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“La seconda vita” di Enrico Pedemonte. Il mondo come scelta o come assuefazione?

“La seconda vita” di Enrico Pedemonte. Il mondo come scelta o come assuefazione?La visione che ciascuno ha del mondo ha a che fare in qualche modo con l’assuefazione? Assuefazione al Potere, al Male, al Potere del Male o al Male del Potere…

Leggendo La seconda vita, romanzo d’esordio di Enrico Pedemonte, uscito a maggio per i tipi della Frassinelli, l’idea è proprio questa.

Fra i protagonisti del libro c’è il giornalista John Lamberti, figlio di uno scienziato italiano (Pietro Lamberti) con un passato ingombrante a Los Alamos, Stati Uniti, e ora deciso a scomparire per un po’ fra le mistiche vette del Tibet.

Protagonisti tutt’altro che secondari sono gli amici di lungo corso di Pietro Lamberti, Nicola Antonio e Luca, così sodali dello scienziato che John li considera, e chiama, zii.

Poi c’è Virginia, la fidanzata di John, e ci sono New York e Genova. Due realtà quasi opposte, entrambe descritte come si descriverebbero due amanti, diversissime ma tutt’e due molto amate.

«È emozionato a rivedere quei luoghi che da bambino gli suscitavano un senso di inquieta soggezione. Da quanto tempo non metteva più piede in quel palazzo? Forse quindici anni, ma ricordava ogni dettaglio. Tutto gli pare immutato, il rumore fresco dell’acqua che scorre, il gradevole profumo di salmastro, la luce incerta che illumina il cortile circondato da antiche colonne, il pavimento a scacchi bianchi e neri e il doppio ordine di scale che salgono sontuose con i gradini consumati dal tempo. (…) Le strade del centro storico, i palazzi medievali, le fontanelle, le edicole con le statuine agli angoli degli edifici, erano per lui una realtà alternativa, miracolosamente cristallizzata da secoli, rispetto alla pragmatica semplicità che lui viveva a Los Alamos, strade larghe, edifici anonimi, villette e prati verdi con l’altalena. Passato e futuro, immobilità e cambiamento, struggente bellezza e inconsapevole comodità. Quando attraversava l’Atlantico gli pareva di valicare una soglia magica che lo conduceva in un mondo parallelo e inconciliabile.»

 

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Il romanzo si svolge in soli sette giorni, ma ripercorre buona parte della vita adulta di Pietro e dei suoi amici, nonché molti anni di sommovimento politico e culturale dell’Italia e degli Stati Uniti, dalla fine degli anni Sessanta ai giorni nostri. A fare da sfondo, da cielo che occhieggia a bordo pagina, la Guerra Fredda coi suoi terrori e tremori, quella splendente incertezza che instillava in alcuni, fra cui i protagonisti del libro, il dubbio che dalla parte giusta non fosse l’Occidente e il blocco capitalistico, ma quell’utopia in terra che era il centro dell’impero comunista.

Tutto ruota, in qualche modo, attorno alla professione di Pietro, agli studi sulla bomba atomica a Los Alamos, e attorno all’esigenza di Nicola e degli altri di trasgredire e di fare la rivoluzione (non è un caso che il primo amore di Pietro, il primo che il lettore vede, è quello per Sandra, esule cilena dopo il golpe di Pinochet, che ha disseminato Parigi e altre zone d’Europa di sudamericani in fuga).

“La seconda vita” di Enrico Pedemonte. Il mondo come scelta o come assuefazione?

Un passato ingombrante, fatto di scelte che cercano di combattere l’assuefazione, una seconda vita (come ricorda il titolo) che getta le basi per il presente in cui si svolge il romanzo, che inizia con un articolo di giornale (scritto a Genova da Nicola) su tre cadaveri e un camion pieno di plutonio.

Romanzo dal piglio e dal respiro anglosassone, La seconda vita di Enrico Pedemonte fa venire in mente il vento rivoluzionario di certi lavori di Paco Ignazio Taibo II: con una dose più lieve di disperata scapigliatura nei personaggi, che in Pedemonte abbracciano e incarnano il modello di vita borghese, scegliendo la via della contestazione restando dentro al Sistema.

Pur non avendone la pretesa, il romanzo è anche un compendio di giornalismo, una raccolta di aforismi su come si dovrebbe essere e fare i giornalisti.

«I giornalisti sono come le automobili, vanno dove li porta l’autista.»

«I giornalisti che pubblicano notizie fuori dal coro sono sempre usati da qualcuno, l’importante è accettare lo scambio ed essere certi che le tue fonti ti proteggano.»

«I giornalisti non cercano, vengono cercati. La loro abilità non sta nel trovare, ma nel farsi trovare, rendersi disponibili e stare alle regole del gioco.»

«I giornalisti devono convincersi di essere davvero liberi perché solo così convinceranno i loro lettori di quello che scrivono.»

«Per creare gli eroi è necessario individuare prìncipi del giornalismo a cui consentire di mettere il naso negli affari del laboratorio, di intervistare ricercatori pronti a dire le cose giuste e alla fine di pubblicare articoli e libri che costituiscano fonti di informazioni attendibili per tutti gli altri.»

“La seconda vita” di Enrico Pedemonte. Il mondo come scelta o come assuefazione?

Perché i giornalisti di cui parla Enrico Pedemonte, giornalista a sua volta come John Lamberti, non sono soltanto quelli che fanno colazione col politico di turno per rubare l’intervista del momento, ma sono anche quelli assoldati (non sempre involontariamente) dal potere economico, che ha appunto bisogno di creare eroi e narrazioni.

Come in uno dei tanti momenti del romanzo, quando Pietro, ancora giovane ricercatore pieno di speranze e soprattutto di disincantati sogni, si rende conto che l’equazione su cui si fonda e si regge il mondo, F=MA, che per lui era sempre stata la seconda legge di Newton, Forza uguale Massa per Accelerazione, «non è la seconda legge di Newton, ma la prima legge della libertà di ricerca: Freedom=Money Access, libertà uguale ad accesso al denaro. Se non hai soldi per fare ricerca non sei libero.»

Ricco di colpi di scena, di continui salti temporali che non fanno inciampare la lettura ma anzi la accompagnano gradevolmente, e rendono la strada per la comprensione meno sdrucciolevole, il romanzo si colloca a metà fra la storia che si sarebbe voluta scrivere da una vita, dove l’autore sembra voler inserire tutto ciò che gli è caro (ma senza perdere mai le briglie della narrazione), e la confessione politico-ideologica che potrebbe far venire in mente i passaggi meno letterari e più intimistici del Pendolo di Foucault, di Umberto Eco, passando molto alla lontana, e forse involontariamente, per i Protocolli dei Savi di Sion e per Il Bazar Atomico, testo adelphiano di alcuni anni fa sulla proliferazione delle armi nucleari.

 

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La seconda vita, di Enrico Pedemonte, è un romanzo che si legge tutto d’un fiato, senza inciampi e senza rallentamenti. Anche se non mancano momenti, e ce ne sono molti, in cui si ha la tentazione di fermarsi, e di riflettere. Sulle nostre scelte, sulla nostra dannata assuefazione.



Per la prima foto, copyright: Ben White.

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