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La perdita dell’attesa. “Dolore” di Zeruya Shalev

La perdita dell’attesa. “Dolore” di Zeruya ShalevPuntata n. 19 della rubrica La bellezza nascosta

 

«Il passato fonda il futuro? Il passato sbriciola il futuro, il passato polverizza il futuro, strappa furiosamente il cartello dal muro […] le ferite quotidiane sono parte imprescindibile della nostra quotidianità. Quando siamo feriti ci aspettiamo che il nostro aggressore riconosca il dolore che ci ha causato e di conseguenza ammetta la propria responsabilità e la propria colpa […] ma soprattutto cerchiamo di credere che dentro di lui sia avvenuto un grande cambiamento, tanto da non dover più temere che lo faccia di nuovo.»

 

C’è un momento netto tra prima e dopo, esiste nel nostro personale scorrere del tempo un varco, una linea di confine tra quello che eravamo e quello che siamo diventati; molte volte questo passaggio avviene quasi in maniera indolore, un giorno sei in un modo, e il giorno dopo sei diverso; cosa è capitato, cosa ti ha fatto cambiare quasi non lo ricordi, sai solamente che qualcosa è accaduto, pian piano, nei giorni, senza traumi. Poi alcune volte, capita che quella linea tu la possa passare in maniera violenta, accade qualcosa che ti strappa con forza a quello che c’era, ti porta in un luogo buio, come fosse un rapimento, e tutto quello che puoi fare per sopravvivere è accettare la tua condizione di carcerato.

 

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La perdita dell’attesa. “Dolore” di Zeruya Shalev

Alcuni dolori sono una forma di porto sicuro, possono diventare un posto in cui rifugiarci nei momenti in cui abbiamo bisogno di tornare chimicamente a delle condizioni psicofisiche che come una droga possono averci causato assuefazione. Il passaggio da “io ero” a “io sono” potrebbe essere stato causato da un evento, da un movimento che non potevamo aspettarci, o altre volte, possiamo trovarci dalla parte opposta della nostra vita a causa di qualcuno su cui avevamo riposto la nostra fiducia e il nostro corpo, smettendo di proteggerci. Ma non è forse quello il momento della sconfitta? Non è forse già aver perso donarsi a qualcuno, dargli fiducia, e dargli la reale possibilità di distruggerci?

La perdita dell’attesa. “Dolore” di Zeruya Shalev

Zeruya Shalev è nata in Israele nel 1959, questo romanzo dal titolo Dolore è stato pubblicato in Italia da Feltrinelli, traduzione a cura di Elena Loewenthal. Iris è una donna di quarantacinque anni, che conduce un’esistenza tranquilla, è sposata con un uomo che ama in maniera minore, un uomo di cui si è accontentata e ha due figli. Crede di essere riuscita a superare e a lasciare nel passato i due traumi che le hanno condizionato la vita: l’abbandono da parte di Eitan, il suo primo amore; e l’esplosione di una bomba che ha mandato in frantumi il bus sul quale si trovava, attentato che l’ha tenuta per molto tempo tra la vita e la morte. A distanza di una decina di anni, tornano inspiegabilmente i dolori fisici di quella tragedia sfiorata, la memoria del corpo reclama la sua parte e soprattutto, per puro caso, incontra di nuovo, dopo anni e anni, Eitan. Iris teme al contempo che il marito possa avere un’amante ed è terribilmente preoccupata dalle frequentazioni della figlia; tutto questo sembra il valico affinché la sua vita possa di nuovo andare in frantumi.

 

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La maniera in cui la scrittrice israeliana ci conduce tra le sue pagine è molto forte, tutto il romanzo è una sorta di definizione del dolore rapportato alla vita e alle sue sfaccettature.

«È l’umiltà che permette di vedere l’altro come entità separata ed autonoma e non come il frutto dei nostri desideri e del nostro operato. È l’impegno reciproco ad aiutarsi a vicenda per evitare di farsi del male, nella consapevolezza che un vero cambiamento è sempre conseguenza di una collaborazione.»

La perdita dell’attesa. “Dolore” di Zeruya Shalev

Lo stile di Zeruya Shalev non possiede particolari manierismi, ci troviamo davanti a una narrazione piana che procede secondo dei livelli naturali, attraverso i quali siamo catapultati talvolta in flashback lucidi e con molto traposto, e in un racconto del presente di forte impatto.

La costruzione del dolore della nostra scrittrice è un passo dopo l’altro, è esterno ed interno, la sua costruzione della sofferenza parte dai malesseri fisici per poi collegarsi a quelli emozionali e psicologici, donandoci l’assoluta certezza che mente e corpo sono poi un tutt’uno.

«… è lui, le sue mani ricorda, è lei, il suo corpo lo sa, sono loro e il moncone del loro amore, fuori dallo spazio e dal tempo, è rimasto sempre lì, quasi da sempre […] è la forza di gravità della natura, così siamo stati creati, due estremi del campo magnetico, un fenomeno inevitabile, uno dei tanti e c’è di peggio, si sente dire ed ansimare.»

 

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Distacchi, abbandoni, abbandonarsi. È tutto lì, in quel luogo inesatto dove concederci emozionalmente equivale a distribuire il potere della nostra distruzione nelle mani di un altro essere umano. E il corpo, il corpo dei ricordi e delle ferite, e i dolori, quelli solidi delle ossa e dei muscoli che con la loro memoria richiamano inevitabilmente, creando ponti, quelli psicologici, perché tutto quello che ci accade e che accade tra la pelle e i nervi e gli organi risuona come una disgrazia, anche nella mente.

«La perdita più tremenda per lei era stata la perdita dell’attesa, perché tutto ad un tratto non aveva più nulla da aspettare.»

 

E la domanda antica a cui tutti dovremmo cercare di trovare una risposta che probabilmente resterà un buco nero, è sempre la stessa: ma noi, poi, cosa stiamo aspettando realmente?


Per la prima foto, copyright: Elizaveta Korabelnikova.

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