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La Regina di Saba nella letteratura di Gérard de Nerval

La regina di SabaTutto ha inizio con la morte della madre, nel 1810. Di lei rimane poco al piccolo Nerval, se non alcune lettere. Una figura femminile che influenzerà tutta la successiva vita dello scrittore, un sentimento di perdita che avrà la sua espressione più alta in Sylvie. Tuttavia, c'è un'altra donna al centro delle ossessioni di Nerval: la Regina di Saba, «una maestà di dea, la malia di una bellezza inebriante e un corpo flessuoso».

Nel gennaio 1843, Nerval compie un viaggio in Oriente: prima Alessandria, poi Il Cairo, fino a Costantinopoli (oggi Istanbul). Fugge da un anno, il 1841, trascorso in case di cura, a causa di deliri che, nel 1852, lo costringono a un ulteriore ricovero, a cui seguono anni d'indigenza, fino al tragico epilogo: il suicidio per impiccagione.

Dopo il viaggio, nel 1851 l'editore Charpentier commissiona a Nerval un'opera: lo scrittore ci lavora per sei mesi, realizzando, infine, Viaggio in Oriente. Solo un anno prima, nel 1850, aveva pubblicato la Storia della Regina del Mattino e di Solimano, principe dei geni. Quello stesso racconto venne inserito nel Viaggio in Oriente e ristampato, nel 1853, sul Pays, con il titolo La Regina di Saba; edizione oggi riproposta da Adelphi, a cura di Giovanni Mariotti.

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Quello della Regina di Saba è un mito che ha le sue radici nella Genesi: da una parte c'è un discendente di Adamo, Solimano Ben-Daus (Salomone), dall'altra Adoniram. Entrambi amano la Regina di Saba, l'«incarnazione della capacità femminile di trasformare in ragione, poesia e grazia gli enigmi più tenebrosi». Nerval confeziona un piccolo gioiello, in cui si fondono antiche leggende della Bibbia, ma anche del Corano, mentre la Regina assume sempre più le sembianze di un'ammiccante attrice, poiché, come ci ricordano Mariotti e Pietro Citati, in un recente articolo sul «Corriere della Sera», con Nerval non siamo davvero nella Gerusalemme di Solimano, ma nella Parigi del 1850, con la sensazione di essere in un teatro, in un'imponente opera di Giacomo Meyerbeer.

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