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La sfilata delle vite mancate

La sfilata delle vite mancatePer scrivere di “dilettanti” ci vuole un “professionista”, uno di quelli che l’arte ce l’ha nel sangue, che lo attraversa, lo nutre, lo ispira, lo tiene in vita. E questo prescinde dal fatto che il suo operato venga o meno universalmente riconosciuto, lodato, che nell’era della globalizzazione chiunque senta nominare il suo nome non abbia bisogno di cercarlo su Google. No, non è importante per chi silenziosamente, con le parole, negli anni, in molti anni, ha gridato con eleganza di vite al limite, di vite taciute, di vite mancate, occasioni lasciate sfilare innanzi senza tendere la mano per afferrare quel potenziale sorriso che avrebbe alleggerito il grigiore stantio. Spesso si indaga su quali siano gli elementi imprescindibili per far di un’opera un successo. Che poi domandarsi cosa significhi la parola “successo”, interrogarsi a riguardo, trascina in un turbinio di mezze verità che se a tratti sembrano abbracciare l’essenza poi si dissolvono immancabilmente nell’ipocrisia del commerciale. Ma allora cosa fa di un romanzo una gemma rara, anche se il suo valore non arriverà alle masse, quali gli elementi per lasciare tracce nell’anima che lo legge, per far cadere in terra piccoli semi che germoglieranno in una consapevolezza rinnovata, nel desiderio di mettere in discussione ciò che si immaginava o si credeva di conoscere?

 

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Gilberto Severini in Dilettanti (Fandango, 2018) dissolve d’un colpo tali dubbi spiazzando il lettore, che immancabilmente si troverà a domandarsi “ma dove era nascosto questo qui? Come mai il suo nome non è alla ribalta insieme a tanti altri che valgono la metà di lui?”.

La sfilata delle vite mancate

Italia. Fine anni Cinquanta. Una piccola cittadina delle Marche. Cosa si può fare se si ha la “sfortuna” di essere attratti e di innamorarsi di persone del proprio stesso sesso?

La sventura non sta minimamente nella cosa in sé, i sentimenti hanno il medesimo valore a prescindere dal soggetto al quale vengono donati, ma si annida perfida in una Chiesa ipocrita, imperante, temporale, e in una società arcaica coi suoi disumani riti di controllo sociale: insieme, conniventi, mutilano le esistenze di libertà e spontaneità.

E così conosciamo Vincenzo, detto Incenso, che nel teatrino parrocchiale insegna agli altri ragazzini le tecniche per raggiungere il piacere che suo cugino più grande gli ha mostrato con partecipazione. Una bisessualità segreta, temporanea, prima di sposarsi e comporre una famiglia come è inevitabile che sia.

Oppure ci imbattiamo in Giulio, così fuori contesto, raffinato e acculturato, sempre disperso in viaggi alla ricerca di ossigeno altrove. Lui, che non avendo bisogno di lavorare, si culla nelle gioie dell’arte, non dimenticando cosa è lecito e cosa obbligatorio. In poche righe, di una schiettezza tagliente, si può analizzarne l’esistenza: «Ma se è lavoro la fatica quotidiana, a volte molto dura, di rispettare regole severe senza deroghe né in pubblico né in privato, allora non eri mai andato in ferie». Giulio consumato dalla malattia, un demone che troppi ha stroncato e del quale il narratore ha timore persino di sussurrare il nome, salutato con discrezione partecipata: «Quando se ne va chi ti ha visto vivere perdi un testimone. Hai ricordi, ma non più qualcuno per confermarli, pronto a distinguere il vero dai ritocchi fantasiosi. E i debiti di gratitudine restano insoluti per sempre».

Ma il protagonista assoluto è Sergio, con il suo innamoramento platonico non corrisposto per Giancarlo che aleggia per tutto il romanzo. Come ferita mai rimarginata prima, dalla quale fuoriesce risentimento, per poi cicatrizzare nella vecchiaia con venature di nostalgia assoluta.

La sfilata delle vite mancate

Sergio che non riesce ad anestetizzare il senso di colpa per ciò che prova o per quei brevi attimi che si concede se non grazie all’alcol. La sua fede lo opprime e lo devasta, per zittire quella voce la annega nel torpore della dipendenza fino alla difficile disintossicazione che lo riporta alla vita, ma anche a una astenia sentimentale senza pari: «Ti difendevi come avevi deciso, con la timidezze e il timore di chi si sa troppo vulnerabile. Sapevi quali emozioni fossero per te insopportabili senza medicarle con l’alcol». Il tempo scorre inclemente e Sergio si aggrappa a una nuova forma di dipendenza, «La tua disponibilità agli innamoramenti impossibili ha attraversato decenni senza attenuarsi’, quella ai territori contemporanei della Rete. Su internet si scopre attore, ritrovandosi a rivivere, come avrebbe voluto, i suoi diciannove anni ‘Ignoravi la tua disinvoltura nel mentire e quanto ci si possa sentire sinceri mentendo».

Ci stavamo domandando cosa renda importanti le pagine, cosa consenta che scivolino lievemente ma al contempo segnino l’anima. Forse lo stile, piuttosto la trama, oppure la novità, non saprei.

 

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In Dilettanti non ci viene presentata una storia complessa, dai colpi di scena inattesi, un argomento riguardo al quale non si sia già disquisito o che non si potrebbe con sforzo minimo intuire. Ci viene donata una verità docile, e questa quando autentica e gentile è eccezionale di per sé, per la purezza che le consente di brillare, cozzando con la menzogna circostante. La verità di tante vite che si è scelto di non vivere o di mettere in pausa per periodi troppo lunghi per poi ricordarsi di spingere nuovamente il tasto play, la verità della porta accanto, di respiri spezzati mai usciti perché troppo impegnati a camuffare, a nascondersi. La tenerezza, la delicatezza, ma anche la violenza di dettami e regole che asfissiano esistenze monche, obbligate alla rinuncia, danzano nelle pagine di Severini, creando un’armonia che fluisce, che attraversa su una zattera rispettosa le vite dei protagonisti, scavando l’anima con un’onda delicata e nostalgica. Un libro di valore, un pezzo di tutti noi che non dovrebbe mai andar dimenticato per non correre il rischio che l’orrore nascosto continui a mietere vittime. Perché la tragedia non è solamente quando vengono stroncati in un attentato o in una guerra innocenti, lo è anche quando subdolamente si costringono troppi cuori a rinunciare a battere.


Per la prima foto, copyright: Cole Hutson.

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