche se richiedevano un’incredibile quantità di persone, di mani. E così, quando si era verificato il Collasso, il mio distretto godeva già di un vantaggio competitivo. Avevamo inquinato più di tutti gli altri e questo ci aveva ripagato. Da pionieri nell’inquinamento eravamo infatti diventati pionieri nell’impollinazione manuale. Un paradosso ci aveva salvato.

Mi allungai il più possibile, ma non riuscivo comunque ad arrivare ai fiori in cima. Stavo per rinunciare, ma sapevo che sarei stata punita, e così tentai di nuovo. La paga ci veniva decurtata se consumavamo il polline troppo in fretta. E ci veniva decurtata se utilizzavamo troppo poco polline. Era un lavoro dal risultato invisibile, il nostro. Quando alla fine della giornata scendevamo dagli alberi, le uniche testimonianze delle nostre fatiche erano delle X in gesso rosso sui tronchi, l’ideale era arrivare almeno a quaranta ogni giorno. Solo quando fosse arrivato l’autunno e gli alberi fossero stati carichi di frutti, si sarebbe visto chiaramente dove era stato fatto un buon lavoro. Ma a quel punto noi ci eravamo dimenticate da tempo chi aveva impollinato quale albero.

Oggi ero stata assegnata al Settore 748. Quanti fossero in totale non avrei saputo dirlo. Il mio gruppo era solo uno di centinaia. Con quegli abiti da lavoro beige diventavamo indistinguibili, proprio come gli alberi. Mai sole, sempre in gruppo, quassù sulle piante, oppure mentre camminavamo seguendo le tracce degli pneumatici da un settore all’altro. Solamente fra le mura dei nostri piccoli appartamenti potevamo starcene per conto nostro, poche, brevi ore al giorno. Per il resto la nostra vita era tutta qui fuori.

C’era silenzio. Non era permesso parlare mentre si lavorava. Si sentivano solo i nostri cauti spostamenti sugli alberi, qualche debole schiarirsi la gola, qualche sbadiglio, il frusciare degli abiti da lavoro contro i tronchi. E a volte il suono che tutti noi avevamo imparato a detestare – un ramo che scricchiolava, e nel peggiore dei casi si rompeva. Un ramo spezzato significava meno frutti e un’ulteriore ragione per decurtarci la paga. Per il resto si sentiva solo il vento, insinuarsi fra i ramoscelli, lambire i fiori, scivolare sull’erba.

Soffiava da sud, dal bosco. Il bosco era cupo e selvaggio in confronto agli alberi da frutto fioriti di bianco e ancora senza foglie, ma fra poche settimane sarebbe diventato una rigogliosa barriera verdeggiante. Noi non ci andavamo mai, non avevamo mansioni da svolgere lì. Anche se ultimamente girava la voce che lo avrebbero distrutto per farne una piantagione.

“La storia delle api” di Maja Lunde, in anteprima il primo capitolo

Una mosca arrivò ronzando da quella direzione, uno spettacolo inconsueto. Erano giorni che non vedevo un uccello, erano sempre meno, anche loro. Davano la caccia ai pochi insetti rimasti, e pativano la fame, come il resto del mondo.

Poi un suono penetrante squarciò il silenzio. Il fischio proveniva dai prefabbricati dell’amministrazione, era il segnale della seconda e ultima pausa della giornata. Mi resi conto all’improvviso di avere la gola arsa.

 

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Le mie compagne di lavoro e io scendemmo in massa dagli alberi. Le altre donne avevano già iniziato a chiacchierare, quel cacofonico cicaleccio si attivava come un interruttore che veniva girato non appena si poteva.

Io non parlavo, ero concentrata sullo scendere lenta mente, sul riuscire a toccare terra senza spezzare alcun ramo. E ci riuscii. Pura fortuna. Ero maldestra, goffa, avevo lavorato qua fuori abbastanza a lungo da rendermi conto che non sarei mai diventata brava in questo mestiere.

Posata accanto al tronco c’era la borraccia in metallo, tutta graffiata dall’uso. La presi e bevvi d’un fiato. L’acqua era tiepida, sapeva di alluminio, e quel retrogusto mi spinse a bere meno di quanto avessi effettivamente bisogno.

Due giovani vestiti di bianco della Commissione Commercio e Industria distribuirono dei contenitori riutilizzabili con il secondo pasto del giorno. Mi sedetti da sola, appoggiai la schiena al tronco di un albero e aprii il mio. Il riso era mescolato a chicchi di mais, oggi. Ne assaggiai un boccone. Era un po’ troppo salato, come sempre, insaporito con peperoncino e soia prodotti artificialmente. Era da molto che non assaggiavo un pezzo di carne. Il foraggio avrebbe richiesto un’eccessiva estensione di terreno coltivabile, oltretutto la maggior parte del foraggio tradizionale esigeva impollinazione. Gli animali non valevano il nostro scrupoloso lavoro artigianale.

Il contenitore era vuoto, ma io non ero ancora sazia. Mi alzai e andai a posarlo nel cesto di raccolta. Poi corsi un po’ sul posto. Lassù sulle piante le gambe dovevano stare sempre ferme nella stessa posizione ed erano stanche e irrigidite. Ero tutta un formicolio, non riuscivo a stare ferma.

Non ottenni grandi miglioramenti. Mi guardai rapida intorno. Nessun membro della direzione prestava attenzione a noi. Mi sdraiai velocemente per terra, avevo proprio bisogno di distendere un po’ la schiena dolente.

Chiusi gli occhi per un istante. Cercai di allontanare da me le voci delle altre donne della squadra. Di concentrarmi piuttosto su come quel chiacchiericcio aumentava e diminuiva di intensità. Tutto questo bisogno di parlare contemporaneamente in così tante da dove veniva? Le al tre avevano iniziato a farlo fin da piccole. Ore e ore di conversazioni di gruppo in cui il tema aveva sempre un minimo comune denominatore e non si approfondiva mai niente davvero. Eccetto forse quando l’oggetto delle chiacchiere era assente.

Io preferivo le conversazioni a quattr’occhi. O anche la mia stessa compagnia. E quando lavoravo, quasi esclusivamente quest’ultima. A casa avevo Kuan, mio marito. A dire il vero non erano le lunghe conversazioni a unirci. I riferimenti di Kuan erano il qui e l’ora, lui era uno concreto, non anelava alla conoscenza, a qualcosa di più. Ma fra le sue braccia io trovavo pace. E poi avevamo Wei-Wen, il nostro piccolo di tre anni. Di lui parlavamo.

Proprio quando quel chiacchiericcio come una ninnananna mi stava facendo assopire, ecco che di colpo si interruppe. Tacevano tutte.

Mi tirai su a sedere. Le altre della squadra guardavano verso la strada.

Il gruppo seguiva le tracce degli pneumatici avvicinandosi a noi.

Non avevano più di otto anni, riconobbi molti di loro, li avevo visti nella scuola di Wei-Wen. Indossavano tutti gli stessi abiti da lavoro, quelle stesse divise sintetiche di colore beige che portavamo anche noi, e camminavano rapidi nella nostra direzione, per quanto le loro gambette glielo permettessero. A sorvegliarli e guidarli due adulti. Uno davanti e uno dietro. Entrambi dotati di voci possenti con cui li correggevano ininterrottamente. Senza sgridarli, però, le comunicazioni venivano date con voce calda e comprensiva. Perché, anche se i bambini ancora non avevano compreso fino in fondo che cosa li aspettava, gli adulti ne erano perfettamente consapevoli.

I bambini camminavano mano nella mano, coppie scompagnate, i più alti con i più bassi, i più grandi si prendevano cura dei piccoli. L’andatura era irregolare, disorganizzata, ma le mani le tenevano ben strette come se fossero state incollate. Forse erano stati severamente istruiti a non separarsi.

 

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I loro sguardi si posavano su di noi, sugli alberi. Curiosi, qualcuno socchiudeva gli occhi, inclinava la testa di lato. Come se fosse stata la loro prima volta qui, anche se erano cresciuti tutti in questo distretto e l’unica natura che conoscevano erano le infinite schiere di alberi da frutto contro l’ombra del bosco rigoglioso verso sud. Una bambina bassa di statura mi guardò a lungo, con quei suoi occhi grandi e un po’ troppo ravvicinati. Sbatté le palpebre un paio di volte, poi tirò su col naso, rumorosamente. Teneva per mano un bimbo magro, che sbadigliò senza vergogna, senza portarsi alla bocca la mano che gli restava libera, assolutamente ignaro del fatto che il suo viso si fosse deformato in un’enorme bocca spalancata. Non sbadigliava per noia, era troppo piccolo, sbadigliava per mancanza di cibo che portava alla spossatezza. Una bambina esile e alta accompagnava un bambino piccolo che respirava pesantemente dal naso tappato, con la bocca aperta. La bambina alta di statura se lo trascinava dietro tenendo il viso rivolto al sole, strizzava gli occhi e arricciava il naso, ma continuava a restare in quella posizione, come se avesse voluto prendere un po’ di colore, o forse attingere un po’ di energie.

Arrivavano ogni estate, i nuovi bambini. Ma erano sempre stati così piccoli? Che fossero diventati più piccoli?

No. Avevano otto anni. Come al solito. Avevano finito la scuola. Scuola per modo di dire... Imparavano i numeri e qualche carattere, questo sì, ma per il resto la scuola non era altro che una forma di sostentamento regolamentato. Sostentamento e preparazione alla vita qua fuori. Esercitazioni per imparare a stare seduti a lungo in silenzio. Tutti seduti, fermi. In silenzio, così, bravi. E gli esercizi per sviluppare la motricità fine. Annodavano tappeti dall’età di tre anni. Le loro piccole dita erano ideali per realizzare disegni particolarmente elaborati. Esattamente come adesso erano perfette per lavorare qui.

I bambini ci oltrepassarono, girarono i loro visi altrove, in direzione degli alberi. E proseguirono verso un altro settore. Il bambino sdentato inciampò, ma la bambina alta di statura lo tenne forte per la mano e riuscì a evitare che cadesse.

I bambini si allontanarono fino ad annegare fra gli alberi, scomparendo alla nostra vista.

“La storia delle api” di Maja Lunde, in anteprima il primo capitolo

«Dove vanno?» chiese una donna della mia squadra di lavoro.

«Andranno al Settore 49 o al 50» le rispose un’altra. «Non hanno ancora iniziato là.»

Sentii lo stomaco contrarsi. Dove sarebbero andati, in quale Settore, non contava niente. Quello che importava davvero era che cosa sarebbero andati a fare...

Dai prefabbricati dell’amministrazione un nuovo fischio. Tornammo ad arrampicarci sugli alberi, io mi muovevo lentamente, ma il mio cuore batteva forte. Non è che i bambini fossero diventati più piccoli, no. Era Wei-Wen che stava crescendo. Fra cinque anni ne avrebbe compiuti otto. Fra cinque anni sarebbe stato il suo turno. Quelle mani operose valevano più che in qualunque altro posto.

Quelle piccole dita erano già state calibrate per questo tipo di lavoro.

Bambini di otto anni, di giorno all’aperto e di notte dentro casa, piccoli corpi irrigiditi sugli alberi. Nemmeno un’infanzia potevano avere, io e i miei coetanei l’avevamo avuta, eravamo andati a scuola fino ai quindici anni.

Una non-vita.

Mi tremavano le mani mentre sollevavo il contenitore in plastica dentro cui c’era quella preziosa polvere. Dovevamo lavorare tutti per procurarci il nutrimento, ci dicevano, per coltivare il cibo di cui noi stessi ci saremmo alimentati. Tutti dovevano contribuire, bambini inclusi. Perché a chi giova un’istruzione quando le scorte di cereali scarseggiano? Quando le razioni diminuiscono di mese in mese? Quando si va a letto affamati la sera?

Mi voltai per raggiungere il fiore dietro di me, ma questa volta il movimento che feci fu troppo brusco. Urtai un ramo di cui non mi ero accorta, persi l’equilibrio all’improvviso e mi appoggiai pesantemente dalla parte opposta.

Ed ecco. Quel rumore secco che eravamo arrivate a detestare. Il suono di un ramo che si spezzava.

Il supervisore si precipitò da me. Alzò gli occhi verso l’albero, valutò i danni senza dire una parola. Scrisse rapida qualcosa sul suo blocchetto, poi se ne andò.

Il ramo non era né lungo né robusto, ma sapevo comunque che tutto il guadagno extra di questo mese era andato in fumo. I soldi destinati al barattolo di latta che tenevamo nella credenza in cucina, in cui mettevamo ogni singolo yuan di cui potevamo fare a meno, erano svaniti.

Inspirai a fondo. Non dovevo pensarci. Non dovevo fare altro che andare avanti. Sollevare la mano, intingere il pennello nel polline, passarlo con cautela sopra ai fiori, sfiorandoli come se fossi stata un’ape.

Evitai di guardare l’orologio. Sapevo che non mi sarebbe stato d’aiuto. Sapevo anche che per ogni fiore su cui passavo leggera il pennello di piume, la sera si avvicinava. E si avvicinava quell’unica breve ora che avevo ogni giorno a disposizione per stare con il mio bambino. Quella breve ora era tutto quello che avevamo e in quella breve ora io avrei forse potuto fare la differenza. Piantare un seme, che gli avrebbe dato la possibilità che a me non era mai stata concessa.

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