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La pericolosa ossessione per la perfezione. Intervista a Giuseppe Culicchia

La pericolosa ossessione per la perfezione. Intervista a Giuseppe CulicchiaA due anni da Essere Nanni Moretti, Giuseppe Culicchia torna in libreria con Il cuore e la tenebra – edito da Mondadori –, un romanzo di rara intensità che riflette sul rapporto tra padri e figli, sul fallimento, sul senso di colpa e sull’ossessione. Il protagonista, raggiunto dalla notizia della morte del padre, intraprende un viaggio per occuparsi di faccende molto concrete –- burocrazia, cremazione, eredità – ma finirà per raccogliere i pezzi della vita di un uomo che aveva conosciuto poco. Nell’appartamento berlinese del padre, tra oggetti, libri e file personali, prenderà forma davanti ai suoi occhi – e a quelli del lettore – una nuova immagine del padre, una nuova storia.

Abbiamo intervistato Giuseppe Culicchia per capire con lui l’origine di Il cuore e la tenebra e fino a che punto possano spingersi l’ossessione per la perfezione e il senso di colpa di un padre.

 

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«Stamattina papà la tua morte è tra le notizie di Facebook». Lannuncio al lettore della morte del padre del protagonista avviene così e sui giornali online la notizia trova spazio tra lapertura di un nuovo bistrot stellato a Milano, la prima transgender che sposa se stessa e il raduno dei terrapiattisti italiani. Tutto il romanzo è pervaso dai social e WhatsApp è lunico mezzo di comunicazione del protagonista con la pseudo fidanzata, la madre e il fratello. Cosa voleva dirci?

È vero, gran parte della vita di relazione di Giulio passa attraverso i social, attraverso Internet, Facebook e Instagram, la sua vita relazionale ètutta quanta schermata, come se non ci fosse mai un vero incontro. Non èun caso che l’unico incontro reale sia a pagamento (una delle scene impagabili del romanzo, ndr). Il fatto che tutte le comunicazioni con la famiglia avvengano tramite brevi scambi su WhatsApp, anche nel momento del lutto, credo che la dica lunga sullo stato delle cose per quanto riguarda i rapporti tra umani, credo che sia un tema molto leopardiano. Il messaggio peròlo trova il lettore, io racconto una storia, poi èil lettore che decide di cosa parla.

 

E nella sua vita che peso hanno i social, come li usa Giuseppe Culicchia?

Nella mia vita uso questi strumenti per lavoro e non, un po’ come tutti, nel senso che ormai fanno parte della nostra realtà. La mia generazione però è ancora una generazione che ha visto il passaggio dal telefono a muro – sì, sono un dinosauro – al telefono in tasca, un telefono con cui si fanno spesso tantissime cose tranne telefonare, cose che col telefono a muro non ti saresti mai sognato di fare. Mi ricordo che quando uscì Blade Runner – io ero un ragazzino – le video chiamate tra Harrison Ford e la replicante all’epoca sembravano davvero qualcosa di fantascientifico, pareva davvero di vedere il futuro con la F maiuscola. Adesso lo scenario non è poi così lontano, si parla da molto di intelligenza artificiale e forse farò in tempo a vedere anche i replicanti.

La pericolosa ossessione per la perfezione. Intervista a Giuseppe Culicchia

Il padre di Giulio, direttore dorchestra della Filarmonica di Berlino, era ossessionato dallesecuzione della Nona Sinfonia di Beethoven diretta da Furtwängler nel 1942 per il compleanno di Hitler e aveva costretto la sua orchestra a migliaia di prove estenuanti per riuscire nellintento di ripeterla identica. Lidea nasce da unossessione di Giuseppe Culicchia?

Quella Nona di Beethoven è in effetti anche una mia ossessione e quando ho scoperto quell’esecuzione sono rimasto assolutamente folgorato perché è davvero qualcosa di straordinario. Non lo dico solo io, lo dicono gli esperti di musica classica, è un unicum non solo della musica, ma delle arti. Quella sera a Berlino Furtwängler ha toccato l’assoluto, qualsiasi altra esecuzione che uno ascolti non è paragonabile a quella eseguita da lui.

 

Il padre di Giulio però non si limita a venerare la direzione di Furtwängler, ma scivola oltre e né Giulio né il lettore sapranno fino a dove per gran parte del romanzo.

Il padre di Giulio è un direttore d’orchestra, quando ho ascoltato quella esecuzione della Nona sono partito proprio da lì per costruire il personaggio. Per un direttore d’orchestra Furtwängler è come Thomas Bernhard per chi fa lo scrittore, ma dato che Furtwängler è stato il primo direttore d’orchestra del Terzo Reich, da lì scatta il fascino esercitato sul padre di Giulio dal Nazionalsocialismo. Alla pari di altri, resta sedotto dall’estetica del Nazionalsocialismo. La sua tesi è che se quel giorno Furtwängler ha diretto quella sinfonia a quel modo è perché determinate condizioni storiche hanno prodotto quell’evento e in questo caso la condizione storica è stata l’ascesa al potere di Hitler.

 

Il padre di Giulio quindi non è stato in grado di accettare i suoi limiti?

Ognuno di noi si confronta con i propri limiti, lui dapprima non lo accetta, ma poi dovrà farlo per forza quando verrà cacciato dall’orchestra. Lui fa semplicemente quello che fanno in tanti: si misura con il suo modello e nel momento in cui lo fa ecco il primo fallimento della sua vita, che è quello professionale, perché ovviamente Furtwängler è un modello irraggiungibile. È un po’ come quando io mi metto a leggere Thomas Bernhard, non c’è niente da fare, è più bravo lui. Quello che davvero il padre di Giulio non accetta però è il fatto di aver distrutto la propria famiglia.

La pericolosa ossessione per la perfezione. Intervista a Giuseppe Culicchia

Viene da chiedersi quale sia il legame tra perfezione assoluta e Male assoluto, se sia un legame necessario e obbligato.

Non saprei. Certo molte grandissime opere d’arte derivano dal potere assoluto, prendiamo Roma ad esempio. Se guardiamo Roma, tutta quella bellezza è frutto del potere assoluto, prima dell’Impero Romano e poi di quando il papa era il papa Re. Il potere assoluto, con tutti i suoi lati negativi, fa di questi scherzi: da un lato commette atrocità inenarrabili, dall’altro è capace di tirar fuori dagli artisti – e gli artisti si sa sono spesso un po’puttane – il loro meglio. Furtwängler avrebbe potuto dirigere anche l’orchestra di stato sovietica, ma Hitler l’ha messo lì e lui ha fatto quello per cui veniva pagato, però lo ha fatto magnificamente.

 

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Il padre di Giulio, quindi, si rifugia in un passato atroce, ma a suo modo mitico, come reazione al senso di colpa che deriva dal suo fallimento?

È proprio così. Questo è un libro pieno di cinema, e un film che ho amato molto è Midnight in Paris di Woody Allen, in cui il protagonista si rifugia nei suoi mitizzati anni Venti, che sono gli anni ruggenti, gli anni in cui l’Europa rinasce per lasciarsi alle spalle le tragedie della prima guerra mondiale. Tutti hanno una gran voglia di bere, di divertirsi e ballare, Fitzgerald dà feste meravigliose a Parigi. Invece il mio direttore d’orchestra, il padre di Giulio, si cala negli anni che costituiscono il cuore di tenebra del Novecento: è il suo modo di chiedere perdono. Come dire amatemi anche se ho fallito, amatemi e perdonatemi come anche la figlia di Himmler ha perdonato e amato suo padre. Amatemi anche se ho fallito come padre e in generale nella vita.

 

Ma questo senso di fallimento davanti a una famiglia che, come tantissime, si divide non è eccessivo? Nel romanzo nessuno sembra aver superato il divorzio, forse solo la madre si è rifatta davvero una vita, mentre il padre sembra essere fermo al momento della separazione e così anche i figli, Giulio e il fratello Pietro.

Il discorso è diverso, a me ovviamente non interessa parlare di famiglia tradizionale e tanto meno di indissolubilità del matrimonio, il punto è che il padre di Giulio - complice anche il fallimento professionale che lo fa riflettere - si rende conto che l’unica vera ricchezza che abbiamo è il tempo, e lui il tempo l’ha sprecato, ha sprecato quello che avrebbe voluto passare coi figli. Mi ricordo di un’intervista fatta a Marchionne prima della sua morte in cui diceva di non aver mai trascorso un weekend coi suoi cari per via del lavoro. Questa cosa mi ha colpito molto ed è finita nel personaggio: il padre di Giulio si rende conto che il tempo che poteva vivere coi suoi figli, costruendo dei ricordi felici per loro, lui l’ha buttato. Si rende conto di aver avuto un’unica chance, come noi tutti, e nel momento in cui lo capisce quello diventa il suo grande dolore. Non a caso ha conservato fotografie e appunti che sono frammenti della loro infanzia, un collage di momenti in cui i figli erano ancora molto legati a lui e lo amavano come forse ti possono amare solo a quell’età. Lui si rende conto di aver buttato via qualcosa di preziosissimo e insostituibile.

 

I figli, i due fratelli, sono molto diversi. Giulio èquello che affronta il viaggio vero e proprio e di conoscenza, Pietro invece rimane ancorato allinfanzia, vive ancora nella vecchia casa di famiglia e dorme nel letto a castello di quandera bambino. Un quarantenne che non vuole nécrescere néperdonare. Giuseppe Culicchia chi è, Pietro o Giulio?

Io sono sia Giulio sia Pietro, sono entrambi. Sono Pietro perché anch’io sono stato molto rigido con mio padre, l’ho molto giudicato e sono stato capace di perdonarlo soltanto dopo la sua morte. Solo allora sono diventato anche Giulio. Per quanto riguarda i quarantenni di oggi siamo passati nel giro di pochi decenni da uomini che quando avevano venticinque anni avevano già combattuto una guerra, stavano ricostruendo un paese e mettendo su una famiglia a uomini ultra quarantenni cristallizzati nella loro adolescenza. Pietro incarna questo modello di uomo contemporaneo.

 

Se dalla Nona è arrivato il personaggio, dal personaggio è arrivata la città in cui ambientare il romanzo: Berlino. Al di là delle esigenze narrative, leggendo si percepisce il tuo amore per questa città e anche una certa nostalgia per quella che era una volta, è così?

Sono stato a Berlino per la prima volta vent’anni fa ed era una città completamente diversa da quella di oggi, non c’era già più il muro ma erano ancora molto evidenti le differenze tra Est e Ovest, soprattutto tantissimi quartieri dell’Est non erano stati ripuliti, ristrutturati. Sembrava che la guerra fosse finita l’altro ieri e mi sono reso conto che quella città era una città fantastica: da un lato molto giovane e molto vitale perché guardava al futuro - era il più grande cantiere d’Europa - dall’altro camminare per Berlino era come passeggiare in un libro di storia del Novecento. C’era tutto, bastava guardarsi attorno. Passavi di strada in strada e ti trovavi davanti stili architettonici completamente diversi che avevano a che fare col regime sovietico, col regime nazista, che risalivano all’epoca Guglielmina, poi alla ricostruzione post bellica, c’era tutto. Era ancora una cittàmolto vera, né museo né luna park, una città piena di ferite ancora sanguinanti - edifici crivellati di colpi, anneriti dagli incendi - l’ho subito amata per la sua autenticità.

 

È stato allora che ha pensato per la prima volta a Il cuore e la tenebra?

In un certo senso è così. In quel periodo stavo anche leggendo Berlin Alexander Platz, uno dei romanzi più belli che abbia mai letto, e da allora ho deciso che avrei scritto un romanzo ambientato a Berlino. Non sapevo come ci sarei arrivato e alla fine ci sono arrivato attraverso la Nona.

 

Il romanzo parla tanto di certe ideologie del Novecento, lei crede che stiano davvero tornando?

Si parla molto di ritorno delle ideologie, ma io credo che si perda un po’ il senso delle proporzioni, mi sembra che quello che sta succedendo al pianeta che ci ospita sia piùimportante di tutte le polemiche politiche in corso. Questo pianeta ci sta facendo capire in maniera molto netta che il nostro stile di vita sta portando alla distruzione. Prima parlavamo di Blade Runner, ecco, io trovo che noi siamo cresciuti dando per scontato che il mondo sarebbe diventato davvero quello, ma pur sempre con la convinzione che la cosa non ci avrebbe più di tanto riguardato. Ormai è chiaro che i nostri figli vedranno cose che noi non possiamo neanche immaginare, questa èla questione fondamentale della nostra epoca, la prima vera urgenza.

 

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Il cuore e la tenebra in fondo rivendica il diritto alla libertàdi pensiero, alla diversitàdi opinioni anche su temi molto scottanti.

Il libro parla anche e soprattutto di questo, di come si ragioni troppo per automatismi, di come ci sia un cane di Pavlov in ognuno di noi, di come - complici i social che amplificano quelle che una volta erano innocue chiacchiere da bar - ci sia un grande arretramento nel modo di non concepire la diversità di pensiero, mi sembra che non venga più accettata. I paladini della diversità poi non accettano il diverso. Ecco perché mi interessa il Cuore di tenebra, ecco perché mi interessa un personaggio come Kurtz: perché Kurtz nel suo rifugio in Congo nella versione di Joseph Conrad o in Vietnam nella versione di Coppola è uno che si circonda di teste mozzate, ma sul punto di morte mormora «Lorrore... lorrore...».


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Per la prima foto, copyright: Kelly Sikkema su Unsplash.

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