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La storia del guardiano della collina dei ciliegi

La storia del guardiano della collina dei ciliegiOgnuno ha il suo modo di sfogarsi; lo sa bene Shizo Kanakuri, protagonista de Il guardiano della collina dei ciliegi (pubblicato da Fazi Editore) e runner ante-litteram.

Nato a Tamana, nel sud del Giappone, Shizo cresce in una famiglia rigida e anaffettiva. Unica preoccupazione dei genitori è il lavoro: il commercio per la madre, le mansioni di funzionario imperiale per il padre. In quest’ambiente claustrofobico e stakanovista emerge, in positivo, la figura di Shizo che, contrassegnata da un vitalismo tipicamente infantile, si stacca dalle opprimenti pareti domestiche, fatte di economia e politica, per guadagnarsi un suo spazio: il bosco.

 

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Attraverso l’abilità narrativa di Franco Faggiani ripercorriamo la conquista della libertà di un bambino che, di falcata in falcata, “solca” un suo spazio fra gli alberi.

Libero dalle imposizioni familiari, Shizo trova un modo tutto suo di esprimersi: «lo scatto del colibrì». In questo moto perpetuo degli arti si annulla la negatività del distacco familiare e trova spazio una passione: la corsa, l’unico modo per contrastare le inibizioni genitoriali e dare vita a un proprio “modo d’essere”.

Questo per poco tempo, però. A vent’anni le aspettative paterne si fanno sempre più pressanti, fino a concretizzarsi in un ordine secco: lasciare la casa di famiglia – ma soprattutto il bosco – per studiare in città e dare lustro alla nazione. A questo futuro già scritto, Shizo va incontro con rassegnazione e disincanto, cercando di dimenticare la corsa.

La storia del guardiano della collina dei ciliegi

È solo per un ritardo che le gambe di Shizo riprendono il ritmo del corridore, nel tentativo di raggiungere l’aula in cui gli verrà insegnato «come diventare suo padre»: un funzionario imperiale, fermo tra le sue carte.

A guardare questa sua inedita falcata, quella della «cicogna che sta per spiccare il volo», c’è un istruttore che, accortosi del suo potenziale, non perderà occasione per irreggimentare la sua corsa in qualcosa di fisso, la maratona: 42 km netti.

Il risultato? La corsa può proseguire, ma in una forma definita e con aspettative, se possibile, ancora più pressanti di quelle genitoriali. Il Giappone lo vuole infatti arruolare nelle file degli atleti per le Olimpiadi svedesi del 1912, in una tensione per la supremazia che, di lì a pochi anni, si sarebbe trasformata nella prima guerra mondiale.

Così la corsa, una passione liberatoria, diventa un compito da svolgere, un lavoro in effetti non molto diverso da quello che ossessionava i genitori.

«Cosa volete da me? Io non ero nessuno, solo un ragazzo solitario che amava correre per i boschi intorno a un piccolo villaggio. Voi mi avete manipolato, corrotto nell’animo, voi avete soffiato il vento nella mia vela e mi avete spinto alla deriva.»

 

Di fronte alla nuova costrizione, non stupisce che le Olimpiadi non siano il trionfo auspicato dal Giappone nazionalista, ma un fallimento o, per dirla con Freud, un “atto mancato”.

A pochi chilometri dell’arrivo, infatti, Shizo decide di fermarsi per bere. Tuttavia – per ragioni che potrebbero persino essere ricondotte a un inconscio ed estremo rifiuto di assoggettarsi al volere altrui – la breve sosta si trasforma in un lungo sonno, cui segue un risveglio traumatico: il trionfo è sfumato, la fiducia dell’imperatore delusa, la famiglia disonorata.

A questo punto, il maratoneta decide di rinunciare per sempre alla sua identità. Rinnega il suo nome per assumerne un altro, si nasconde per lungo tempo, fino a trovare un rifugio nel nord del Giappone, dove, cercando di espiare la sua colpa, da uomo “sempre in moto”, diventa un cultore della fissità: il guardiano della collina dei ciliegi del titolo, appunto. Gli alberi, che in giovinezza superava a tutta velocità, diventano lo sfondo di una vita destinata all’immobilità dell’eremita, alla lentezza misurata, dove la corsa è bandita e i movimenti sono solo quelli funzionali al benessere dei ciliegi di cui si cura.

La storia del guardiano della collina dei ciliegi

Franco Faggiani realizza così un romanzo fondato su un’architettura geometrica, fatta di opposizioni (adolescenza-maturità, forze istituzionali-slancio individuale, moto-staticità) dove è evidente l’artificio romanzesco e il distanziamento dal vero.

Eppure, dietro a questa scrittura calibrata, che ammicca al lettore, c’è anche qualcosa che nulla ha a che fare con il fittizio: un’insospettabile storia vera.

Nella postfazione di questo suo secondo libro, infatti, Faggiani dichiara di aver preso ispirazione dalla biografia di Shizo Kanakuri, atleta olimpico mancato. Nel leggere la storia di quest’uomo, scopriamo che, in effetti, c’è una consistente – ma non totale – corrispondenza fra i fatti narrati da Il guardiano della collina dei ciliegi e quanto realmente accaduto.

«Questo romanzo è un’opera di fantasia e non una biografia di Shizo Kanakuri […] Le vicende narrate hanno preso solo spunto da alcuni eventi principali della sua vita.»

 

Questa dichiarazione si potrebbe giustificare come dovuta alla necessità – ammessa dallo stesso autore – di trovare un riempitivo a tutto ciò che, di quella vita, non si sa e mai si saprà. Malgrado le ricerche compiute, infatti, è comprensibile siano rimasti dei punti oscuri che il narratore, anelando alla completezza, doveva riempire con lafantasia.

 

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Questi riempitivi a una “memoria mancante” si vedono nelle strutture geometriche prima menzionate, nel lirismo di alcuni punti e nelle ampie descrizioni paesaggistiche in cui Faggiani infonde la sua sensibilità naturalistica nel personaggio. Personaggio, non persona, è dunque la parola chiave che ci sentiamo di associare a Shizo Kanakuri. E proprio in questo suo essere ispirato al vero, eppure pieno di piacevoli finzioni, c’è quel quid che dà davvero qualcosa in più al lettore che, in questa mescolanza di realtà e invenzione, si confronta con una figura che, proprio in quanto personaggio “più grande della vita”, consente di vivere la sua storia con lui e non semplicemente leggere di lui.


Per la prima foto, copyright: Annie Spratt su Unsplash.

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