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La rieducazione sentimentale di un uomo cattivo

La rieducazione sentimentale di un uomo cattivoMilano è più caotica del solito, il giorno in cui incontro Marco Martani. È appena uscito il suo libro, per DeA Planeta, Come un padre, e siamo d’accordo di incontrarci per una breve intervista.

Il romanzo mi ha conquistata, scorrevole e coinvolgente, racconta di Orso e delle sue scelte di vita che lo portano, ora, dopo un infarto, a fare i conti con se stesso. Non è per niente immortale, così come pensavano i più. È umano, forse troppo umano.

Da giovane ha amato una donna e, amandola, ha pensato che potesse sfuggire al proprio destino. Le scelte hanno conseguenze, sembra dirci Orso tra le righe, e le sue lo hanno costretto a rinunciare a quella donna meravigliosa che portava in grembo la loro bambina.

Perché? Davvero non poteva fare altrimenti? Stando alle parole di Rosso, il boss malavitoso per il quale lavora Orso, no, proprio no. C’è un legame, un affetto quasi malsano che lega i due, il boss e il subalterno, e adesso, dopo l’infarto, Orso intende reciderlo, in un modo o l’altro.

Ho le domande scritte sul quaderno e aspetto Marco Martani per la nostra chiacchierata. Arriva, ci presentiamo e mi ritrovo a lasciare da parte le mie annotazioni per dedicarci a un dialogo sciolto e coinvolgente. Parlargli, mi è sembrato un po’ come leggere il suo romanzo.

 

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Com’è nata l’idea?

Volevo raccontare il percorso di espiazione di una persona. Una persona non brava, un uomo che si trova a un bivio della propria vita, che pensa alle rinunce che ha fatto.

Si trova messo come tra parentesi per colpa di un infarto che lo obbliga a fare i conti con ciò che ha perso, con ciò a cui ha dovuto rinunciare o, meglio, è stato costretto a rinunciare. È anche un fare i conti con quello che ha fatto di buono e di cattivo, con le proprie scelte. Mi sembrava un meccanismo struggente e mi piaceva indagarlo.

La rieducazione sentimentale di un uomo cattivo

Orso, il personaggio principale, non è un eroe, ma non è nemmeno un antieroe, il suo ragionamento è condivisibile. Dice qualcosa come ciò che si è disposti a fare per il bene di chi si ama…

Infatti, in qualche modo ho incapsulato nella narrazione un fatto che le persone fanno tutti i giorni, in mezzo ai loro piccoli gesti. Ho inserito il dettaglio in un romanzo di genere per stimolare l’interesse del lettore.

Tra l’altro, la storia di Orso è nata inizialmente come soggetto per una sceneggiatura ma più ci pensavo più la sua forma, alcuni passaggi, mi sembravano sfuggissero alle logiche del soggetto.

 

Orso è un uomo forte, ma ha il tallone d’Achille ben scoperto…

Nessuno è un cerchio perfetto e Orso conquista proprio perché nessuno è interessato alla perfezione. Orso è un uomo, è uno che soffre nonostante il percorso criminale, quindi un percorso straordinario. E se si innesca l’empatia, è perché Orso prende per mano il lettore e gli mostra cosa prova.

La scommessa era proprio questa: rendere vivo un personaggio come Orso.

 

Si è inspirato a qualcuno per costruire il personaggio di Orso?

Parte di Orso è mio padre. Certo, lui lavorava in banca e non alle dipendenze di un boss malavitoso. Era una persona di poche parole, molto autorevole. Nei primi anni dell’adolescenza ho vissuto con distanza e ammirazione la figura di mio padre. Poi mi sono trasferito a Roma, per l’università, scoprendo così un padre buono e amorevole, e successivamente un nonno altrettanto premuroso.

Quando ero piccolo, però, faticava a esprimere i suoi sentimenti e io ho preso questo dettaglio e l’ho reso simbolo. Ho rimesso, quindi, il sentimento nel romanzo e sul conto di Orso, pure lui un uomo in difficoltà, anche se in questo caso per via delle sue scelte.

Orso incarna la doppia faccia di mio padre, di uomo tutto d’un pezzo e amorevole. Nello specifico, Orso compie un percorso di rieducazione sentimentale, un viaggio che lo farà soffrire per poi ritrovare i sentimenti che pensava di aver perso per sempre.

La rieducazione sentimentale di un uomo cattivo

La sceneggiatura e il romanzo, cosa li differenzia nella loro essenza?

La sceneggiatura è un continuo lavoro di compromessi, è un lavoro di squadra tra attori, regista, altri sceneggiatori. Si richiede precisione e, certe volte, la scrittura prosegue anche sul set.

Il romanzo è una scrittura zen. È un ritrovare se stessi, un continuo dialogo con te stesso.

Tra l’altro, ero stanco di lavorare sulla sceneggiatura e stavo cercando emozioni diverse da quelle date dal lavoro in gruppo.

Nella scrittura del romanzo, si ha una grande soddisfazione nel momento stesso in cui si scrive, perché vedi già il risultato. Con la sceneggiatura i tempi sono diversi, dilatati. Per vedere il proprio lavoro finito, si passa per diverse fasi. La soddisfazione arriva con il film.

 

Ha incontrato difficoltà nell’approcciarsi al romanzo?

Non ho incontrato difficoltà soprattutto perché non avevo scadenze. Ho avuto tutto il tempo necessario per pensare, per sciogliere i vari nodi, per soppesare i personaggi.

Mentre stavo scrivendo è nata la mia quarta bambina, e si dormiva poco. Più di una questione spinosa della trama l’ho risolta nel cuore della notte intanto che cullavo la piccola.

 

Quindi ci saranno altri romanzi?

Sì, decisamente.

ConCome un padre ho cercato una mia voce narrativa che, non scimmiottasse altri scrittori. I trent’anni di esperienza nella scrittura di sceneggiature hanno sicuramente dato il loro contributo alla scelta stilistica, ma è anche il tipo di narrativa che preferisco come lettore.

 

Cosa legge?

Di tutto. E, se un libro non mi convince, lo leggo comunque per metà. Prediligo però la narrativa di genere, noir e thriller, soprattutto. E mi piace da quando sono giovane. Ho iniziato con il primo Ellroy, Derek Raymond, con autori che sapevano farti dimenticare chi sei. Ecco, in Come un padre ho provato a fare la stessa cosa, far dimenticare tutto al lettore mentre legge la storia di Orso.

 

Come scrive?

Non sono metodico. L’idea mi può venire in mente anche al supermercato, allora prendo molti appunti. Sono pigro e lavoro bene di notte mentre l’idea di svegliarmi alle sei del mattino per mettermi a scrivere mi suona come una tortura.

Non ho rituali particolari per scrivere, anche se non mancano mai il caffè americano e il mio pc.

 

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Ci incontriamo in un giorno particolare (di venerdì), un giorno scelto per protestare contro le politiche poco rispettose dell’ambiente, mi sento in dovere di chiederle cosa ne pensa…

Penso che sia sconcertante il fatto che i governi si applichino con superficialità.

Che cosa si può fare? Educare, partendo da casa e poi a scuola, così quando le nuove generazioni arriveranno al governo avranno la mentalità già cambiata.


Leggi tutte le nostre interviste a scrittori e scrittrici.

Per la prima foto, copyright: Jonathan Rados su Unsplash.

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