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La storia dell'umanità è una storia di nomadismo. “La terra promessa” di Matteo Righetto

La storia dell'umanità è una storia di nomadismo. “La terra promessa” di Matteo RighettoLa Jole di Matteo Righetto parte per La terra promessa. La ragazza inconfondibile del romanzo contemporaneo, quella con l’articolo determinativo nel nome e una determinazione travolgente nel carattere, in questo terzo volume della Trilogia della patria – edito, come i precedenti, da Mondadori –, s’imbarca nel viaggio più lungo e impervio: quello che ricongiunge il passato con il futuro.

Le montagne di Nevada e le coltivazioni di tabacco della Val Brenta si dissolvono nella scia tracciata sulla superficie del mare da una nave di migranti che, nel novembre del 1898, salpa dal porto di Genova per raggiungere il Messico. I contorni fisici dei rilievi montuosi si allontanano sulla mappa, ma non dal cuore e dalla memoria dei protagonisti: i loro pensieri, come la stiva della San Cristoforo, trasportano un passato dolente, fatto di perdita, di fame, di miseria, di torti subìti. L’unica certezza riguarda ciò e chi non esiste più: assenze sbrecciate come le ferite che lasciava sulla pelle il San Pietro, il fucile con cui la Jole ha imparato dal padre a sparare, in un tempo che ora sembra definitivamente scaduto: l’adolescenza. La ragazza e il fratellino Sergio sono gli unici superstiti della famiglia De Boer e di una civiltà costretta dalla penuria economica a tentare la sopravvivenza altrove. L’altra sorella, Antonia, ha preferito mettere il portone di un convento tra sé e la brutalità del mondo. Per la Jole scocca l’ora letteraria definitiva del Bildungsroman, l’idea del romanzo di formazione cara a Righetto fin da La pelle dell’orso. E se la ragazza ha fatto la scorza dura nelle situazioni estreme, affrontate nei due volumi precedenti – L’anima della frontiera e L’ultima patria – e ha perlustrato ogni meandro di quel terreno scosceso che è la vendetta (sogna di vedere i cattivi «vomitare non solo il loro sangue, ma anche quello di tutte le loro vittime» ), l’accesso alla vita adulta avverrà esercitando la riflessione, la comprensione e l’attesa, con tutto il suo carico di pazienza. Il lunghissimo viaggio verso La terra promessa sarà soprattutto un viaggio attraverso la presa di coscienza del dolore, «che si può alleviare solo prendendosi cura di quello altrui, che spesso è molto più amaro», e mediante l’elaborazione della nostalgia, dello straniamento e, infine, dell’amore in tutte le sue dimensioni. Quell’amore di cui «non ci si deve mai vergognare», perché è «epico. Biblico. Ma soprattutto: misericordioso».

 

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Il vortice dell’azione si placa, dunque, in questo libro. I corpi dei migranti si consegnano alla traversata dell’Oceano, e rimangono per lunghe settimane quasi immobili nella pancia della nave. Ciò che turbina sono i pensieri: la paura, l’incertezza, l’ignoto non smettono di agitare fantasmi intorno a loro. La morte è una presenza costante; sono in molti a non farcela, a soccombere alle malattie contagiose. Alla Jole «sembrava di respirare acqua torbida». La stessa che, poco più di cent’anni dopo, vediamo respirare ad altri esseri umani, che arrivano sulle nostre coste fuggendo dalle stesse intemperie che la vita, in altri momenti, ha riservato a noi. La terra promessa non smette di ricordarci che la storia dell’umanità è fatta di nomadismo, e che chiedersi «E noi dove andremo?» è una domanda per tutti, senza distinzioni geografiche né sociali. Sulla risposta rimangono sospese le note del cuco che Sergio suona ogni volta che il senso dell’umano sembra sul punto di perdersi. Una musica che punge le coscienze, molto più che l’udito.

La storia dell'umanità è una storia di nomadismo. “La terra promessa” di Matteo Righetto

Non è un caso che le tre parti che strutturano il libro siano cucite insieme dal racconto di una confessione. Una confessione in un confessionario, con un prete, non una rivelazione narrativa. La resa dei conti, per la protagonista, non passa più dal desiderio di «sparare in faccia ai bastardi schifosi», ma dall’impellenza di ricevere risposte utili: «Lasci stare tutte quelle parole a vuoto; cosa devo fare per non penare?», sbotta la Jole con don Diego, mentre cerca di trovare definizione a quell’«essere costretti ad abbondonare la propria terra». Quando i confini del mondo si capovolgono e ti spellano vivo, non esistono parole per dar voce a ciò che sta accadendo, a dare un senso al ribaltamento. Esilio è un termine che buona parte degli emigranti di ieri – e, probabilmente, anche di oggi – non conoscevano, non conoscono. Dover fare l’esperienza della terra promessa significa definire un nuovo campo semantico, che contenga l’indicibile e l’intraducibile, che risponda in modo convincente alla domanda che non immaginavamo di dover fare, un giorno: «E noi dove andremo?». C’è da dare una nuova definizione a tutta la realtà che ci circonda: la Jole e Sergio vedranno per la prima volta il mare, quell’acqua scura e profonda che inghiotte chi muore sulla nave, eppure «così simile al cielo», un nuovo elemento di cui imparare a fidarsi. E dovranno domesticare la propria anima dei boschi in quel paesaggio del Messico piatto e caldissimo, apparentemente privo di montagne come di vie di scampo, claustrofobico e arido, anche se, confessa la Jole, «dentro di me piove così tanto che perfino i miei segreti sono alluvionati. Non è rimasto niente, tutto è stato travolto dall’acqua torbida». Lo scenario esterno determina quello interno dei personaggi, ed è sul filo di questo rasoio di sentimenti, in bilico tra la perdita assoluta e l’urgenza di ricostruzione di un’identità, che Righetto assembla la scena culminante del romanzo, dopo averne preparato il terreno disseminandolo di prodromi quasi impercettibili eppure esplosivi: una tecnica in cui è abilissimo.

La ricostruzione della dignità della persona è anche linguistica: La terra promessa è, di nuovo, palestra di uno stile di scrittura, in cui la lingua muta insieme agli ambienti dove i personaggi vivono. Sobrietà e continenza verbale contraddistinguono il modo di narrare dell’autore, ma se ne L’anima della frontiera questi tratti racchiudevano le parole e i modi preziosi e ormai arcani di un mondo sul punto di scomparire, ora anche la barriera linguistica crolla: il veneto dell’altopiano di Asiago trova, attraverso l’italiano, un punto di contatto con lo spagnolo della terra promessa, e la comprensione diventa una colorita osmosi. Impossibile non pensare che oggi, tra il Messico e gli Stati Uniti, anche l’uso dello spanglish è l'espressione più immediata del mescolarsi della lingua dell’intimità, della famiglia, della nostalgia e del ricordo con quella dell’ambito professionale, con cui ci si guadagna il pane. La grande campana per il campanile della chiesa, che nelle ultime tappe accompagna la Jole, Sergio e gli altri migranti a Laredo, nello stato di Sonora, destinazione finale del loro viaggio, è la metafora della capacità di accoglienza delle lingue, di tutte le lingue. L’embrione di ogni cittadinanza.

La storia dell'umanità è una storia di nomadismo. “La terra promessa” di Matteo Righetto

Il libro è segnato dalla perdita e separazione di genitori, figli, fratelli, amici, luoghi. Il viaggio di chi emigra è piagato dalla fatica e dalla paura, ma soprattutto dal sopruso e dalla violenza degli intermediari, dei doganieri, dei centri di accoglienza. Righetto narra con voce apparentemente locale un dolore universale, che mette buona parte dell’umanità in una specie di quarantena morale e riguarda allo stesso modo le valli venete di fine Ottocento, il Governo di Trump o quello italiano gialloverde nel ventunesimo secolo. Uno dei meriti del romanzo è che sia una ragazza, insieme ad altri ragazzi come lei, a scardinare con la propria volontà di riscatto quel «confine tra corone d’oro e corone di spine» che è la frontiera, e che questo varco si apra sia per i lettori adulti che per i giovani. Questo è un testo essenziale per le scuole, senza dubbio, e ben può rappresentare il movimento Riprendiamoci la storia partendo dall’emozione di come la si racconta, così come ha auspicato proprio in questi giorni la senatrice Liliana Segre.

 

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Gli scrittori, le loro storie, non hanno il compito di formulare predizioni per il futuro, ma di consegnarci al dubbio, e quindi alla capacità di porre domande a noi stessi. «E se non finisse mai, questo viaggio?», si chiede la Jole, quando La terra promessa le appare irraggiungibile. Chi è stato emigrante una volta, lo sarà per sempre, scriveva Miguel Delibes. Anche Matteo Righetto ne sembra convinto.


Per la prima foto, copyright: Wonderlane su Unsplash.

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