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La "Piccola Sicilia" a Tunisi, un'oasi di convivenza pacifica spazzata via dalla guerra

La "Piccola Sicilia" a Tunisi, un'oasi di convivenza pacifica spazzata via dalla guerraPiccola Sicilia (Sperling&Kupfer, 2019 – traduzione di Margherita Belardetti e Paola Olivieri) il nuovo romanzo di Daniel Speck, arriva in Italia a poco più di un anno dal successo del suo esordio narrativo Volevamo andare lontano (Sperling&Kupfer, 2018 – traduzione di Valeria Raimondi), di cui proprio qualche giorno fa è andato in onda su Rai 1 l'adattamento televisivo.

Anche questo romanzo, come il precedente, è raccontato a ritroso, partendo dal presente per ricostruire eventi passati: Nina, un'archeologa tedesca, viene chiamata a Marsala da Patrice, un amico e collega che sta esplorando il fondo marino davanti alla città siciliana alla ricerca dei resti di un aereo militare precipitato in mare durante la Seconda guerra mondiale.

Doveva trattarsi dell'ultimo volo partito da Tunisi durante la ritirata tedesca dal Nordafrica, con a bordo un presunto tesoro nazista mai ritrovato e, forse, il nonno di Nina, Moritz Reincke, cineoperatore della Wehrmacht. Mentre assiste al tentativo di recupero, Nina viene avvicinata da una donna, Joëlle, che sostiene di essere figlia di Moritz, nata a Tunisi dopo la sua presunta, ma mai ufficializzata scomparsa in guerra, quindi testimone di una sua seconda vita sotto il nome di Maurice.

Passato un primo momento di smarrimento e incredulità, Nina si lascia affascinare dai racconti di Joëlle, grazie ai quali viene a conoscere la storia della "Piccola Sicilia", quartiere di Tunisi dove fino all'invasione tedesca del 1942 convivevano pacificamente ebrei, cristiani e musulmani di varia origine, tra cui la famiglia italiana dei Sarfati: il padre Albert, medico ebreo, la moglie Mimi, il figlio Victor e la figlia adottiva Yasmina. La guerra sconvolge questa comunità e tra gli invasori tedeschi arriva anche Moritz, osservatore taciturno che filma e fotografa gli eventi senza farsi troppo notare, anche se la drammaticità della situazione lo costringe un giorno ad assumere una posizione precisa, disubbidendo agli ordini e differenziandosi così dai nazisti.

 

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Piccola Sicilia è un romanzo molto affascinante e complesso, che ci racconta una parte poco conosciuta della Seconda guerra mondiale, ma anche le conseguenze che quel periodo storico continua ad avere sui discendenti di chi visse allora.

Ne abbiamo parlato con Daniel Speck, di nuovo a Milano per incontrare il suo pubblico.

 

Com'è nata questa storia?

Da una ricerca storica, quando ho scoperto una storia vera che mi ha colpito: quella di un soldato tedesco che si chiamava Richard Habel, che in Tunisia nel 1943 ha salvato la vita di cinque ebrei italiani, ma la cosa bella è che poi i genitori di uno dei cinque ebrei hanno salvato lui.

Richard doveva custodire questi cinque ebrei fatti prigionieri perché erano della Resistenza. Lui parlava un po' l'italiano e per questo il suo rapporto con i prigionieri si era fatto più umano, ma quando gli hanno detto che i prigionieri sarebbero stati fucilati il giorno dopo, li ha fatti scappare. Uno dei cinque prima di scappare gli ha dato un biglietto con l'indirizzo dei suoi genitori a Tunisi, sperando che potesse dire loro che si era salvato. I cinque hanno raggiunto  Parigi, mentre a Tunisi dopo tre mesi sono arrivati gli Alleati. Habler si è ricordato del biglietto eha  raggiunto la casa dei genitori del prigioniero, che l'hanno tenuto con loro per due anni fino alla fine della guerra.

Quando ho scoperto questa storia mi sono chiesto come mai nessuno ne avesse ancora ricavato un libro o un film, per cui ne ho fatto la base del romanzo. Sono stato a Tunisi e ho visto tutti i luoghi di cui parlo, a partire dall'Hotel Majestic che era effettivamente la base della Wehrmacht, e poi il quartiere chiamato Piccola Sicilia, poi ho fatto le mie ricerche. Attorno alla storia del soldato tedesco ho costruito tutto il resto: la vita in quel quartiere com'era fino all'arrivo dei tedeschi, la convivenza tra persone molto diverse. Dove finisce la storia vera inizia la mia storia letteraria, molto drammatica, complicata e anche scandalosa.

La "Piccola Sicilia" a Tunisi, un'oasi di convivenza pacifica spazzata via dalla guerra

Come scrittore tedesco, può avere delle difficoltà a raccontare le vicende dei militari tedeschi durante la Seconda guerra mondiale, visto che in genere nei film e nei libri i tedeschi sono sempre i cattivi della situazione? Com'è stato mettersi nei panni di un tedesco buono?

Mio nonno, che è ancora vivo, è stato un giovanissimo militare negli ultimi due anni di guerra, dai sedici ai diciotto anni, ed è stato un soldato buono. Il suo modo di raccontarmi la guerra mi ha aiutato a mettermi nei panni di Moritz, un tedesco normale che non è nazista e si pone molte domande su ciò che è giusto che è sbagliato.

La difficoltà non stava tanto nel personaggio di Moritz quanto nel capire le regole dell'esercito. Io non ho nemmeno fatto il militare, ho scelto il servizio civile, per cui per me è difficile comprendere certe cose.

 

I suoi romanzi trasmettono molte emozioni e danno al lettore la sensazione di essere proprio nei luoghi che descrive. Visita sempre i luoghi di cui parla?

Sì, assolutamente. Potrei scrivere un romanzo anche restando in camera mia, però non riuscirei a descrivere i luoghi allo stesso modo, perché per me è fondamentale "sentirli". Io mi espongo ai luoghi, alla realtà, e la descrivo come la sento sperando che poi il lettore lo avverta nello stesso modo. Del resto questa per me è la differenza tra scrivere romanzi e sceneggiature, che sono molto più asciutte.

 

Verrà fatta una serie televisiva anche da questo romanzo come è accaduto per Volevamo andare lontano?

Sì, ma sarà una serie più lunga. E poi devo dirvi che sto scrivendo il seguito di questo romanzo.

 

Conosce bene la Sicilia, visto che ne ha parlato in entrambi i romanzi?

Sì, di alcuni luoghi mi sono proprio innamorato, come di Salina, da cui facevo provenire la famiglia Marconi protagonista del romanzo precedente, che è un'isola nell'isola. Per questo secondo romanzo mi serviva un luogo nella parte sud della Sicilia, perché cercavo il punto di collegamento tra Tunisia e Sicilia e i tedeschi utilizzavano l'aeroporto di Trapani. Così sono andato a Marsala, ho trovato degli alberghi molto affascinanti, delle spiagge desolate dove ho ambientato la vicenda di Nina che è un po' come la storia di Sherazade nelle "Mille e una notte": ogni sera si incontra con Joëlle e riceve da lei un pezzo della sua storia.

Anche nel passato si parla di Sicilia perché racconto lo sbarco alleato sulla sua costa.

 

Il tema del pregiudizio, della razza, del rifiuto di chi non è uguale a te  c'era già nel romanzo precedente e torna qui: è stata una scelta precisa? Trova che sia importante parlarne in questo preciso momento storico?

È importantissimo parlarne oggi. L'ho scelto perché mi ha colpito tanto durante le ricerche. Conoscevo la storia di Schindler o di tanti italiani che hanno salvato ebrei durante la guerra, ma nessuno sa quanti musulmani hanno salvato ebrei. Noi pensiamo che musulmani ed ebrei siano nemici eterni, ma non è affatto vero: fino agli anni Quaranta gli ebrei stavano meglio nel mondo musulmano che in Europa e si sentivano più vicini ai musulmani che ai cristiani. Le due religioni sono simili, e così tante tradizioni, erano anche più frequenti i matrimoni tra ebrei e musulmani che tra ebrei e cristiani. Quando ho scoperto queste storie ho pensato che dovevamo ricordarcele per non cadere nella trappola dei nostri pregiudizi: l'odio tra musulmani ed ebrei non è affatto religioso ma è nato con il conflitto tra Israele e la Palestina. È stato uno scontro territoriale e non religioso.

Facendo queste ricerche ho chiarito i miei pregiudizi personali, anche perché io cerco sempre di scrivere delle storie che aprano la mente e facciano scoprire al lettore qualcosa di nuovo.

Il mondo della Piccola Sicilia, dove c'erano una chiesa, una mosche a quattordici sinagoghe, con un quindici per cento di popolazione ebraica mentre a Berlino gli ebrei in fondo erano solo il tre per cento, era per me un mondo sconosciuto e interessante, che volevo far rivivere per superare i pregiudizi contemporanei.

La "Piccola Sicilia" a Tunisi, un'oasi di convivenza pacifica spazzata via dalla guerra

Qual è il suo personaggio preferito? Qualcuno le ha dato delle difficoltà durante la stesura?

I personaggi sono tutti figli miei. Sapevo dove sarebbero andati tutti a finire perché faccio sempre una scaletta precisa prima di iniziare a scrivere, ma quello con cui provo maggior empatia e forse Albert, il capofamiglia ebreo, che agisce sempre a fin di bene anche se a volte non riesce ad ottenere questo bene. Si basa in parte su una persona reale, un mio amico che è un ebreo tunisino medico e comunista.

 

Quando hai iniziato a scrivere il romanzo sapeva già che poi avrebbe avuto un seguito?

Ho iniziato pensando a una grande storia che andasse dal 1942 ad oggi. Poi sono andato da Fisher, il mio editore tedesco, a proporla, e la storia è piaciuta, ma iniziando a scriverla mi sono resa conto che ne sarebbero venute fuori almeno mille pagine, per cui mi hanno fatto un contratto per due romanzi. Ho dovuto pensare a lungo per dare a questo libro una fine che fosse compiuta, ma che al tempo stesso lasciasse la possibilità di una continuazione. Adesso sto scrivendo il seguito.

Ci saranno gli stessi personaggi ma si svolgerà in luoghi diversi, a partire dalla Palestina che diventa Israele, poi si passerà in Europa e di nuovo in Sicilia e in Tunisia. Il periodo storico è quello dal dopoguerra in avanti. Parlo di personaggi che sono in fuga, in trasferimento, che si devono reinventare.

 

Qual è il suo punto di vista sull'accoglienza oggi?

Da un lato la vedo bene. In Germania abbiamo accolto più di un milione di rifigiati, soprattutto siriani, e questa sta diventando una storia di successo perché la maggior parte di loro ha trovato lavoro, impara la lingua, avvia imprese. Poi c'è il lato negativo, perché l'immigrazione ha fatto crescere una destra non accogliente. Tutti i paesi europei si sono divisi in due parti, ma questo in fondo non mi soprende: c'è sempre una certa paura di perdere la propria identità, la sicurezza e certi privilegi, e poi il futuro è incerto.

La paura dello straniero dura fino al momento in cui tu capisci che lo straniero è un essere umano, con una vita, degli affetti, dei sogni e delle paure. Quando nasce un rapporto la paura diminuisce. Curiosamente, la destra è più forte nella Germania orientale dove praticamente non ci sono musulmani. Nella parte occidentale i tedeschi sono abituati a incontrarne ogni giorno e non li temono. È giustificato temere l'Isis, ma quanti musulmani appartengono all'Isis? La maggior parte dei musulmani che vive in Germania è integrata e rispetta le regole.

 

Quali sono le storie che l'hanno influenzata di più?

Prima di tutto credo quella di mio nonno, nato in Slesia, parte della Germania ormai diventata Polonia. Ha avuto un'infanzia felice, è stato mandato in guerra a sedici anni ma due anni dopo, quando la guerra è finita, non sapeva più nulla della sua famiglia, non aveva più una casa né un luogo dove tornare: la Slesia non era più Germania. Alla fine è stato ospitato da un amico a Monaco, ma ha pensato sempre al suo paradiso perduto dove non poteva più tornare. Poi è diventato insegnante all'orfanatrofio di Monaco.

 

È sempre stato appassionato di storia?

A scuola a dire la verità non mi piaceva più di tanto, ma forse dipende da come ce la insegnavano.

Solo adesso trovo una fonte di ispirazione nella ricerca storica. Scrivendo devi essere abbastanza arrogante per inventare un mondo, ma devi anche chiederti se è verosimile o no. Quando ti basi su qualcosa che è vero acquisti sicurezza e riesci a trasmetterla al lettore.

 

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Qual è il romanzo che le ha dato maggiore difficoltà?

In realtà non ho avuto difficoltà a scriverli. Sono felice di poter scrivere romanzi anziché le sceneggiature, per le quali dipendi sempre dalle scelte degli altri. Un romanzo lo scrivi come vuoi tu, non hai registi, attori o produttori che ti impongono modifiche. Capita che lavori a una sceneggiatura per anni e poi arriva il regista che vuole cambiare tutto.

 

Ma vorrebbe scrivere la sceneggiatura per adattare Piccola Sicilia?

Questa naturalmente sì, ma solo come capo sceneggiatore, con la libertà di scegliere il regista e di imporre il mio punto di vista.


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