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"La più amata", intervista a Teresa Ciabatti che racconta i suoi demoni familiari

"La più amata", intervista a Teresa Ciabatti che racconta i suoi demoni familiariCon La più amata (Mondadori, 2017), appena inserito tra i dodici semifinalisti del Premio Strega, Teresa Ciabatti, blogger, romanziera e sceneggiatrice di alcuni film di grande successo, scrive una sua personalissima autobiografia.

Al centro della vicenda c'è prima di tutto il padre, Lorenzo Ciabatti, proveniente da un'influente famiglia del grossetano, che poco più che trentenne diventa primario all'Ospedale di Orbetello, ed è il più giovane primario d'Italia: una figura dominante nel bene e nel male, che tutti chiamano il Professore.

Non bello, autoritario, amico di personaggi potenti e legato alla massoneria, sposa Francesca Fabiani, brillante anestesista proveniente da una modesta famiglia romana e di parecchi anni più giovane di lui, ma ben presto trasforma la bella e intelligente dottoressa in una donna del tutto sottomessa, che rinuncia presto alla carriera per fare solo la moglie e la madre, con un prevedibile carico di frustrazioni e depressioni che il marito non esiterà a curare in un modo ben poco ortodosso, applicando su di lei in modo esagerato la "cura del sonno" che era diventata di moda qualche decennio fa.

Teresa però è troppo piccola per capire tutto questo: lei è la principessa del regno incantato messo a disposizione dal padre, nella grandiosa villa con piscina in cui trascorrere ore spensierate, avendo a disposizione la servitù, gli agi e tutti i giocattoli sufficienti a farla sentire padrona del mondo. Ma sono anche anni oscuri, anni di trame e di cospirazioni ai danni dello Stato italiano (lo zio paterno, Dante Ciabatti, figura tra i cospiratori del tentato golpe Borghese del 1970) e i personaggi che transitano nella vita del Professore, a volte anche dalla sontuosa villa di Orbetello, sono politici, imprenditori o figure controverse come Licio Gelli, anche se a Teresa quei nomi non possono dire molto.

Poi, un giorno, improvvisamente tutto crolla: spariscono i soldi, la villa, i privilegi, e Teresa si ritrova con la madre e il fratello gemello in una casa modesta a Roma, dove a scuola non è più la piccola principessa come a Orbetello, ma una qualsiasi, provinciale Ciabatti il cui cognome fa persino ridacchiare i compagni.

 

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Ancora oggi che i genitori sono entrambi scomparsi, Teresa Ciabatti sembra incapace di liberarsi dai fantasmi di questo suo passato, e di superare del tutto il trauma di aver perso bruscamente quella sua magica infanzia dorata.

Ne abbiamo parlato con lei a Milano, alla vigilia della sua partecipazione a Tempo di Libri.

 

Com'è scrivere un libro come questo a quarantaquattro anni, voltandosi indietro e ripercorrendo così nel dettaglio un periodo complesso come l'infanzia? Quanto l'ha toccata e quanto l'ha cambiata?

Io resto una donna incompiuta, perché non c'è stata una vera crescita nel libro: mi toglievo gli anni, perché mi vergognavo di quella che ero, modificavo la mia data di nascita, ma alla fine ho dovuto rivelarla, perché la editor mi ha avvertito che c'era una grande confusione di date. Ho scritto diverse versioni del libro in cui l'Italia andava avanti e io avevo sempre sei anni... Alla fine, ho dovuto dichiarare la mia vera età, e questa è stata la mia prima presa di responsabilità, l'accettazione di quella che sono; ma quella che sono ha una grande parte legata all'infanzia, con un'enfasi eccessiva su certi aspetti.

La letteratura femminile è connessa alla saggezza: spesso le donne sono in grado di fornire molte risposte, mentre io proprio non ne ho, sono una voce femminile atipica. La più amata è un libro pieno di domande, ma senza risposte, perché non possiedo la saggezza da donna e da madre.

È difficile tornare indietro, ma questa è sempre stata la mia ossessione. Continuavo a percepirmi come appartenente alla mia famiglia d'origine, quella con i genitori e il fratello, anziché alla mia famiglia attuale, con marito e figlia. Sono ossessionata dal passato.

"La più amata", intervista a Teresa Ciabatti che racconta i suoi demoni familiari

Spera di riuscire a rispondere alle domande che ha posto nel romanzo?

No, non ci spero: ci sono domande che ci si porta dietro per tutta la vita.

Ho cominciato a scrivere cercando di capire chi fosse stato in realtà mio padre, e questa è diventata la mia ossessione nella vita, perché il mio presente mi sembrava legato a quelle risposte. Scrivendo questo libro però mi sono liberata: a un certo punto, la risposta su mio padre non m'interessava più, perché la domanda era diventata "chi è Teresa Ciabatti?". E la risposta che arriva alla fine è che non sono nessuno, sono una donna qualunque, senza alcun privilegio.

La bambina ricca di Orbetello che ho raccontato, con tutti i suoi privilegi, come certi giocattoli che venivano dall'estero e che possedevo solo io, è una che il lettore odia, perché è veramente odiosa. In quel mondo non c'erano la morte, la fine, la perdita... Io mi sono confrontata molto tardi con la morte e ci sono arrivata del tutto impreparata, prima non mi era morto nemmeno un criceto.

Così il lettore è felice quando quella bambina odiosa perde il suo regno.

 

Nel libro però c'è un percorso, l'accettazione di essere il prodotto della propria vita.

Sì, ma questo non mi ha fatto diventare una persona migliore. In principio tentavo di incolpare di tutto i miei genitori, ma accanto a me c'è un fratello gemello che è diventato un essere umano completamente diverso da me, senz'altro migliore, pur essendo nato e cresciuto nello stesso ambiente, e avendo vissuto le stesse esperienze.

 

Perché si deve smettere di vivere troppo attaccati al passato?

Più che altro lo devi fare se hai dei figli. In questo ho fatto dei grandi passi avanti: quando mia figlia andava all'asilo era la tata a occuparsi di tutto, nessuno mi conosceva, mentre ora la seguo molto di più.

Ho voluto tantissimo questa bambina e me l'ero immaginata in un mondo rosa, quasi una proiezione di quello che ero stata io. Le avevo preparato una magnifica casa delle bambole che lei non ha mai neanche sfiorato, perché mia figlia è dark, completamente diversa da come la immaginavo. La maternità per me è iniziata quando ho preso coscienza che questo essere umano non ero io, e nemmeno la mia bambina ideale. In un'intervista ho detto che io e mia figlia stavamo facendo conoscenza e che ci stavamo simpatiche, ma sono stata attaccata pesantemente, perché la cosa è stata giudicata molto riduttiva.

Eppure è vero che la conoscenza dei propri figli si modifica, soprattutto perché un figlio cambia nel tempo.

 

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Nel romanzo lei appare molto sincera, ma immagino che per questa sincerità lei stia pagando un prezzo.

Non avendo una verità in più degli altri, posso solo essere molto sincera, a partire da me stessa e non puntare un dito accusatore sulle persone.

La famiglia che racconto può essere riparo, minaccia, pericolo, perché ogni giorno può assumere una forma diversa, e mi piaceva riuscire a ricreare con la scrittura questo cambiamento continuo.

Alla fine, tu non saprai mai chi saranno stati i tuoi genitori e cosa sarà stata la tua famiglia.

Mio padre, un uomo pieno di ombre e che ha fatto cose che non condivido, ha creato un mondo di cui comunque facevo parte: io vengo da lì. Quello che tento di fare, non avendo una saggezza o una visione superiore, è offrire una visione diretta e sincera.

È una scelta precisa, l'unica che posso fare come scrittrice, anche perché se mi metto di fianco, che so, a Dacia Maraini, io faccio ridere.

Non sono eroica, perché ho scritto il libro dopo la morte dei miei genitori. Fossero ancora vivi, mi avrebbero di sicuro denunciato. Questo, in realtà, è un finto memoir perché c'è una scelta, una manipolazione narrativa del senso degli accadimenti. Contiene molta invenzione e narrazione.

Nella mia ricerca sulla verità su mio padre, a un certo punto ho capito che non ero più interessata a ciò che aveva fatto nella vita pubblica, ma che mi bastava capire meglio il suo comportamento nell'ambito familiare, soprattutto nei confronti di mia madre, cosa che alla fine risulta anche più inquietante. Nessuno, allora, aveva percepito come violenza il fatto che mio padre avesse obbligato mia madre a sottoporsi alla cura del sonno per un periodo lunghissimo, sottraendole una fetta di vita, ma oggi posso dire che è stata una violenza enorme.

 

Il lettore forse si aspetta che il personaggio si comporti così.

Da mio padre ho avuto un'infanzia meravigliosa, l'ho amato molto e non posso dire che fosse un mostro. Però quella bambina che considerava tutto, anche le persone, come suoi giocattoli, in realtà emulava il padre, facendo lo stesso esercizio di potere. Se lui è un mostro, lo sono anch'io.

"La più amata", intervista a Teresa Ciabatti che racconta i suoi demoni familiari

Nel libro sono citati personaggi famosi che transitano per la villa di Orbetello. Non c'è qualche insinuazione sulle motivazioni di queste visite, accostandoli alla figura ambigua di suo padre?

In realtà avrei voluto parlare di molti altri personaggi, ma non sempre ho avuto il permesso di citarli. Quello che volevo semplicemente fare era mostrare quel mondo improbabile come visto dagli occhi di un bambino, che non sa e non può chiedere il reale significato di ciò che accade.

 

In un'intervista lei ha detto "io sono cattiva". Questa cattiveria come è stata sviluppata nel romanzo?

Quella è un po' una maschera, ma in qualche modo mi spaventano più le persone che esibiscono la loro bontà, ma non si rendono conto delle proprie mancanze o cattiverie. Preferisco una dichiarazione di odio liberatoria, che magari viene poi seguita da gesti di sensibilità. È il racconto di se stessi che mi spaventa: raccontarsi buoni è pericolosissimo, ma capita che chi si racconta cattivo, dopo ti possa sorprendere.

Nel libro, il mio sguardo su di me e sulla mia famiglia non è affatto indulgente, però quella per me non è cattiveria.

 

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E le conseguenze su chi è rimasto? Come hanno preso il libro le persone intorno a lei?

Con mio fratello non ci parlavamo da due anni, ma quando ha letto il libro mi ha scritto perché, leggendolo, ha recuperato dei ricordi dell'infanzia che aveva completamente rimosso. Ora mi difende dagli altri parenti, che ovviamente sono un po' incazzati, ma non sono parenti così stretti da potermi rimproverare qualcosa.

 

Però è curioso che, pur avendo la stessa età perché siete gemelli, lei sia rimasta così legata ai ricordi, mentre suo fratello ha rimosso tutto.

Questo in effetti è stato un nostro problema, perché lui cercava di ricordare. Aveva il buio in testa, e nel buio può esserci tutto, anche cose peggiori di quelle accadute davvero.

 

Quale può essere stato il suo processo di rimozione?

Quello che non sono mai riuscita a spiegargli a parole, ma forse ci sono riuscita col libro, è che certi avvenimenti che racconto erano in effetti traumatici e potevano aver causato una rimozione da parte sua. È come se gli avessi restituito la parte di vita che gli mancava, anche con tanti momenti belli che non ricordava più. Questo mi rende felice.

 

C'è qualcosa da cui vuol difendere sua figlia?

È curioso, ma spesso tra noi due l'irresponsabile sembro io, e lei è quella che vuole proteggermi.

 

Questo libro è stato molto apprezzato ma anche molto criticato, però spesso ho avuto l'impressione che le critiche non fossero pertinenti.

Vengo da diciassette anni di scrittura, durante i quali proprio non esistevo, né per i lettori, né per i critici. I miei libri precedenti non li ha letti nessuno, e il mio primo romanzo era stato allora definito "il più brutto romanzo dell'anno". Di sicuro non sono mai stata una privilegiata, ma una criticata, e soprattutto ignorata. Questo libro è il risultato di un percorso di crescita nella scrittura: non credo di essere stata ignorata per ingiustizia, ma probabilmente perché non scrivevo abbastanza bene.

Di recente, sono stata bombardata di insulti su Facebook e ho chiuso temporaneamnte il profilo, ma chi mi insulta non sa che dopo aver scritto il libro più brutto dell'anno reggo qualsiasi critica... La candidatura allo Strega ha generato malumore. Io sono consapevole che nella mia generazione ci sono tante scrittrici che potrebbero essere al mio posto, però le critiche non sono venute da loro, con cui tra l'altro sono in ottimi rapporti, ma da altre persone. Del resto, vincere un premio come lo Strega non è che ti cambi la vita, anche se sono onoratissima di essere stata scelta, e le polemiche accompagnano sempre i premi.


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