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La Puglia allo specchio – La sarta

SartaA Bari, alla Madonnella o a Carrassi, tutti hanno una zia sarta in famiglia: una di quelle donne calme e precise che con cura e meticolosità cuciono i vestiti delle nipoti, sempre uno spillo tra le labbra e un gessetto per tagliare la stoffa. Queste zie, spesso, lavorano a nero per le boutique del centro. Con 5 euro ci facciamo accorciare un pantalone, e a loro, alle zie sarte, ne restano appena tre. Ma quando a chiedere un abito o uno scorciamento è un capo, le cose cambiano.

– Quelli ci tengono a vestirsi bene, dice Teresa, una sessantenne bassa e grassottella che da Carrassi si è trasferita a Carbonara da qualche anno.

Teresa ha la licenza elementare, un marito in pensione, due figli disoccupati e un mutuo da pagare. Il suo è un mestiere antico, l’ha imparato dalle suore, dopo le elementari, quando fingeva di andare a scuola e in verità cuciva le tonache nere delle monachine.

– Quelli chi?, le domando.

– Quelli che contano.

Teresa ha una decina di clienti fissi e un paio di negozi le passano abiti e tailleur da sistemare. La sua arte al servizio del commercio e della mala.

– Ma come funziona?

– Loro vogliono vestire bene, allora mi portano delle riviste di moda… A volte fanno ridere, vogliono vestire come gli attori, sai quello… George Clooney! Ma c’hanno la panza!

Ridiamo. Me la immagino la povera Teresa che prova a convincere un panciuto malvivente a desistere, a rinunciare al kitsch da star di Hollywood.

– Si sentono belli. Pensano di essere come quelli. Mi fanno ridere, perché per loro è tutto così: i soldi, i vestiti… Come nei film.

Che Bari abbia una criminalità cafona è fuor di dubbio. Nessuno dimentica le cavalcate dentro Bari Vecchia del vecchio boss Capriati con tanto di cappello da cow boy, la passione per gli ippodromi e le giacche di montone di Savino Parisi, il gusto per le coppole e gli abiti alla Scarface di Cesare Diomede. Segni di una sottocultura arrivista, di un ambiente disgustoso privo di identità estetica.

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Bari, Carrassi– Non c’hanno gusto. Copiano le cose più brutte…, dice e sorride scuotendo il capo, Teresa.

Teresa va di là, prende uno scampolo di seta viola e mi dice che “uno di quelli” le ha chiesto una camicia alla Tony Manero, quello della Febbre del sabato sera, per una comunione dove deve fare il padrino.

Allibisco e rido. Me lo immagino il bellimbusto che tiene in braccio il pupo in chiesa manco fosse un Corleone in una scena del Padrino, poi arrivare al ricevimento e fiondarsi sui frutti di mare crudi e attaccarsi a una cinquina di bottiglie di vino.

– Immagino che ti farai bei soldi, con questi clienti qua... dico, ma Teresa si rabbuia e guarda altrove.

– Non sempre pagano, bisbiglia.

– Cosa?! Con tutti i soldi che c’hanno?, le domando.

– È così, purtroppo.

– E perché?

– Che ne vuoi sapere tu? Hanno fatto lavorare mio figlio grande, una volta. Lo hanno messo sul cantiere per un mese… Che cazzata che ho fatto. Ogni volta che chiedo il conto me lo rinfacciano, quei bastardi!

Ecco, scopro che il crimine è tirchio e che ama vessare chi gli deve un favore. La povera Teresa vive di stenti, di quel poco che le passano le boutique, ed è costretta ad accecarsi sulle sete della mafia.

– Non puoi farci niente?, le chiedo torcendo le mani per la rabbia.

– Ogni volta che devo fare una consegna prego il Signore che mi paghino. Ma sai cosa mi dicono? Se hai problemi, mandiamo tuo figlio sul cantiere. Ma mio figlio lo hanno pagato, secondo te? Due lire di merda, senza assicurazione, per fare un mestiere che non sa fare. Stava pure cadendo, quel povero Cristo. E tu che dici, mo? Che gli devo dire, a questi? Che mio figlio non vuole lavorare? Qua, a Carbonara due, o fai quello o spacci.

Ricapitolando la mala stritola e affama Teresa e la sua famiglia: la considera un pezzo dell’ingranaggio del lusso, la schiavizza e ci ride sopra!

– Ma gli hai mai chiesto dei soldi?

– Sì.

– E loro?

– Dicono che devono pagare gli avvocati… Che non ce la fanno. Ma i soldi per la Mercedes ce li hanno!, risponde Teresa scoppiando in lacrime.

Le accarezzo la testa, le porgo un bicchiere d’acqua.

– Mo te ne devi andare. Io non ti ho detto niente, mi fa.

Silenziosamente esco dal suo piccolo appartamento. Mi avvio attraversando la piazza inutile di questo quartiere dimesso. Supero i casermoni e un ponte. Di fronte a me l’Ospedale Di Venere, altro scempio sanitario pugliese, e recupero la mia auto. Velocemente filo via trattenendo le bestemmie che dallo stomaco mi salgono alla bocca. Questa è Bari.

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Commenti

che tristezza :(

Forse nostro compito è educarli alla bellezza, riempire il loro vuoto, dare speranza ed vie nuove alle anime ibernate, pari dignità alle generazioni future, perché ...non è mai troppo tardi

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