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La potenza e la fallacia dei ricordi. “Farabeuf o la cronaca di un istante” di Salvador Elizondo

La potenza e la fallacia dei ricordi. “Farabeuf o la cronaca di un istante” di Salvador ElizondoPuntata n. 28 della rubrica La bellezza nascosta

 

«Sì, di colpo vedevo il tuo viso, come se sorgesse dagli spessi tendaggi di velluto sbiadito, e sembrava che fossi dall’altro lato della finestra. Quando i nostri occhi si incrociarono, si udì un tremulo grido smorzato dalle pareti macchiate di umidità. Chi gridava nella notte? Il tuo volto, nello specchio, sanguinava mentre lo guardavo dall’angolo opposto della sala, appoggiato, inerte, al ripiano di marmo del tavolino in ferro sul quale lui aveva depositato gli strumenti chirurgici che, in quel momento, brillavano negli ultimi riflessi del pomeriggio. La debole luce del crepuscolo filtrava come una nebbia luminosa attraverso i vetri appannati delle finestre che davano sul cortiletto abbandonato.»

 

Nella descrizione di un istante ci sono cose che sfuggono irreparabilmente a una fotografia, sensazioni che la freddezza di una pellicola rischia di far cadere al suolo, di perdere. Ma un momento può avere una potenza tale da essere più importante di un’intera esistenza; basta diventare vittime del gioco che si chiama: memoria; basta restare fermi sopra una panchina, distesi su di un letto, basta guardarsi allo specchio senza poi guardare nulla, e sprofondare in un ricordo, uno solo, e farlo talmente bene da vivisezionarlo; di quel ricordo tornerà l’odore, e il cervello ci farà chimicamente provare quelle stesse emozioni, magari appena in maniera sfumata.

 

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La potenza e la fallacia dei ricordi. “Farabeuf o la cronaca di un istante” di Salvador Elizondo

Ci portiamo dietro parti distorte di qualcosa che ha significato troppo o troppo poco e lo facciamo mantenendo quelle scene in una parte nascosta di noi e, nel ricordare, la confusione di una distanza eccessiva ci può portare a mischiare le carte talmente bene da confondere i tempi, da sbagliare le parole, da dubitare, a volte, che ci sia davvero stata, quella volta lì. Perché affidarsi al meccanismo della memoria è pericoloso, perché l’imperfezione dei ricordi conosce la maniera migliore per farci del male; e quando in un instante sono concentrati un male erotico potente e un corpo solido, l’ossessione di aver perduto, la malattia di non poter più essere, ci schiaccia senza darci tregua.

 

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Salvador Elizondo è nato in Messico nel 1932 ed è morto nel 2006. Il suo romanzo Farabeuf o la cronaca di un istante è stato pubblicato in Italia dalla casa editrice LiberAria, con la traduzione a cura di Giulia Zavagna; è presente, tra le pagine, anche un breve scritto di Alessandro Raveggi.

Protagonista di questo romanzo è il dottor Farabeuf che attraverso una serie di monologhi e immagini ci racconta un istante fermo nel tempo, quello con la sua assistente. I due si travestono, si trasformano, e vivono in un miscuglio di amore, e di sesso e di morte.

Elizondo ci fa entrare in un meccanismo perverso, e ci mette davanti righe complesse e sporche di erotismo, dove il sesso e il male di vivere si fondono tanto da divenire, a tratti, la stessa cosa. Pagine da costruire, parole come mattoncini da maneggiare con cautela; la scrittura dell’autore messicano è ricca di suggestioni e ci porta con prepotenza in un labirinto di eventi ed emozioni da cui risulta difficile venire fuori, ma la maestria di Elizondo è importante, e il suo linguaggio ci permette di immergerci nella storia come se fossimo proprio lì ad ascoltare Farabeuf, le sue disquisizioni e la sua maniera di raccontare la vita.

«Forse tutto questo è un sogno. Un sogno dal quale non ci sveglieremo finché qualcuno, o qualcosa, non risponderà alla domanda che notte dopo notte ci poniamo: di chi è quel corpo che tanto amiamo?» «E se fossimo solo l’immagine riflessa nello specchio?» «In quel caso niente e nessuno potrebbe mai rispondere a quella domanda». 68 Dal fondo di quel corridoio, immersa nella penombra – la luce non è cambiata: sta calando la notte –, un odore di formalina invade fino all’ultimo pertugio di questa casa abbandonata e lei continua a porre la stessa domanda tediosa. Farabeuf, quando viene, la trova sempre nella stessa posizione, con la ouija o le tre monete davanti a sé, acconciata con la stessa cuffia bianca con i veli di lana grigia che nascondono la capigliatura liscia e bionda che le cade sulle spalle più in basso della vita. Farabeuf gode di certi privilegi.

La potenza e la fallacia dei ricordi. “Farabeuf o la cronaca di un istante” di Salvador Elizondo

Tutte le parole di Elizondo sono un sentiero che ci fa scoprire le meravigliose nevrosi della mente e ogni possibile spostamento del ricordo umano; un romanzo possente e sinuoso, come il corpo di una donna, un dono che lo scrittore messicano ci fa, pretendendo in cambio, una fede che non potrà mancarci.

«Anche questo lo faccio per il tuo bene. Dare un carattere religioso a questa piccola offerta ti farebbe pensare alla morte. Io non voglio intimorirti. Desidero che tu sia felice. Soprattutto oggi. Ben presto vedrai che in realtà non è nulla di complicato. Farabeuf ama essere pomposo nelle parole e nei gesti. Si lascia, spesso, trasportare dall’entusiasmo che gli suscita l’applicazione del suo metodo curativo. È un uomo che ama il proprio mestiere con disinteresse. Ogni volta che introduce una miglioria nel procedimento vuole accentuarla, dimostrarla agli spettatori con un colpo spettacolare, con una frase che sembra avere un contenuto occulto. Questo soddisfa la sua vanità di taumaturgo, ma in fondo tutto ciò che può succedere durante i suoi interventi è di una semplicità estrema. Per tutto questo è importante non lasciarsi ingannare dalla finta solennità che riveste questa ricostruzione schematica di un avvenimento lontano. Le immagini che vedrai proiettate di fronte a te forse ti turberanno. Un brivido scorrerà lungo il tuo corpo come la carezza di una mano gelida. Vorrai chiudere gli occhi. Vorrai essere cieca. Ma no. Coraggio e umiltà. È la consegna di questa notte splendida.»

 

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La potenza e la fallacia dei ricordi. “Farabeuf o la cronaca di un istante” di Salvador Elizondo

Il disagio del vivere è come un movimento che compiamo di continuo, come un vizio che non siamo capaci di smettere; per avere un’illusione di controllo su quel movimento, scoviamo stratagemmi e manie, proviamo a esorcizzare la morte con il sesso, a escogitare piani di fuga scattando fotografie; ci imponiamo sicurezze talmente deboli che si sfaldano di continuo e siamo costretti a faticare costantemente per metterle in salvo.

E forse è davvero così, un solo istante può avere più significato di un’intera esistenza, e se quell’istante lo facciamo rivivere di continuo, tutto il resto dei nostri giorni sarà sempre e solo un rimando a qualcosa che non potrà più tornare e che consumerà tutte le nostre ore a venire.


Per la prima foto, copyright: Lê Tân.

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