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La scrittura e l’abisso. “Anatomia di un profeta” di Demetrio Paolin

La scrittura e l’abisso. “Anatomia di un profeta” di Demetrio PaolinPotremmo cominciare col dire che Anatomia di un profeta di Demetrio Paolin, edito da Voland (come il precedente Conforme alla gloria), non è un romanzo nel verso senso della parola. È molte cose insieme: racconto, saggio, riscrittura biblica, autobiografia, lacerto poetico, con un’attenzione particolare anche alla composizione grafica del testo, con alcune parole scritte e distribuite in diverso modo e con diversa grandezza (a raccontare l’approccio problematico di Paolin, quand’era un bambino, con i segni dell’alfabeto). Protagoniste, a parte le vicende bibliche, sono sempre le colline del Monferrato, territorio dove lo scrittore è nato e dove lui ritorna per rendere testimonianza ai fantasmi che popolano la sua vita.

Geremia è il profeta di cui parla Paolin nel titolo del libro. Io non sono credente, anche se come tutti ho avuto un’educazione cattolica e ho frequentato la chiesa fino all’adolescenza. Ma non conoscevo la storia di Geremia, o meglio quello che sapevo si perdeva nei ricordi dell’infanzia. Su internet ho trovato la definizione di “profeta sofferente”. E infatti Geremia è il messaggero della sventura, quello che profetizza l’esilio e la cacciata degli ebrei da Gerusalemme a opera di Nabucodonosor («il nemico, la morte, la sventura saranno i portatori della salvezza»). Lo stesso ruolo che avrà Giuda e a cui Gesù dirà: «Fai quello che devi». È un Dio umano, vivente che ama e odia quello che mette la sua parola in bocca a Geremia per annunciare la sventura al suo popolo:

«Chi pronuncia le parole in Geremia è veramente il Dio vivo, che ha messo i piedi sulla terra, che come noi ha le mani sporche, e guarda i comportamenti propri e quegli degli uomini e non capisce».

 

Il profeta è l’impostore, quello che mai avrebbe dovuto essere seduto alla tavola di Dio e che invece diventa lo strumento della grazia, l’unico strumento della volontà divina. Geremia soffriva della “malattia letteraria”, l’epilessia (come, tra gli altri, San Paolo e Dostoevskij), e questo lo portava soprattutto a “muoversi nell’abisso” (la parola fondamentale del libro): «è sempre tentato dalla morte, sempre la desidera». Geremia è fatto della stessa sostanza dei suicidi.

 

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Il suicidio è uno dei temi fondamentali dello scrittore Paolin, quello su cui la sua produzione s’interroga continuamente tentando, ogni volta, di precisare meglio il suo oggetto d’indagine (nel suo primo “romanzo”, Il mio nome è Legione, il ragazzo che si era suicidato si chiamava Tomacek). Non fate troppi pettegolezzi, un suo piccolo libro edito da LiberAria, indagava per le strade di Torino la vita di quattro scrittori, quattro giganti, che avevano posto fine alla loro vita con un suicidio: Emilio Salgari, Cesare Pavese, Primo Levi e Franco Lucentini. Questa volta abbiamo il bambino Patrick, uno straniero di origine polacca («in un posto dove hanno bruciato tutti quelli che erano ebrei»), che a undici anni camminava per la campagna ed entrò in un capanno dove il padre teneva gli arnesi per la cura della terra. Si diede volontariamente la morte. Bevve un veleno per topi e due flaconi di diserbante. Patrick «era nato per vivere in luoghi immensi e disabitati, la sua rabbia e la sua immaginazione erano perfette per le pianure dell’Est, mentre si trovava costretto in uno spicchio di terra modesta tra qualche collina e un torrente chiamato Versa.» A Natale di quell’anno Cristo nacque e il bambino entrò in coma. Poi a Capodanno, mentre l’adolescente Demetrio accoglieva il nuovo anno, la silenziosa, inanimata agonia di Patrick terminò, lasciando i suoi genitori in preda alla disperazione.

La scrittura e l’abisso. “Anatomia di un profeta” di Demetrio Paolin

Per il Demetrio di cui parla Paolin nel libro quello fu l’evento più traumatizzante, l’evento che segnò in modo netto la sua adolescenza. La figura del ragazzino è stata onnipresente nella sua vita. Lo scrittore dice che di solito è il primo amore che non si dimentica, ma nel suo caso è stata la prima morte («la prima persona morta è quella che amiamo»). Perché Patrick ha utilizzato la sua libertà per andare incontro all’abisso:

«C’è stato un momento, in un dicembre di tanti anni fa, in cui Patrick si è dimostrato più grande di Dio, e Dio l’ha guardato come io guardo le stelle nel cielo d’inverno, e dopo l’ha accolto e gli ha toccato la gola, e Patrick ha sentito la sua voce di uomo, che io sentirò all’ultimo giorno.»

 

E il corpo seppellito del ragazzino si mescola adesso con le sostanze organiche e inorganiche della terra piemontese e vivifica quel pezzo di collina, abbondonata dal padre che non riusciva più a sopportare il luogo del suo dolore infinito:

«Così la terra della vigna abbandonata si fa viva. L’erba, le bocche di leone, i rovi delle more e l’erba medica tornano a occupare uno spazio che non era loro. Patrick si fa vegetale, riprende possesso del suo spazio di morte. Vivifica il luogo della sua morte. Patrick è la pioggia, i vermi e gli insetti.»

 

Il vero Dio del libro di Paolin è quello del Sabato Santo, quello che scende nell’abisso degli inferi, «dove ogni essere si tramuta in cosa inanimata». È buio e polvere, è silenzio che si deposita sulla bocca di Geremia che verrà interpellato dal suo popolo per sapere se Dio ha qualche altra profezia da annunciare dopo la distruzione di Gerusalemme e l’esilio. Ma il profeta non parlerà più.

La scrittura e l’abisso. “Anatomia di un profeta” di Demetrio Paolin

La generazione di Paolin, che è anche la mia, ha assistito alla perdita per suicidio delle sue migliori intelligenze: tra queste David Foster Wallace, citato spesso nel corso del libro, e Kurt Cobain. L’ultimo in ordine di tempo è stato Chris Cornell, l’ex-leader dei Soundgarden e degli Audioslave. Uomini, artisti che portavano con loro un dolore fortissimo, lancinante. L’hanno espresso, in maniera mirabile, nei loro scritti e nelle loro canzoni. Ricordo molto bene il giorno che alla televisione comunicarono il suicidio di Wallace. Mi sembrava di aver perso un parente stretto, qualcuno che riusciva a capire il dolore e la vergogna della nostra esistenza. Per me Foster Wallace, al pari di un profeta, descrive il buio profondo delle cose, quello del Sabato Santo, un abisso così feroce e così autentico poche volte raggiunto in letteratura (a parte Kafka e pochi altri). Per questo dopo il suo suicidio raramente sono andato a rileggere le sue pagine. So che quelle pagine, quelle che ho amato sono oramai dentro di me, che fanno parte della mia vita, si sono mescolate all’aria che respiro, alla mia pelle, alla mia bocca. E che se vorrò nutrirmene di nuovo mi accoglieranno ancora una volta. E lo stesso per Cobain. Smells like teen spirit dei Nirvana o Jeremy dei Pearl Jam ci raccontavano, forse per la prima volta, il lato oscuro di quella vita scolastica che la filmografia giovanile degli anni Ottanta ci descriveva invece come un’adolescenza spensierata e proiettata al successo. Non eravamo soli, c’era qualcuno che comprendeva la nostra inadeguatezza.

 

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E molto emozionanti sono proprio le ultime pagine di Anatomia di un profeta, quelle che parlano di noi, di noi che assomigliamo all’imbolsito Eddie Vedder di oggi che quasi trent’anni fa mimò di spararsi durante l’esecuzione di una canzone in un concerto di Mtv e che a Firenze dedicò Black all’amico Cornell, scomparso il giorno prima. Come lui siamo dei sopravvissuti, o forse soltanto degli impostori. Come l’ippocastano descritto da Levi nella poesia Cuore di legno che non vive bene perché è soltanto un emulo dei fratelli di montagna:

Eppure, nel suo torpido cuore di legno

sente e gode il tornare delle stagioni.


Per la prima foto, la fonte è qui.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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