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La spia che veniva dalla Polonia

La spia che veniva dalla PoloniaMata Hari, alias Margaretha Geertruida Zele; Josephine Baker; Hedy Lamar, alias Hedwig Eva Maria Kiesler; Gertrude Bell; Stephanie Von Hohenlohe; Amy Elisabeth Thorpe, alias Cynthia; Violette Morris; Laura D’Oriano. Alcune sono attrici, molte sono la moglie di, una è la donna che ha brevettato un sistema di codificazione delle informazioni per usi militari, un’altra è una principessa ebrea al soldo della Gestapo, c’è anche una madre dalla fine tragica e soltanto una di loro ha contribuito a far nascere uno Stato, la chiamano «madre dell’Iraq». Queste sono solo alcune delle donne arruolate come spie durante la Seconda guerra mondiale. Tra loro, oltre a Mata Hari, la spia per eccellenza, che usa la bellezza e il fascino per ottenere ciò che desidera — in fondo, incarnando l’archetipo femminile per definizione, ovvero la luna, il lato oscuro e ammaliante dell’universo — c’è Krystyna Skarbek. È di lei, della sua storia, che parla Clare Mulley ne La spia che amava.

 

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Tradotto in italiano da Valeria Cartolaro per 21 lettere, il romanzo restituisce una fedele ricostruzione della vita della celeberrima spia polacca, a partire dalla spensierata infanzia e fino al momento della sua morte, avvenuta per mano di un amante respinto.

Da bambina, la vita è una nuvola leggera e libera. Il padre è un uomo affascinate, un nobile caduto in rovina, che sposa una facoltosa nobildonna di origini ebree per ridonare lustro alla sua posizione sociale. È un matrimonio privo di amore, tra due esseri completamente diversi, e dal quale nascono due figli altrettanto diversi. Il fratello di Crystyna, in effetti, ricorda la pacatezza della madre, la sua capacità di adattarsi alle regole, a ciò che viene imposto. Crystyna ha dentro le vene l’irruenza del padre, la sua curiosità, la sua audacia. Cavalca sin da bambina, scia come un’esperta e non accetta nessuna costrizione. Libertà è la parola chiave della sua esistenza.

La spia che veniva dalla Polonia

Essere figlia di una donna ebrea, nel periodo appena precedente alla Seconda guerra mondiale, non è motivo di vanto. Anzi, per Crystyna è un fardello. Caduta nuovamente in disgrazia, la madre di Crystyna, ormai vedova, vende tutte le terre che possiede per acquistare un piccolo appartamento nella capitale polacca, dove si trasferisce ben presto. La figlia vuole la sua indipendenza e trova un lavoro presso gli uffici della Fiat. Si ammala, a lavorare lì dentro. Di polmoni e di noia. Il lavoro d’ufficio, lo capisce senza indugio, non fa per lei. Ma è grazie a quel lavoro che conosce il suo primo marito, un facoltoso industriale che la sposa pensando di trovare in lei una specie di geisha polacca, ex reginetta di bellezza, pronta a servire gli ospiti all’occorrenza e a smettere le vesti della geisha in fretta e furia per accudire i figli. Non è Crystyna la persona adatta per un simile sogno e se ne accorgono entrambi, più lui, perché lei non pare aver mai avuto dubbi su chi fosse. 

È una donna divorziata, ha poco più di vent’anni, vive a Varsavia, conduce una vita bohémienne e non ha nessuna intenzione di rinunciare alla propria libertà, per nessuna ragione al mondo. Si innamora, si illude, soffre di delusione, ma poi incontra Jerzy Gizycki, un rampollo indisciplinato, carismatico, con una carriera straordinaria e che profuma di libertà. Sono due libertà che si incontrano, Crystyna e Jerzy, che si riconoscono e che vogliono unirsi. Si sposano, infatti, nel 1938 e poco dopo partono assieme alla volta dell’Africa dove il marito ha ottenuto un lavoro da console.

La spia che veniva dalla Polonia

Mentre i due coniugi sono via, a più di cinquemila chilometri di distanza, la Polonia viene invasa. I consolati non servono più. Crystyna e Jerzy si imbarcano alla volta di Londra. È un viaggio assurdo, ma è ancora più assurdo restare in disparte e non fare nulla per la propria patria. Crystyna non ci pensa nemmeno a restare fuori dall’uragano, anzi, ha l’intenzione di farne parte.

Inizia così la sua lunga e importante carriera come spia al soldo della Gran Bretagna. Cambierà il nome in Christina Granville, salverà più di una vita e agenti come Francis Cammaerts e Xan Fielding dovranno a lei la loro vita.

È affascinante, intelligente, coraggiosa e non ha paura di nulla: questi sono gli aggettivi con cui la ricordano tanti di quelli che l’hanno conosciuta. È una donna che ha amato, come suggerisce il titolo stesso del romanzo di Clare Mullay. Ed è l’amore, non corrisposto, in questo caso, a toglierle la vita.

 

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Quello che sta in mezzo tra il 1941, anno in cui Crystyna diventa Christine, e il 1952, anno della sua morte, è una vicenda appassionante e tormentata, una storia narrata con ricchezza di dettagli, a splendide pennellate vengono tratteggiate scene che tengono col fiato sospeso, incollati alla pagina. È una vicenda che va letta, seguendo il filo tessuto da Clare Mulley, seguendo, quindi, la sete di libertà di Crystyna. Perché di questo raccontaLa spia che amava: della libertà.


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