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La sfida della fede. “Il peso del legno” di Andrea Tarabbia

La sfida della fede. “Il peso del legno” di Andrea TarabbiaPuntata n. 32 della rubrica La bellezza nascosta

 

«L’atto supremo, quello su cui si fonda il regno di Dio e che dà inizio alla prima predicazione cristiana, non è uno squarcio di luce che illumina il cielo, e nemmeno una voce sovrumana che detta il Libro a qualcuno: è un atto di maledizione. La morte di Cristo fu, tra tutte le possibili alternative per una pena ingiusta e violenta, quella più crudele, ma non tanto per l’atrocità del supplizio, quanto per l’infamia che la crocifissione gettava sul suppliziato. Erano quattro le forme di morte orribile che, all’epoca, si potevano infliggere, i summa supplicia: rogo, decapitazione, damnatio ad bestias e croce. A ogni crimine corrispondeva il supplizio adatto, ma per tutte le fonti – e questa, confesso, per me è stata una cosa difficile da capire, perché a lungo la morte di croce non mi è sembrata così terribile come, per esempio, l’essere dati in pasto alle belve o impalati – la morte più crudele è proprio quella di croce.»

 

La ricerca costante di un senso che dia al nostro vivere una sorta di definizione è forse la più lunga e la meno fruttuosa delle ricerche umane; nella vita di tutti i giorni siamo portati a dare un significato alle nostre azioni, alle cose che ci accadono e cerchiamo di accettare il destino, provando a pensare che ci possa essere un senso ultimo che mette in concatenazione tutti gli avvenimenti di cui siamo parte, che siano attivi o passivi. La storia a cui molte persone si aggrappano, e a cui molte persone danno una forte valenza simbolica è quella di Cristo, del suo viaggio verso la crocifissione; i Vangeli dunque e le sacre scritture. Ma se una storia tramandata nel tempo possa contenere del vero, probabilmente non è poi così importante quanto la simbolicità della storia stessa.

 

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La croce e il supplizio di Cristo possono essere visti, da occhi attenti, in maniera ambigua, se da una parte il Cristo si fa portatore delle colpe dell’uomo accettando la sua fine terrena, dall’altra c’è la figura di un uomo che nel momento di massimo dolore ha egli stesso, figlio di Dio, il dubbio che suo Padre possa averlo abbandonato (tradito).

La sfida della fede. “Il peso del legno” di Andrea Tarabbia

Andrea Tarabbia è nato a Saronno nel 1978, questo saggio, Il peso del legno, è stato pubblicato da NN editore.

Il peso del legno può essere definito come un saggio narrativo. Il tutto ruota intorno alla parola “croce”, elemento simbolico di condanna e di salvezza, di vergogna e di speranza, di redenzione e di colpa. Un testo con riflessioni, citazioni teologiche e filosofiche; la narrazione ha a che fare con alcune riscritture di passi del Vangelo e non solo. È un libro delle domande, di chi cerca Cristo e non lo trova, o di chi prova a leggere le Scritture senza riuscire in una piena accettazione dei testi. Il messaggio di Cristo è praticabile o può essere annoverato come pura utopia? Questa e tante altre domande ci rincorrono tra le pagine.

La sfida della fede. “Il peso del legno” di Andrea Tarabbia

Andrea Tarabbia ci porta su un terreno minato, in luoghi a volte oscuri, altre volte incerti, e lo fa con un uso del linguaggio notevole. La sua scrittura ci accompagna lentamente all’interno del libro, senza stancare mai, e ci conduce con sapienza e con buon ritmo ad analizzare, insieme a lui, temi universali che irrimediabilmente toccano le corde emotive di ogni essere umano.

«In ogni caso, che Cristo cerchi suo padre e non lo trovi, e che questo accada proprio nell’istante del compimento della sua parabola terrena, va al di là della mia comprensione. Molti teologi si sono misurati con questa che, a prima vista, sembra una crudeltà suprema inflitta da Dio a suo figlio, e una contraddizione in termini. Karl Rahner, teologo tedesco e cattolico ha, per esempio, cercato di interpretare la morte di Gesù come “morte di Dio”: attraverso la morte del Figlio la nostra morte diventa la morte dello stesso Dio immortale. Rahner sembra voler esprimere un’idea che forse riecheggia nella frase di Canetti che ho messo in esergo a questo libro: grazie alla morte sola e travagliata del figlio suo, Dio ha voluto provare com’è il morire degli uomini, vale a dire che Dio, onnipotente ed eterno, ha usato la morte di suo figlio per provare a vedere com’è l’assenza di eternità e di onnipotenza.»

 

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Questo saggio narrativo, come lo definisce lo stesso Tarabbia, ci costringe a interrogarci e a riesumare elementi emozionali che molto spesso per quieto vivere avremmo potuto decidere di nascondere in cantina, di chiudere bene la porta e di buttare via la chiave. Ci sono, all’interno di queste pagine, scontri e incontri, c’è immaginazione ma anche molta dura realtà, c’è la parola di qualcuno che forse crede o forse no, ma l’intero libro non si pone il compito di darci delle risposte, ma di instillarci nuove e fastidiose domande.

La sfida della fede. “Il peso del legno” di Andrea Tarabbia

«Dobbiamo insomma credere che qualcuno credette, perdonate le continue ripetizioni. Di tutti i fatti narrati della vita di Gesù dai Vangeli, la resurrezione è quello più incerto, quello dove compaiono con più insistenza parole come “dubbio”, “incredulità”, perfino “spavento”. Solo Giovanni, dicendo che era presente, sostiene di testimoniare il vero: ma lo fa dopo un intero capitolo in cui presenta sé stesso, con una certa petulanza, come il più amato, il più veloce a raggiungere il sepolcro, il primo a credere, infine quello a cui gli altri arrivano perfino ad attribuire l’immortalità. Insomma anche qui, nel quarto Vangelo, niente sembra essere certo: tutto è esagerato, gonfiato, narrativamente inverosimile. Eppure, la resurrezione è l’evento che illumina retrospettivamente tutta l’opera di Cristo, la sua vita e il suo sacrificio, è qualcosa senza cui perfino la fede non può esistere: lo dice chiaramente san Paolo in molti punti della Prima lettera ai Corinzi.»

 

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Forse, in fin dei conti, la cosa più importante non è credere in qualcosa o non credere, ma chiedersi per quale motivo si senta la reale necessità di credere in qualcosa. Forse, una delle risposte plausibili, una delle risposte corrente, potrebbe essere che l’essere umano ha bisogno di avere fede in qualcosa a causa della sua eccessiva ed irreversibile fragilità.


Per la prima foto, copyright: Hugues de BUYER-MIMEURE.

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