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La Puglia allo specchio – Il portatore di voti

Comune di BariA Bari riparte la campagna elettorale e si rivedono in giro certi tipi che intercettano voti per conto della mala per poi trasferirli un po’ dove gli pare. Non si tratta di professionisti della politica, ma di clienti, di piccoli destinatari di consensi e collettori di voti. Ne incontro uno nel quartiere Libertà, fuori una cantina ricavata in un basso fumoso e maleodorante. Si chiama Pino, ha più o meno quarant’anni e una famiglia numerosa sulle spalle da disoccupato cronico.

– Di cosa vivi, Pino?

Alza un braccio e lo fa roteare come per dire “vivo di quel che capita”. In effetti, la sua è un’esistenza di espedienti: qualche scippo, un po’ di droga una decina di anni fa, un’adolescenza tra le sigarette di contrabbando e ora piccolo sostenitore di politici alla ricerca di una sistemazione da qualche parte.

– Non ho mai fatto cose grosse, io, per questo mi faccio gli affari miei e campo. Mia moglie lavora… fa le pulizie in una cooperativa. Io mi arrangio.

L’arte di arrangiarsi è il mestiere del disoccupato maschio barese. Senza cercare un lavoro fisso, oscillando tra un’adolescenza mai portata a termine e un’età adulta già consumata. Pino mi racconta come fa a raccogliere voti, adesso che inizia la campagna.

– Io conosco un sacco di gente, poi ho fratelli, cugini. Siamo assai, ma proprio!, fa e sorride.

– Quanti?

– Solo in famiglia almeno trenta. Fatti due conti.

Me li faccio: trenta voti di famiglia, più conoscenti, compagni di cantina, compagni di strada, eccetera, uno così può racimolare quasi centocinquanta voti. Un bel pacchetto per un qualunque candidato.

– Poi qua ci pagano la cantina.

Gli domando cosa voglia dire.

– Ti spiego. Noi ci paghiamo il circolo con le birre, poi quando arrivano le elezioni arriva uno…

– Uno chi?

– Uno che sta nella politica e ci dice che pure questa volta ci paga l’affitto per due o tre mesi, e la birra. E noi lo votiamo e lo facciamo votare da tutti.

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Elezioni comunali BariE certo, perché dir di no a Pino non deve essere facile, con quella faccia truce che si ritrova.

– E dopo?

– Dopo… dipende. Se è uno bravo ci fa lavorare. Attacchiamo i manifesti, portiamo i santini dove vuole, qualcuno fa l’autista. Lo sai com’è.

Sì, so come funziona da queste parti: il quartiere Libertà si popola di circoli elettorali a sostegno di una mezza dozzina di candidati, ciascuno pescando nel torbido del territorio. Il rione si affolla di supporter a pagamento e i circoli sposano candidature avverse nelle idee, uguali nella pratica. Finita la festa, i circoli tornano al loro squallore quotidiano.

– Ma fammi capire. E quelli più grossi?, domando alludendo alle famiglie mafiose del Libertà.

– Quelli mica li muovi così. Quelli stanno già sistemati. Se vuoi fare l’accordo con loro, devi avere i coglioni e devi garantire delle cose.

– Cosa?

– Mo tutti sanno che quelli si vogliono prendere gli appalti e piazzare quelli che dicono loro a lavorare.

Ecco: il mattone che irrompe prepotentemente nella campagna elettorale barese. Il divino mattone che vale qualche settimana di lavoro per tirare a campare e per non far chiudere quelle aziende in aria di mafiosità.

– Tu, invece?, gli domando.

– Io lavoro per quelli più piccoli. Loro sanno quando devono venire. Prima si fanno vedere in giro, poi ti fermano… un caffè e si chiacchiera. Fatta la chiacchiera, ci auuandiamo [becchiamo, ndr] nel circolo o a casa di qualcuno, fissiamo un prezzo per il circolo, quelli che devono fare l’attacchino e quelli a dare il materiale, e così si fa. Se quello esce come consigliere, allora si vede. Qualche cosa può uscire, anche se mo è più difficile.

Evidentemente v’è stata una raddrizzata nel sistema paramafioso della compravendita dei voti in cambio di favori, ma resta l’abitudine di offrire la propria libertà di scelta in cambio di una promessa, di un pagherò.

– E tu ti fidi?

– Prima o poi qualcosa deve uscire, mi risponde sorridendo senza troppa convinzione, perché sa bene che non è più come una volta.

– Mo ci vogliono troppi voti, e noi non sappiamo dove li dobbiamo andare a prendere.

– Capisco, dico stringendogli la mano per salutarlo.

Mi allontano di un metro, quando mi guarda e mi fa: – Non è che ti vuoi candidare?

Gli sorrido senza rispondergli. Mi accendo una sigaretta e filo via pregustando l’affascinante carnevale che la città si appresta a vivere.

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