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La storia dei bambini proibiti. Quando a emigrare eravamo noi

La storia dei bambini proibiti. Quando a emigrare eravamo noiNoi italiani siamo stati e siamo tuttora un popolo di emigranti, costretti ad abbandonare l’Italia per trovare lavoro. E se oggi si guarda soprattutto a Londra, un tempo paesi come la Germania, il Belgio, la Francia erano quasi all’ordine del giorno nelle conversazioni di chi aveva un parente a lavorare fuori. Tra questi paesi c’era anche la Svizzera che “accolse” non pochi italiani, come manodopera da impiegare in vari settori.

Proprio la Svizzera concretizzò un divieto che già all’epoca dovette apparire disumano a chi lo subì: agli emigranti italiani era impedito di portare con sé i propri figli. Chi avesse trasgredito sarebbe stato cacciato dai confini elvetici. È così che molti italiani costrinsero i loro figli piccoli a vivere nascosti, rinchiusi in soffitte o cantine, senza contatti con il mondo esterno.

A raccontare la storia dei bambini proibiti è ora Nicoletta Bortolotti in un romanzo appena pubblicato da HarperCollins Italia.

Chiamami sottovoce cerca di ridare voce e spazio a una storia che merita di essere raccontata perché getta una luce più chiara su quello che sta accadendo oggi e su ciò di cui un po’ siamo responsabili anche noi.

 

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Chiamami sottovoce tocca un argomento spinoso e molto difficile. Perché la scelta di raccontare la storia dei bambini proibiti?

Sono nata a Lugano da madre svizzera. Mio nonno, medico condotto nelle Alpi ticinesi, aveva acquistato una casa dalle persiane rosse in Valle Leventina, che affaccia sul San Gottardo. Lì ho trascorso le estati e gli inverni della mia infanzia e, ora, è il luogo di vacanza dei miei figli. All’epoca non sapevo dei bambini nascosti.

Quando nel 2008 lessi un articolo di Gian Antonio Stella relativo alla drammatica vicenda dei lavoratori stagionali emigrati dall’Italia (ma anche dalla Spagna, dal Portogallo, dalla Grecia, dalla Turchia…) che non potevano portare con sé la famiglia, e dei figli lasciati negli orfanotrofi di frontiera o nascosti in cantine e soffitte, ne fui molto colpita. Nessuno me ne aveva mai parlato, nessuno immaginava… Quei bambini invisibili erano serrati in un silenzio duro come roccia, richiesto dai famigliari per paura di essere scoperti e rimandati indietro, se avessero raccontato a qualcuno la propria storia. Ma vi era anche l’imbarazzo dei genitori per aver costretto i propri figli a vivere un’infanzia in sordina, nella speranza di conquistare un futuro migliore. «Non piangere, non ridere, non giocare» dicevano loro.

L’invisibilità tocca corde segrete, forse, nel mio intimo. Ero una bambina timida, anch’io parlavo spesso sottovoce. E in più occasioni mi nascosi da me stessa.

Le tre voci narranti e i personaggi che compongono il romanzo sono emersi a strati, nel tempo, simili alle formazioni geologiche della galleria più lunga del mondo, quella del Gottardo: Nicole, nonostante abbia passato i quarantacinque anni, fluttua in un precariato affettivo, lavorativo ed esistenziale che le impedisce di radicarsi nel reale. Alla morte della madre scopre di avere ereditato la Maison des roses, la casa di montagna dove si era trasferita con la famiglia quando il padre lavorava al traforo del San Gottardo.

Ma cos’è una casa? si chiede verso la fine del racconto Michele, il protagonista maschile. È il luogo dove tu sei, in cui ti trovi in un dato momento, o il luogo dove sei tu, in cui abita l’interiorità? Per lui, che è un bambino nascosto, andare e tornare si porteranno sempre dentro un dolore, uno strappo fra il paese dei padri e la nuova terra. Michele sogna di diventare anche lui, un giorno, come suo padre, minatore alla galleria e stringe un’intensa amicizia con Nicole, fino a quando qualcuno ne denuncia la presenza.

Il terzo personaggio “invisibile” che, da un altrove senza ritorno, muove i fili della vicenda è la madre di Nicole, Paola, a cui lei è vincolata da quel rapporto estremo che spesso caratterizza il legame madre-figlia: un eccesso d’amore che seguita a plasmare i destini.

E poi c’è l’affittacamere Delia Pizzorno che nasconde Michele nella sua abitazione di pietra. La sua figura è ispirata a mia nonna Cloe. I genitori di Delia, infatti, negli anni Trenta, a Lugano, erano proprietari di una pensione che offriva rifugio a profughi antifascisti e anarchici, non iscritti in alcun registro, e a esponenti della Centrale Antifascista svizzera. Mi trovavo nel tunnel di una metropolitana milanese, quando con emozione indicibile, sfogliando l’inserto fotografico del libro quasi introvabile Una bomba per il Duce,ordinato presso una libreria di fiducia per le mie ricerche storiche su quel periodo, scoprii fra le duemila firme raccolte in Ticino contro l’espulsione di Randolfo Pacciardi dalla Confederazione quelle dei miei nonni.

Il quinto personaggio è una montagna, il San Gottardo, l’antica via delle genti, anch’esso talvolta “invisibile nel suo mantello di tempesta”. Un castello d’acqua, monumento di roccia amico o nemico a seconda dell’umore delle nuvole, da cui, in prossimità dei quattro punti cardinali, sgorgano quattro sorgenti: il Reno, il Rodano, il Reuss e il Ticino. Gli furono strappate le pietre dalla sua carne viva, per scavare il passaggio più breve dalla Sicilia al Nord. Vi lavorarono molti operai italiani, fra cui i padri di Nicole e di Michele. Alcuni persero la vita. Questo è anche il loro racconto.

La storia dei bambini proibiti. Quando a emigrare eravamo noi

Perché gli svizzeri posero in essere questo divieto? E cosa voleva dire per gli immigrati italiani vivere in Svizzera in quelle condizioni?

La tradizione forte di accoglienza e neutralità della Confederazione elvetica, espressa per esempio durante la seconda guerra mondiale, fa da contraltare al timore dello “inforestierimento”, cioè della perdita d’identità che potrebbe originarsi da una presenza troppo massiccia di stranieri. Ma, in realtà, per l’economia svizzera gli emigranti hanno sempre costituito una risorsa e, dunque, la volontà di respingere è stata frenata dalla parallela spinta a includere e a far varcare i permeabili confini anche di straforo, grazie all’aiuto dei contrabbandieri, come si vede nel romanzo. Gli immigrati vivevano in condizioni molto difficili, affollati in baracche spesso prive dei servizi igienici, guardati sovente nei locali pubblici con freddezza. In una discoteca di Berna si leggeva la scritta “Vietato entrare ai cani e agli italiani”. Lontani dalla famiglia e dagli affetti più cari salutavano i parenti rimasti in patria attraverso la televisione, che proprio in quegli anni sviluppava programmi ad hoc per offrire un po’ di sollievo e distrazione a chi era lontano dalla propria terra.

Le analogie fra la storia recente e quella passata sono sorprendenti. Vi furono episodi non certo edificanti e anche brutali. Se, per esempio, come accennato in precedenza, durante la seconda guerra mondiale molti ebrei in fuga dal nazismo sono riusciti a entrare in Svizzera e a salvarsi, circa altrettanti sono stati respinti. Non solo, ma coloro che si affidavano ai contrabbandieri rischiavano di venire truffati dai cosiddetti “passatori”, simili agli scafisti odierni, e se possibile ancora più crudeli: dietro compensi esosi promettevano agli ebrei di far attraversare clandestinamente il confine, che poi fingevano ubicato più oltre. E abbandonavano le vittime, illuse di avere raggiunto la salvezza, a un destino di morte certa nelle mani dei nazisti, intascando anche la taglia sulla loro cattura.

 

Una storia come quella di Michele cosa può dire ai ragazzi e agli adulti di oggi?

In un tempo non lontano noi italiani ci definivamo “emigranti”. Oggi si preferisce designare le persone che approdano sulle nostre coste “migranti”, quasi a distinguere fra noi e loro, noi con un volto e un nome, loro uno stormo privo di connotati, che cerca dove posare per sopravvivere, un indistinto popolo la cui unica identità è definita dal “migrare” e non dai mille volti, nomi, etnie e storie che lo compongono.

Perché dimentichiamo che siamo stati, e lo siamo tuttora, fra i popoli al mondo più “migranti”? «L’incomprensione del presente cresce fatalmente dall’ignoranza del passato» scrive lo storico francese Marc Bloch, fucilato dai nazisti. C’è un tentativo di rimozione, la volontà di cancellare il passato recente che brucia come una ferita. Si volta lo sguardo di fronte allo straniero non solo perché riflette lo spettro di una condizione sociale di povertà, durezza e umiliazione, ma anche una condizione esistenziale di precarietà, legata, come dirà Michele verso la conclusione della storia, all’essere tutti noi, in qualche misura, stranieri a noi stessi, errabondi ai confini di un’identità inafferrabile.

L’uomo è una creatura costituzionalmente “straniera”, dimorante in un luogo che non possiede. In questa prospettiva risulta ancora più fragile e inconcludente la strenua difesa di un confine, benché la gestione pratica della prossimità non sia impresa da poco. Però è una sfida da cogliere.

Recentemente ho pubblicato per Einaudi ragazzi i romanzi Oskar Schindler il Giusto e La bugia che salvò il mondo, incentrati sulle figure di due eroi della Shoah, il cui messaggio è oggi più che mai valido: Oskar Schindler ricordò a memoria i mille e più nomi dei suoi operai, da inscrivere nella lista della salvezza. Per lui non erano numeri indistinti da caricare su un treno, perché li conosceva e li amava “a uno a uno”. Perché, come recita la celebre frase del Talmud incisa sull’anello d’oro che gli fu donato, “chi salva un uomo salva il mondo intero”.

Il protagonista de La bugia che salvò il mondo è il primario del Fatebenefratelli di Roma, il dottor Giovanni Borromeo, che salvò molti pazienti ebrei ricoverandoli in clinica anche se sani, per raccontare alle SS che erano affetti da una malattia contagiosissima, il morbo di K. In questa incredibile storia, il personaggio del medico, narrato attraverso lo sguardo di due ragazzini che andavano a pescare nel Tevere e le cui giovani vite s’intrecceranno alla sua, presenta alcune analogie con Pietro Bartolo, il medico di Lampedusa che cura i migranti. Entrambi, infatti, agiscono un eroismo quotidiano, silenzioso, concreto, lontano dall’inconsistenza dei proclami e dai riflettori della politica.

In Chiamami sottovoce, un’eroina quotidiana, silenziosa e concreta è l’insegnante che porta di nascosto i libri a Michele. Sono le insegnanti che organizzano scuole clandestine per garantire un’istruzione ai bambini proibiti. Proprio come avviene oggi, in molte scuole d’Italia dove ho incontrato gli studenti: è affidato alle insegnanti, quasi sempre donne, il difficile e meraviglioso compito, senza voto e senza plauso, di realizzare l’integrazione fra i banchi di un’aula o nel cortile della ricreazione, dove più importante del paese di provenienza è, per esempio, il saper tirare calci a un pallone.

La storia dei bambini proibiti. Quando a emigrare eravamo noi

Michele non può ridere ad alta voce, non può piangere, non può fare rumore e non deve fare chiasso quando gioca. Cosa significa per un bambino di nove anni vivere in queste condizioni? E quanto incide nella formazione della sua personalità?

Michele, come molti bambini nascosti, continua anche da adulto a vivere “sottovoce”. Si realizza nel lavoro con grande sforzo, con ansia di riscatto, ma il cuore diffida. E questo me lo hanno confidato anche alcune persone che, dopo l’uscita del romanzo, mi hanno scritto condividendo la propria storia.

 

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In molti dei suoi libri ha raccontato vicende di ragazzi in momenti difficili, dalle persecuzioni nazi-fasciste fino al conflitto israelo-palestinese. Quanto e perché è importante per i nostri bambini e ragazzi conoscere le difficoltà di vivere la loro età in passato o in altri contesti contemporanei?

Mi ha sempre sorpresa la capacità di resilienza posseduta dai bambini immersi in un contesto drammatico. Sono loro, spesso, a insegnare a noi adulti ad affermare il valore della vita, della libertà, della gaiezza, quando tutto intorno è oscuro. In In piedi della neve (Einaudi ragazzi), racconto della leggendaria “partita della morte” che giocarono i calciatori del Dynamo Kiev contro i nazisti: Sasha è una ragazzina di tredici anni che in partita compirà un’azione coraggiosa e memorabile. Mahmud, il ragazzino palestinese, e Samir, l’amico israeliano, protagonisti di Sulle onde della libertà, ispirato a una storia vera, si sfidano con le loro tavole da surf sulle onde della Striscia di Gaza, dove “il mare è l’unica terra in cui essere liberi”. Come se la natura stessa li avesse dotati di una naturale pellicola protettiva che, a volte, non sempre, aiuta a sopravvivere.

 

La maggior parte della sua produzione letteraria è dedicata ai bambini e ai ragazzi. Quali responsabilità richiede scrivere per i piccoli lettori?

Negli incontri che tengo nelle scuole mi chiedono spesso: “Che differenza c’è tra scrivere per adulti e scrivere per ragazzi?”.

Credo di aver appreso a scrivere per adulti, benché sia un percorso in fieri nel quale mi ritengo sempre un’allieva, proprio scrivendo per ragazzi. I più giovani, per quanto si senta spesso affermare il contrario, sono lettori profondi, “smaliziati”, che non perdonano. Non perdonano l’oscurità del linguaggio, l’esercizio vuoto e virtuosistico della parola, ed educano alla trasparenza del lessico come punto di arrivo, come frutto di un lavoro sullo stile. Non perdonano la banalità, la sciatteria, la metafora scontata, il cliché, il luogo comune. Non perdonano chi svia dal cuore della storia. Non perdonano la noia. I ragazzi tendono a far proprio, inconsapevolmente, il suggerimento di Hemingway: «Tutto quello che devi fare è scrivere una frase vera. Scrivi la frase più vera che sai».


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