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La rivoluzione industriale nelle mani dei Makers

Terza rivoluzione industriale, makersSono autorizzata, pare, a scrivere di futuro. Da qui, dal centro di un quartiere un tempo popolare, nella vecchia Trastevere, mentre intorno a me ci sono fogli – tanti –, carte, articoli stampati e fotocopie, e addirittura la ricevuta della corretta ricezione di un fax. In uno dei momenti storici più grigi degli ultimi trenta anni, sarà un miracolo, un sortilegio o una distrazione, ma c’è un argomento legato al futuro che mi fa brillare gli occhi. Di più, ci sono delle parole magiche, che mi fanno battere il cuore. Degli sguardi, delle facce che fanno sì che si apra sul mio viso, e nell’anima mia coriacea di giornalista d’esperienza, un grande e fiducioso sorriso.
In ordine crescente di coinvolgimento emotivo, le parole sono le seguenti: makers, stampanti 3D, Fab Lab, personal digital fabrication, laboratori cittadini, fresatrici a più assi, musicisti “a distanza”, oggetti che pensano.
Sono parole che si sono diffuse in Italia poco prima del 2010, nel 2008 per esempio di pagine in italiano non ce n’era quasi nessuna sull’argomento. Oggi si cerca su Google e si trovano milioni di risultati di ricerca. Sembrerebbe che io non possa raccontare nulla di nuovo. Però se l’esperienza vale qualcosa e la compulsione per la lettura anche, posso provarci.

Mi è successo nella mia recentissima vita di aver incontrato, parlato, anche toccato, diversi makers, che io abbia messo in azione una stampante 3D, visto dal vivo un signore francese impegnato in un una sua personalissima sessione di fabbricazione digitale, in un laboratorio cittadino. Ho visto in azione una fresatrice collegata con un computer nel pieno delle sue funzioni, e sto cercando di capire un meccanismo che sembra inventato dagli angeli e che permette a musicisti in luoghi del mondo tra loro lontanissimi di suonare insieme in grande armonia. Me l’ha spiegato un amico di Twitter, e sto scambiando con lui delle mail, è un violinista, si chiama Seba Frattini (ha suonato un violino fabbricato da una stampante 3D a World Wide Rome, un evento tra i più ricchi di futuro che io abbia mai vissuto).
A Tolosa, circa un anno fa, ho preso parte a un workshop nel Fab Lab Artilect e lì ho visto e soprattutto sentito parlare Neil Gershenfeld, il padre dei Fab Lab, il capo del Media Lab del MIT. L’ho avvicinato con un suo libro in mano e lui volentieri mi ha scritto una dedica. Quando le cose iniziano a pensare Neil lo ha pubblicato quasi 15 anni fa. Le sue invenzioni, le sue idee, hanno camminato rapidamente, ma sottotraccia sulle gambe degli innovatori, da Barcellona a Utrecht, da Bangalore alla Nuova Zelanda, passando dall’Africa, e sulle gambe di qualche italiano che si trovava all’estero. Come Massimo Banzi, padre di Arduino.
È bastato poco, seguendoli, leggendo, incontrandoli ancora, ne ho ricavato un grande fortuna: oggi sono ancora autorizzata a sognare, a sperare, e sogni e speranze prendono forma di oggetti utili, necessari, che hanno futuro, visione, e trasformeranno il mondo.
Per queste esperienze sento di poter scrivere di futuro, e di raccontare l’atmosfera che c’è in un Fab Lab, su come parlano e come si muovono gli innovatori, come lavorano, il loro rapporto con la comunicazione, con le istituzioni. Il loro atteggiamento e il loro sguardo sono come un fascio di luce gialla in una giornata di nero inverno.
Due riferimenti, uno letterario e l’altro di giornalismo internazionale, e un professore del MIT: James G. Ballard con La città definitiva; L’«Economist», La terza rivoluzione industriale; Neil Gershenfeld con i suoi oggetti intelligenti.

La città definitiva
Ballard, sì lui, James Graham, perché almeno 40 anni fa scrisse di ciò che sta accadendo oggi, di questo nuovo sentire che passa come uno sciame di api operose, di regione in regione, attraversa gli oceani, supera le vette delle montagne e, come seguisse il pifferaio magico, arriva nelle comunità, in quelle pronte naturalmente al cambiamento.
Questo percorso l’ho ritrovato – su suggerimento di un savant francese – in un sorprendente racconto lungo di Ballard La città definiva del 1976. Il personaggio principale somiglia maledettamente ai nuovi innovatori, discostandosi un poco da quella complessità psicologica al limite con la follia di certi racconti ballardiani, ma certamente spinto da una grossa insoddisfazione ad accettare il presente. Halloway è un giovane che vive in una comunità rurale del tutto autosufficiente, i suoi abitanti si nutrono esclusivamente di cibi vegetariani, utilizzano macchinari per il riciclaggio sfruttando l’energia solare. Non a caso si chiama Garden City. Ma al nostro “eroe” non basta, e un bel giorno vola via da Garden City con un aliante. Per raggiungere laggiù, oltre la laguna, una metropoli abbandonata. Il giovane cercherà di rimettere in vita quella città diventandone una sorta di nuovo fondatore, alla luce dell’urbanismo più updated: le cose non andranno per nulla lisce e il lieto fine non ci sarà.

Ballard ci racconta la Garden City di Halloway: «I negozi erano rari: tutto ciò di cui si aveva bisogno, da una nuova cucina ad energia solare, ad una bicicletta ad alta velocità, veniva ordinato direttamente all’artigiano, che la progettava e realizzava su misure per le esigenze del committente». A Garden City, tutto era così ben fatto che durava in eterno. A Garden City c’erano dei Fab Lab. Certamente. Così come io m’immagino Halloway che si sposta agevolmente in aliante, coraggioso e con il vento tra i capelli, posso vedere chi frequenta i laboratori cittadini: persone, aiutanti, giovani e anziani, donne, interessati a costruire e a lavorare dentro la città intelligente, a partire da un piccolo villaggio, in una County americana, in un paese ai piedi dell’Himalaya, in un’isola del Mediterraneo. Personaggi pieni di curiosità, che fanno cose un po’ folli, che seguono uno spirito d’avventura tutto speciale. Però poi se vanno via, portandosi a casa uno scaffale fatto da loro, che ha le esatte dimensioni dei libri che possiedono, e che magari si gira su stesso, e con una luce a led identifica quel tomo tanto cercato. Sono i nostri makers, che hanno piedi ben piantati per terra, sognano, ma vogliono toccare con mano il loro sogno. Immaginano, fanno costruiscono, realizzano.

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Terza rivoluzione industriale, makersArtilect, un fab lab che realizza parti di aeroplano
Uno degli esempi più virtuosi si trova a Tolosa, Artilect, il primo fab lab francese, cominciato dall’idea di alcuni studenti che hanno creato un prototipo di robot per diserbare, molto utile agli orticoltori. Oggi è un punto di riferimento in Francia e lavora in maniera solidale anche con i Fab lab di Torino, Gand, Barcellona e Lovanio. Ha una dotazione di macchinari e si concentra sulla progettazione di prototipi, oggetti interattivi e di design, mobili e altre opere; il tutto nasce ed è incoraggiato dall’incontro di persone che vengono da diversi milieux, culture differenti e nello stesso tempo complementari tra loro. Collaborano da più di un anno con Airbus France – Usine Saint-Martin, per produrre pezzi per gli aerei. Artilect ha trovato dei partner che stanno sostenendo l’iniziativa e ben presto avranno bisogno di nuovi personal fabricator, e anche di altre figure professionali, nell’organizzazione, per gli eventi internazionali che stanno progettando. Il Fab Lab assume. È una notizia. Le grandi aziende licenziano, mentre i laboratori cittadini sognati da Ballard reclutano giovani e talentuosi. Chi apre la porta di Artilect è Nicolas Lassabe, fondatore con altri makers del Fab Lab nel 2008. È un uomo “delicato”, con un sorriso accennato ma gentile, se gli telefonate per andare a visitare Artilect si preoccuperà di indicarvi un albergo “pas cher”, il percorso in metropolitana più agevole e con meno cambi di stazione. Ogni autunno organizza un importante workshop, con altri Fab Lab europei, e con Neil Gershenfeld, che presiede con aria vagamente protettiva.
È un vero maker Nicolas, il suo sogno era creare uno spazio per mettere a disposizione di giovani studenti e inventori macchine, competenze e software per concretizzare le idee. In cinque anni i progetti realizzati sono migliaia. Nicolas e i suoi prodi hanno un modo di parlare e di muoversi, di comunicare con il corpo, di utilizzare il corpo per fare delle cose o raggiungere un luogo, molto low profile. Con calma, la testa rivolta verso l’interlocutore in un atteggiamento di ascolto profondo, e ciò che più mi piace è una non ostentata, ma ferma indifferenza verso la presse, la stampa. Qui prima si fa, si realizza, e poi si comunica, e siccome l’obiettivo è l’innovazione, è possibile che, quando si è sperimentato qualcosa di davvero innovativo, si è tra una fase e l’altra e non ha nessun senso comunicarlo. Essere in un percorso in movimento vuol dire anche questo: stare con gli occhi sulla propria idea ma lasciarla aperta, per chi vuole vederla, condividerla e arricchirla. Rimane ben poco tempo e “fantasia” per produrre comunicati stampa.
L’altro argomento faticoso per i makers di tutto il mondo è il finanziamento pubblico. Verrà? «Si vedrà, forse. Ma adesso ho da lavorare, I’m sorry, pardonnez – moi».

Gershenfeld, quel fisico che dal 1998 fa parlare gli oggetti tra loro
Su Neil Gershenfeld ci sono le pagine Wikipedia a raccontare la biografia, quella in inglese è più completa, ma sulla sua vita non da’ troppe notizie, sul suo lavoro è lui che parla in una chiarissima e spassosa conferenza TED.
È nato nel 1968, ha studiato Fisica e Ingegneria prima in Pennsylvania e poi alla Cornell University, nel suo curriculum è ben in evidenza che sino al 1984 è stato technician ai Bell Labs. Lì dove negli anni Ottanta sono state brevettate le tecnologie per la telefonia cellulare, e qualche anno più tardi Robert B. Laughlin e Daniel Tsui, per le loro scoperte, ricevono il Premio Nobel per la Fisica (1998). Moltissimi anni prima, a AT&T Bell Laboratory nasce un'organizzazione di ricerca interdisciplinare, che riunisce fisici teorici, esperti di materiali, ingegneri e tecnici della telefonia. L’iniziativa pensata in fase sperimentale, in poco tempo, darà all’America una leadership che durerà più di un secolo.
In quell’atmosfera, Neil Gershenfeld deve aver respirato l’idea che fabbricare è possibile a chiunque, che l’oggetto creato può essere anche messo insieme con eventuali parti elettroniche o meccaniche, così da completare la gamma di tutto ciò di cui un individuo può avere bisogno. «Per fare un esempio, se voleste un frullatore – spiega Gershenfeld nella sua Ted Conference – un mobile per la cucina, uno smartphone o un tagliaerba, il personal fabricator potrebbe realizzarvelo su misura, in copia unica e con le caratteristiche che voi volete». Il seguito è cronaca, storia contemporanea: la  realizzazione dei Fab Lab all’interno dei laboratori del Mit. Sono attrezzati con soli 20mila dollari di tecnologia, con i quali si produce ciò che si farebbe con almeno 20 milioni di dollari di macchinari. In pantaloni bianchi anche d’inverno e grosse scarpe da ginnastica, Neil Gershenfeld continua con atteggiamento da inventore il suo lavoro sulla “personal fabrication”, e ai più naif può far venir in mente che non sia troppo ossessionato dall’idea di essere uno, o il protagonista di quella che l’«Economist», nell’aprile del 2012, ha chiamato The third industrial revolution*: «Le linee tra manifatturiero e i servizi si stanno confondendo. Rolls-Royce non vende più motori a reazione, ma vende le ore che ogni motore realmente spinge un aereo nel cielo. I governi sono sempre stati schivi a scegliere i vincitori, ed è probabile che lo diventeranno ancora di più, come legioni d’imprenditori e pensatori si scambiano i disegni online, li trasformano in prodotti a casa loro e li vendono a livello mondiale».

Che ne è stato del nostro giovane inventore urbanista ballardiano? Alla fine della sua avventura, dopo aver distrutto, ricostruito, combattuto ed essersi anche innamorato nella “città definitiva”, non si dà certo per vinto: «Fiducioso, Halloway, attraversò la piazza. Stava già progettando mentalmente la prima di una serie di gigantesche piramidi di metallo, alte magari come quei grattacieli, costruite utilizzando aeroplani, treni merci, scavatrici e lancia missili: più grandi di qualunque cosa Buckmaster e l’intero XX secolo avessero mai sognato. E forse, per giunta, Olds gli avrebbe insegnato a volare». Senza l’aliante.


Libri citati
J.G. Ballard, Tutti i racconti 1969 – 1992, Fanucci Editore. Racconto: La città definitiva, pagg. 149-224.
Neil Gershenfeld, Quando le cose iniziano a pensare, Garzanti, 1999.

Articolo
The third industrial revolution, «The Economist», 21 aprile 2012: http://www.economist.com/node/21553017.

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