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La scrittura come antidoto alla depressione, la storia di Matt Haig

La scrittura come antidoto alla depressione, la storia di Matt HaigÈ uscito per Ponte alle Grazie Ragioni per continuare a vivere di Matt Haig, autore inglese già noto al pubblico italiano per i suoi romanzi.

Questa volta non si tratta però di un’opera di narrativa, ma di un breve saggio/memoir, con cui Haig ci racconta la sua personale battaglia contro una grave forma di depressione che l’aveva colpito circa tredici anni fa, quand’era appena ventiquattrenne, e da cui è uscito dopo un lungo periodo buio e tormentato.

Ragioni per continuare a vivere vuole quindi essere una testimonianza diretta di una malattia subdola, di cui spesso si trascurano i primi sintomi e che, soprattutto, viene difficilmente considerata “malattia” a tutti gli effetti da coloro che circondano chi ne viene colpito. Ne abbiamo parlato con l’autore nel corso dell’intervista che ci ha rilasciato, alla vigilia della presentazione milanese del libro.

 

Ad un certo punto del libro lei scrive che «è difficile spiegare la depressione a chi non ne ha sofferto». Perché allora scrivere questo libro? Per non dimenticare la sua esperienza o per provare comunque ad aiutare gli altri?

Sicuramente non correvo il rischio di dimenticarmene, per cui l’ho scritto per due ragioni: prima di tutto per aiutare i malati, e poi per aiutare i non malati a capire, perché uno dei problemi della depressione è proprio che le persone faticano a capire cosa sia esattamente.

 

Lei scrive di essersi documentato molto nel periodo della malattia. Se allora avesse potuto leggere un libro come il suo, pensa che l’avrebbe aiutato di più?

Penso di sì, perché io l’ho scritto pensando a com’ero a ventiquattro anni, cercando di trovare parole semplici e accessibili, in grado di far arrivare a tutti il messaggio. Allora mi capitava di esitare a leggere libri sulla depressione perché erano troppo difficili per me, oppure troppo deprimenti. Ho voluto scrivere un libro onesto, che raccontasse un viaggio positivo. Ogni frase è stata scritta pensando sempre a quel mio “io giovane”, anche se oggi non sono in grado di stabilire se avrebbe potuto davvero aiutarmi: è stato come provare a parlare a qualcuno che sta per buttarsi in un precipizio.

 

In un altro punto del libro, lei afferma che la depressione appare peggiore a una persona colta e intelligente. Secondo lei è quindi più difficile che una persona ignorante, con un livello culturale basso, cada in depressione?

Direi che può capitare a tutti, ma è chiaro che se si è abituati a pensare e a riflettere molto è più facile esserne colpiti. Hanno anche fatto dei sondaggi, che hanno dimostrato che le persone più creative sono anche più inclini a lasciarsi deprimere. Detto questo, però, può veramente capitare a tutti.

 

È molto interessante il suo rapporto tra depressione e scrittura. Quando ha iniziato a scrivere quello che sarebbe poi diventato il suo primo romanzo, l’ha fatto perché lo pensava già in precedenza, oppure è stato spinto a farlo dalla malattia?

Io ho sempre amato i libri, e infatti all’università ho studiato letteratura inglese, ma non sarei diventato uno scrittore senza aver sofferto di depressione, perché è stata la malattia a darmi la motivazione a scrivere, proprio perché scrivere mi faceva concentrare su qualcosa, e perciò mi faceva stare meglio. E poi, quando ho iniziato a guadagnare grazie alla pubblicazione dei libri è salita molto anche la mia autostima, il che è stato di sicuro positivo.

 

Quindi, senza la depressione non sarebbe diventato uno scrittore? Che tipo di lavoro avrebbe scelto?

No, ma non ho idea di cosa sarei potuto diventare. In realtà, la mia incertezza verso il futuro era stata uno dei fattori scatenati della depressione, perché non sapevo proprio cosa fare dopo l’università: ero molto confuso. Vengo da una famiglia di insegnanti e ho un padre architetto, quindi forse sarei andato a lavorare con lui, oppure avrei insegnato.

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La scrittura come antidoto alla depressione, la storia di Matt HaigA proposito di libri terapeutici, in Inghilterra è uscito tempo fa Curarsi con i libri, le cui autrici Ella Berthoud e Susan Elderkin suggeriscono «rimedi letterari per ogni malanno». Pensa anche lei che ci si possa in qualche modo curare leggendo un libro?

Sì, conosco quel libro e ho anche incontrato di persona le autrici, con cui mi trovo d’accordo: oltre a costituire una forma d’intrattenimento, i libri possono anche essere molto utili in questo senso.

 

Al centro dei suoi romanzi c’è sempre la famiglia, e anche in quest’ultimo libro si capisce che la famiglia ha svolto un ruolo molto importante nella sua vita.

All’inizio non pensavo che avrei scritto tanti romanzi incentrati sulla famiglia, ma la scrittura è un processo che ti permette di scoprire molto di te stesso. Io mi sono reso conto negli anni di essere veramente molto legato alla mia famiglia, ma in fondo penso che sia un fatto universale: chiunque ha una famiglia, di qualunque tipo possa essere, e ne rimane profondamente influenzato.

 

Dopo i primi romanzi, lei ha scritto un libro fantasy per ragazzi, La foresta d’ombra. Aveva già avuto i figli, l’ha scritto pensando in qualche modo a loro, oppure è nato da un’idea diversa?

No, quello è stato scritto prima della nascita dei miei figli, ma proprio in questo periodo sto scrivendo una storia che parla di Babbo Natale da giovane, pensando al fatto che i miei figli hanno sei e sette anni, cioè l’età giusta per leggerla.

 

Per lei, quindi, è indifferente scrivere storie per adulti o per bambini?

Mi piace scrivere pensando a ogni libro come se fosse il primo, e penso che i bambini siano, potenzialmente, dei lettori migliori: hanno un vocabolario più limitato, ma una grande immaginazione. Adulti e bambini mi vanno bene comunque, come lettori, e mi piace alternarli.

 

Pensa che l’educazione alla lettura debba partire molto presto, e che ci sia ancora la possibilità di crescere una nuova generazione con più lettori rispetto al momento di crisi attuale?

Soprattutto in Gran Bretagna ci sono segnali che indicano un ritorno ai libri. Penso che la prossima generazione potrebbe avere anche una sorta di reazione di rifiuto alla tecnologia, dopo che noi, i loro genitori, abbiamo passato tutta la vita in compagnia delle tecnologie.

Finché le persone continueranno a vivere nel mondo reale saranno comunque attratte da ciò che non è strettamente tecnologico e virtuale: io ho un nipote dodicenne che invece di scaricarsi la musica dalla rete va a comprarsi dischi in vinile.

I libri creano uno spazio che ti permette di andare più a fondo rispetto alla superficialità della rete.

 

Cosa ci può dire dei suoi progetti futuri? Ritornerà alla narrativa, oppure continuerà a scrivere saggi come questo?

Continuerò a scrivere un po’ di tutto, come ho fatto finora: ho già in mente un romanzo per quando avrò finito la storia per bambini a cui ho accennato prima, poi vorrei scrivere una sorta di seguito di queste Ragioni per continuare a vivere, un libro che sarà forse meno intenso ma più pratico, dedicato ai problemi della vita quotidiana durante la depressione. Continuerò, insomma, a fare finta che ogni libro che scrivo sia sempre il primo.


Leggi tutte le nostre interviste a scrittori.

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