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La parabola di un padre e una figlia ne “L’anima della frontiera” di Matteo Righetto

La parabola di un padre e una figlia ne “L’anima della frontiera” di Matteo RighettoLa libertà ha il nome di un fiore e di una donna. Ha un nome scandito dall’articolo determinativo, per sottolinearne carattere e forza. È la Jole, protagonista de L’anima della frontiera, il nuovo e atteso romanzo di Matteo Righetto, il primo con Mondadori. I diritti del libro sono già stati venduti in 10 Paesi, tra i quali i più importanti del mercato di lingua inglese, e cioè Stati Uniti, Canada, Inghilterra, Australia. Sbagliato parlare di caso letterario; giustissimo invece vedere in questo risultato il riconoscimento di una carriera rigorosa, seria, senza sbavature, che merita senz’altro il salto internazionale.

Con L’anima della frontiera Righetto torna nei boschi e sulle montagne venete, allungando la prospettiva storica: dopo aver ritratto lo smembrarsi e il ricomporsi di una famiglia di questo secolo, alle prese con la linea di vetta della perdita di un figlio (Apri gli occhi, Tea, 2016); dopo il romanzo d’iniziazione alla vita adulta più amato degli ultimi tempi, uno sguardo pieno di doloroso affetto al Novecento del Vajont (La pelle dell’orso, Guanda, 2013, diventato anche un film con Marco Paolini), la storia di questo nuovo libro accarezza l’ultimo ventennio dell’Ottocento con le mani ruvide e sapienti dei coltivatori di tabacco della Val Brenta.

Riportare alla luce la coltura del tabacco in Veneto, nei decenni tra la fine del dominio austriaco e l’annessione al Regno d’Italia, la durezza estrema delle condizioni di vita, ma anche il sorgere di una strategia della resistenza come il contrabbando, così radicato, all’epoca, nel tessuto sociale della zona, è uno dei grandi meriti di questo romanzo. Il confine geografico, per i contrabbandieri, è quello segnato sulla carta dagli Stati, che hanno a cuore il potere, il dominio, ma non le anime. Con le loro politiche impongono l’unica linea di demarcazione che davvero separa: povertà e ricchezza, avere troppo o meno del minimo. Il Veneto di fine Ottocento è quello della miseria nera e della grande emigrazione in Sudamerica e leggere L’anima della frontiera è un ottimo esercizio di memoria, per ricordare che fino all’altro giorno eravamo noi a chiedere asilo, noi a scappare dalla guerra e dalla fame, noi a essere oppressi o sfruttati.

 

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La parabola di un padre e una figlia ne “L’anima della frontiera” di Matteo Righetto

Un mulo, un cammino insidioso lungo i fianchi delle montagne, l’interminabile strada verso il confine austriaco, dove il tabacco della Val Brenta era molto apprezzato. Partire e giocarsi tutto per ricavare quel poco che garantisse la sopravvivenza. «Vai, e spera di non dover morire mai». A rimanere, sono le donne. Attendono i loro uomini, li sostituiscono, spesso li piangono, più spesso li maledicono. Ce n’è soltanto una che, pantaloni alla zuava, fucile, cappello, un cavallo strappato alla morte e un cavallino di legno sul cuore, parte e si fa contrabbandiera: la Jole de Boer, la figlia di Augusto.

Si è sempre figli. Figli di qualcuno da cui si impara a sparare o a cuocere la zuppa nel paiolo; di qualcuno che c’insegna il silenzio, l’ascolto della vita nel bosco, che è bellezza ma, soprattutto, protezione, difesa; di qualcuno che per la prima volta pronuncia per noi la parola firmamento, ci spiega come reggere una stilografica e il coltello, per tracciare la linea del destino sulla carta o sulla corteccia di un faggio. L’anima della frontiera è la parabola di un padre e una figlia, della necessità e della fortuna di avere in gioventù dei maestri che ci indichino come tenere stretti tra le mani la libertà, la lucidità, il coraggio, anche quando il vento soffia così forte da strapparceli, quasi.

L’insegnamento non ha bisogno di molte parole, è intessuto nei gesti dei protagonisti, nelle loro attività, nel rapporto col mondo circostante, che Righetto descrive con precisione, proprio perché i sentimenti e i caratteri sono rivelati dall’ambiente in cui sono immersi. Tutto il romanzo è percorso da un forte panteismo, dalla comunione dei personaggi con la natura, il paesaggio, la flora, la fauna e la meteorologia: neve, vento, sole, condizioni climatiche estreme, che avvolgono il racconto in una nube sospesa, sempre in bilico tra realismo e magia, in una zona climatica opposta ma letterariamente identica a quello descritta da Juan Rulfo ne La pianura in fiamme. Nasce così una simmetria perfetta tra l’anima degli uomini e quella del mondo in cui vivono: Jole significa violetta, in ebraico. Il fiore di tarassaco sarà il simbolo dell’orgogliosa indipendenza della ragazza; la Jole non è istruita nel senso tradizionale, ma suo padre le insegnerà a leggere e interpretare il libro più prezioso, forse l’unico indispensabile: quello della natura. Imparerà a guardare intorno a sé «con trepidazione, fedeltà, attrazione fatale, sottomissione, passione, timore» e a fare del bosco il proprio dizionario, un’unità di misura delle cose.

La parabola di un padre e una figlia ne “L’anima della frontiera” di Matteo Righetto

Ha imparato dalla fatica, la Jole. Dal sacrificio. È la primogenita di un padre che con straordinaria modernità non attende il figlio maschio per farlo erede del suo sapere. È la donna che diventa contrabbandiera per necessità ma soprattutto per cercare e conoscere, fino alle ultime conseguenze: «Per trovare ciò che cercavo ho perso tutto ciò in cui credevo». È il coraggio di un cuore buono che sa di non potersi fermare, perché appartiene a un mondo antico in cui il senso della responsabilità e del dovere viene prima di tutto. E allora la Jole «avanzava piano piano, come se non ci fosse un domani, ma soltanto un da farsi». Una Tönle Bintarn al femminile, che sa che «tutto è niente, come le nuvole che si formano e un istante dopo non ci sono più». La consapevolezza di un destino ineluttabile non la rende però meno tenace, meno convinta.

Il paesaggio de L’anima della frontiera non è mai anonimo, pur essendo un luogo universale. I paesi, le vallate, le cime, il fiume, i torrenti, tutto è lì, sulla carta geografica, nomi, indicazioni, riferimenti, tra l’Altopiano di Asiago e le rive della Brenta (femminile, sì, pure lei). Locale è anche la scelta brillante di alcune parole: il cielo sotto cui viviamo è uguale per tutti, ma solo intorno a Nevada le nuvole sono «onde di botìro». La lingua è scarna, aspra e parca come gli uomini che la parlano e la vita che conducono, ma non per questo meno poetica; ricorda a tratti il mondo rurale dell’asino Platero e di Juan Ramón Jiménez, così ricco di elegia e di buon senso.

 

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Un romanzo ci piace fino in fondo quando tra le sue pagine vibra una paura uguale alla nostra, senza edulcoranti né vergogna: «Ma la verità è che ho paura, ho tanta paura», «non vedo l’ora di avere un riparo vero, una protezione, una certezza». Se nella vita abbiamo avuto la fortuna di incrociare un maestro, sapremo individuare il punto esatto del bosco in cui cercare un rifugio sicuro, nell’attesa che arrivi il vento a sgomberare il cielo dalle paure, a renderle «un ricordo smarrito, un sogno mai sognato». Solo allora L’anima della frontiera volerà libera e imprendibile, come in questo libro di Matteo Righetto. E sarà donna.


Per la prima foto, copyright: Liane Metzler.

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