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La sceneggiata fenomeno culturale

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Di Daniela Nardi

La sceneggiata fenomeno culturale

Spesso considerata genere minore, con una valenza locale o quanto meno regionale, la sceneggiata vanta origini antiche, coincidenti sia con la canzone napoletana di per sé risalibile al XII secolo, che con il Vaudeville, la Villanella napoletana presente già nel Rinascimento e infine con l’operetta, la rivista e tutte quelle espressioni teatrali in cui è presente l’alternanza tra recitazione e musica.
Anche la struttura richiama le maschere del teatro greco con la presenza della figura protagonista e antagonista (isso, essa e ‘o malamente) e l’aggiunta della maschera comica della comedìa, per allentare la tensione narrativa.

Se si vuole però datare la nascita della sceneggiata così com’è attualmente conosciuta, allora bisogna risalire alla prima guerra mondiale, quando, per evitare una tassa introdotta dal governo sugli spettacoli musicali e di varietà definiti “immorali”, si prese a scrivere brevi testi di prosa alternandoli alle canzoni. Questa “truffa” all’erario, costituirà in seguito il canovaccio su cui la Sceneggiata evolverà, diventando genere a sé stante, attingendo sempre da altri (prosa, varietà, operetta, melodramma) ma mantenendo la centralità strutturale della canzone, magari come aria principale dello spettacolo, o punto d’ispirazione su cui costruire la scrittura di scena. Primi esempi sono Pupatella tratta da una canzone di Libero Bovio, ‘A Santa notte, ‘o Malufiglio.

In questo primo periodo le sceneggiate erano ambientate nei vicoli spogli e maleodoranti di Napoli, nei quartieri poveri e malfamati, raccontando di luoghi considerati terra di nessuno, dove la guerra aveva acuito la fame e dove spesso i valori erano piegati alle contingenze precarie del momento. La narrazione di quest’umanità in perenne lotta con la vita, dai risvolti drammatici e intercalata da canzoni e balli popolari, non era molto lontana dalle opere di Raffaele Viviani, che utilizzava gli stessi materiali d’arte varia per farne qualcosa di culturalmente “alto”. La sceneggiata invece restava legata indissolubilmente alla sua genesi popolaresca di basso profilo produttivo ma di profondo sentire umano.

Dopo un periodo incerto nel secondo dopoguerra, durante il quale tenterà di sopravvivere con la rivista ai nuovi modelli del cinema e della televisione, la sceneggiata sembra sparire nel nulla per poi risorgere improvvisa negli anni settanta, grazie al contributo di Mario Merola, che con la sua voce ridarà vita ai sentimenti popolari di riscatto ed emarginazione.
In questa fase appare un personaggio del tutto nuovo, il mammasantissima, guappo di quartiere dal cuore nobile e dal coltello facile, che detta legge e amministra la giustizia secondo i canoni dell’onore e del rispetto.
Secondo alcuni critici la sceneggiata moderna di Mario Trevi, Mario Merola, Pino Mauro e Mario Da Vinci, ha fatto da apripista al genere neo-melodico che in alcuni casi è trasceso in una sorta di becero inno alla camorra, dove certi testi incoraggiano gli atteggiamenti malavitosi.

Sceneggiata e camorra dunque: la esalta? La giustifica? Ne celebra un certo tipo di cultura? O’ guappo magistralmente interpretato da Merola (che aveva origini umili, figlio di ciabattino, emigrato in USA e scaricante di porto) subisce un’evoluzione, diventando mammasantissima difensore degli oppressi secondo un codice d’onore in odore di camorra, che peraltro ritroviamo in opere di respiro culturale più elevato in Viviani con Guappo ‘e cartone, L’ultimo scugnizzo e in Eduardo de Filippo con Il sindaco del rione Sanità.

Nonostante le polemiche e le preoccupazioni, la sceneggiata continua ad essere seguitissima da quel popolino che vive ai margini della società ricca e godereccia e che nella sceneggiata ritrova se stessa come rivendicazione di un’identità a cui non si può rinunciare, imitandone gli atteggiamenti, le modalità piramidali e sessiste, emulandone i sentimenti e la filosofia spiccia.
Questo perché nella sceneggiata, qualunque sia il periodo analizzato, c’è la preminenza del pubblico rispetto alla scena. Lo spettacolo infatti segue gli umori e i sentimenti di chi non è semplice spettatore passivo, ma spesso pretende di modellare il corso della narrazione, intervenendo verbalmente e fisicamente per manifestare il proprio dissenso verso un personaggio o l’evolversi di una situazione.
Una sorta di happening, in cui la storia sul palcoscenico si fonde con la passione, il sudore, le lacrime di chi la fruisce in platea.
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