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La paura più grande per un genitore raccontata in “Non ti faccio niente”. Intervista a Paola Barbato

La paura più grande per un genitore raccontata in “Non ti faccio niente”. Intervista a Paola BarbatoScrittrice e sceneggiatrice di fumetti, tra cui Dylan Dog, Paola Barbato ha presentato in anteprima ai blogger milanesi il suo quarto romanzo, Non ti faccio niente, edito da Piemme, dopo che i suoi tre precedenti thriller erano stati pubblicati tra il 2006 e il 2010 da Rizzoli. Questo romanzo arriva alla pubblicazione cartacea dopo aver riscosso una grande successo su Wattpad, la piattaforma di scrittura da cui sono già emersi in questi anni diversi autori di grande successo.

L'intricata vicenda narrata in Non ti faccio niente si svolge tra gli anni Ottanta e oggi.

A partire dal 1985, diversi bambini sono stati rapiti in differenti luoghi sparsi per l'Italia, secondo uno schema ben preciso che si è ripetuto ogni volta: sono ricomparsi dopo pochi giorni, in perfetta salute e senza aver subito alcun tipo di violenza, spesso rivestiti da capo a piedi e in possesso di regali costosi. Il loro rapitore, descritto come un uomo giovane e gentile, in quei giorni li ha lavati, vestiti, coccolati, fatti divertire, ma soprattutto li ha fatti sentire al centro di attenzioni che non erano abituati a ricevere nelle rispettive famiglie, composte sempre da genitori in difficoltà, distratti o anaffettivi, che solo dopo aver riavuto i figli hanno cercato di recuperare il tempo perduto. Il rapimento, in definitiva, ha migliorato le vite di questi bambini. Oggi, però, trent'anni dopo, è tornato in azione qualcuno che rapisce i figli dei bambini di un tempo, ma non è altrettanto buono e gentile.

La nuova serie di rapimenti scatena un'affannosa ricerca condotta un po' da tutti: la polizia, ovviamente, in primo luogo, ma anche gli ex rapiti cresciuti, per non parlare del loro antico rapitore, mai identificato, che cerca di capire cosa stia accadendo.

Non ti faccio niente è un romanzo complesso, fitto di personaggi e di azioni, talvolta anche violente e ai limiti dello splatter, che mette a fuoco incubi e paure di genitori e figli, fotografando con precisione come questi possano cambiare da una generazione all'altra.

Paola Barbato, madre di tre figlie ancora bambine, ci ha raccontato perché ha scelto di scrivere una storia come questa.

 

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Nel libro si parla di bambini sfuggiti ai genitori e rapiti trent'anni fa, e di bambini rapiti oggi, con modalità differenti.Secondo lei l'atteggiamento dei genitori di oggi verso i figli è più protettivo che in passato?

Oggi certi genitori sono quasi paranoici. Il genitore tipo è preoccupato di quello che forse avrebbe dovuto temere lui da bambino, visto che negli anni Ottanta, in linea generale, ci si preoccupava molto meno della sicurezza di grandi e piccoli: ad esempio, non esistevano le telecamere di sorveglianza che ora sono dappertutto.

In compenso, spesso questo genitore non è paranoico su quello che invece sarebbe da temere di più, come i rischi che si corrono lasciando andare in rete i figli senza controllo. Si è costruito sulle paure della sua infanzia: quella di essere abbandonato, di non essere abbastanza seguito dai genitori e di non avere intimità con loro. Mio padre ancora oggi, che è ultraottantenne, soffre del fatto di aver scoperto in tardissima età che suo padre era un uomo tenero, ma a mio nonno era stato insegnato che un uomo, e un padre, doveva mostrarsi rigido con i figli. Per reazione, mio padre con me è stato affettuosissimo e mi ha lasciata fin troppo libera, tanto che ho finito per non sentirmi abbastanza protetta da lui. Oggi con le mie figlie sono una madre tigre: voglio che loro mi vedano come un punto di riferimento saldo e preciso.

I genitori si sentono tranquilli se un figlio se ne sta sul divano di casa a giocare col cellulare, ma non pensano che l'orco può arrivare più facilmente attraverso Internet che nel parco giochi, dove magari hanno paura di lasciarlo andare da solo.

 

Quanto ha influito il suo essere madre di tre figlie sulla scelta di prendere come punto focale del libro l'incubo peggiore di un genitore?

È una cosa da cui sono terrorizzata, e siccome scrivo di paure e terrori vado a cercare anche tra quelli di cui soffro io. È ovvio che anch'io ho paura per le mie figlie, però ho attinto di più a quelli che erano i miei timori quando la bambina ero io.

Non è comunque facile scrivere di qualcosa che si teme, e non mi piace indulgere in certi particolari: nel mio romanzo precedente, Il filo rosso, c'era lo stupro di un bambino, ma io non ho scritto una parola per entrare nei dettagli. Una volta espresso il concetto di fondo, non m'interessa fare del voyerismo.

La paura più grande per un genitore raccontata in “Non ti faccio niente”. Intervista a Paola Barbato

Allora l'ha scritto per esorcizzare un po' le paure sue e degli altri genitori?

Fin da piccola mi sono resa conto che c'erano cose giuste e sbagliate, anche se filtrate da quello che mi diceva mia madre. Avevo paure a cui non sapevo dare una spiegazione, mentre oggi con le mie figlie questo non accade, perché se ne parla apertamente.

 

Si sente l'atmosfera degli anni Ottanta. A un certo punto compare anche un riferimento alla tragedia di Vermicino, il bambino caduto nel pozzo.

Come tante famiglie, anche noi abbiamo seguito la cosa per ore alla televisione. Ero piccola, ma mi rendevo conto che fosse una cosa straordinaria, anche se mi aspettavo un happy end che purtroppo non ci fu. Erano anche gli anni in cui c'era la paura dei rapimenti, la parola “pedofilia” non esisteva, si parlava genericamente di qualche "maniaco" o degli "zingari che portano via i bambini". Il "ti portano via" era lo spauracchio peggiore, anche se non si sapeva esattamente chi fosse a volerti portare via.

E poi era il periodo in cui non si poteva ancora parlare di tante cose, quello che succedeva era sempre lontano ed evanescente. Alla fine, il pericolo restava troppo sfocato e generico, per cui si finiva per non pensarci.

 

Oggi di cosa si preoccupa un genitore? Lei di cosa ha paura?

Degli altri esseri umani. La paura è ovunque, e partire dagli esseri umani.

Ogni periodo vive il suo terrore: chi pensa più al buco nell'ozono? Adesso abbiamo – a ragione – le telecamere negli asili per prevenire eventuali maltrattamenti, cosa che adesso ci sembra giusta, ma che vent'anni fa avremmo trovato assurda.

Però concentrarsi solo sul nemico umano non è un atteggiamento prudente: siamo sempre molto concentrati sulla paura numero uno, dimenticando che ce ne sono tante altre.

 

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L'inizio del libro è molto denso, con tanti personaggi, tanti nomi e scambi continui tra passato e presente. Da dove è arrivata l'ispirazione per questo tipo di scrittura?

È una scrittura molto parlata, che cambia a seconda del punto di vista del personaggio che sta vivendo la situazione, perciò ci sono anche delle sgrammaticature, che nascono dal fatto che è il personaggio a non conoscere bene l'italiano. L'esubero iniziale di nozioni doveva comunicare una sensazione di soffocamento, che poi va man mano aprendosi, lasciando perdere personaggi marginali per concentrarsi solo su quelli che portano effettivamente avanti la storia.

La paura più grande per un genitore raccontata in “Non ti faccio niente”. Intervista a Paola Barbato

Visto che la trama è molto complessa e strutturata, scrivendo ha seguito degli schemi per non perdere il filo?

Sì, sono partita da uno schema di massima che andando avanti definivo meglio, soprattutto per quanto riguarda le date e la coerenza negli spostamenti dei personaggi: mi sono anche fatta tutte le tratte di viaggio in auto per avere i tempi corretti, perchè scrivendo un thriller non puoi sbagliare su certe cose.

Questo romanzo però l'ho scritto su Wattpad per piacere mio, e mi sono presa qualche rischio in più, che avrei evitato se l'avessi scritto per la pubblicazione. Un editor, ricevuto il primo blocco di pagine, mi avrebbe obbligato a fermarmi e a modificare diverse cose.

Il senso di apnea e spaesamento iniziale, però, doveva esserci a tutti i costi.

 

Iniziando su wattpad pensava già alla possibilità di pubblicarlo?

No, quando ho scoperto Wattpad mi sono ricordata di avere degli incipit, ho ripescato questo e sono andata avanti. Wattpad mi piace proprio come spazio di libertà personale. Mi fa bene scrivere così come voglio io. Se poi quello che scrivo non uscerà mai in versione cartacea, mi dispiacerà, ma non poi così tanto.

 

Com'è stato il passaggio da Wattpad alla casa editrice?Ci sono state pressioni per cambiare qualcosa?

È stato semplice, anche perché ho detto che sarebbe stato pubblicato solo così. Sulla piattaforma scrivevo e pubblicavo, senza nemmeno rileggere perché volevo finire la storia, tanto che le correzioni presenti sono degli altri utenti. Per la pubblicazione l'ho ripulito un po', ma non più di tanto. Un paio di persone che l'ha letto in anticipo mi ha segnalato qualche data sbagliata e un'incongruenza riguardo a dei personaggi.

 

La frase del titolo è estremamente inquietante. L'ha scelta lei?

Sì, credo che sia una delle minacce peggiori e più diffuse. Eppure, nel romanzo questa frase viene detta un paio di volte in assoluta buona fede, e corrisponde alla verità.

 

Vincenzo, il protagonista principale, è un personaggio molto complesso. Come l'ha costruito?

Una parte di lui mi è stata ispirata da Tiziano Sclavi, l'inventore di Dylan Dog, un uomo di infinita tenerezza e ingenuità. Un eroe non dev'essere necessariamente forte, magari prima di diventarlo può essre fragile, o addirittura un miserabile. Anche un eroe debole può essere bellissimo.

 

Scrivendo le tavole di Dylan Dog lei è abituata alle storie seriali. Ha mai pensato di farlo anche per la narrativa?

No, potrei magari estrapolare dei personaggi anche da questo romanzo e farli apparire in altre storie, non ho preclusioni a monte, ma le storie, una volta finite, non mi fanno mai pensare a dei seguiti. Per fare una storia seriale devi partire già con un'idea che possa andare oltre la dimensione del romanzo: a tutti piacerebbe avere un Harry Potter personale, da cui ricavare spin-off per secoli, ma a me finora non è venuta un'idea di questa portata. Avevo pensato anni fa a una trilogia, ma poi mi sono fermata al primo volume.

 

Tiziano Sclavi le ha fornito aiuti e suggerimenti?

Scriviamo in maniera molto simile le tavole dei fumetti, ma siamo molto diversi nella prosa. Lui l'ha letto e ha apprezzato il linguaggio, ma con lui ho un rapporto poco lavorativo e molto affettivo.

 

È comunque un romanzo che esula dai canoni del thriller classico.

Non credo di aver mai scritto un thriller canonico neanche con i mei romanzi precedenti. A me interessano le storie molto umane e i sentimenti forti, come vendetta, colpa, rimorso. Non ho mai sfavorito un personaggio per avvantaggiare la storia: qualche volta mi è stato chiesto di cambiare un finale, di farlo magari più consolatorio, e credo anche di aver pagato la scelta di non farlo. Magari avrei catturato più lettori.

 

Il finale è allora la parte più difficile da scrivere?

Sì, perché in fondo è ciò che ti resta del libro al termine della lettura. Un finale deludente è come un dolce scadente, o un caffé cattivo, al termine di un ottimo pranzo.

Non ho mai scritto un libro senza sapere come sarebbe andato a finire, e non è possibile costruire una storia di tensione senza avere idea di come terminerà. Puoi cambiare e modificare in mezzo, tra l'inizio e la fine, ma devi sapere già come finirà.


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