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La parabola di un grande attore verso la solitudine. Intervista a Francesco Carofiglio

La parabola di un grande attore verso la solitudine. Intervista a Francesco CarofiglioIl maestro (Piemme, 2017) è il nuovo romanzo di Francesco Carofiglio, che non è solo uno scrittore ma un artista eclettico, con un curriculum fitto di esperienze diverse: illustratore, attore e regista teatrale, drammaturgo, oltre che autore di diversi romanzi.

È proprio dalle esperienze teatrali di Carofiglio che nasce la storia raccontata ne Il maestro: Corrado Lazzari, il protagonista, ci viene infatti presentato come il più grande attore italiano del Novecento, sublime interprete shakespeariano che si è esibito nei teatri di tutto il mondo. Oggi è un uomo anziano, stanco e solo, che si è ridotto a condurre un'esistenza ai minimi termini, vivendo quasi da recluso in un piccolo appartamento romano, dove trascorre le sue giornate riordinando all'infinito il materiale accumulato nel corso della sua lunga carriera: copioni, locandine, articoli e fotografie. Non ha famiglia, ha smesso di frequentare i vecchi amici e colleghi, sopporta a stento la presenza saltuaria della donna che viene a pulire e riordinare la casa, sembra insomma limitarsi a una stanca e ripetitiva sopravvivenza quotidiana in attesa della morte.

Improvvisamente, però, accade qualcosa: Alessandra, la giovane cameriera del vicino ristorante che due volte al giorno si presenta alla sua porta con il vassoio del pranzo o della cena, gli racconta di essere una studentessa della facoltà di lettere a indirizzo teatrale, e vorrebbe porgli delle domande sulla sua carriera. Corrado cerca di sottrarsi, ma poi viene catturato dalla giovinezza di lei, dal suo desiderio di conoscere, e non può fare a meno di rievocare i momenti più intensi del passato, a partire da una memorabile intepretazione dell'Amleto.

Due personaggi che dialogano in un ambiente ristretto, come su un palcoscenico: Il maestro è dunque un romanzo che presenta una struttura molto teatrale, come ha sottolineato anche Francesco Carofiglio nell'incontro che ha avuto giorni fa con un gruppetto di blogger milanesi.

 

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Ci può dire come è nato il romanzo?

Questa storia nasce da una pièce teatrale che avevo scritto una decina d'anni fa. Sarebbe dovuta andare in scena con l'interpretazione di Giorgio Albertazzi, ma anche altri avevano creato un giro d'interesse attorno alla pièce, anche se non era stata nemmeno pubblicata; poi qualcosa si è inceppato e io ho messo tutto in un cassetto, ma l'idea continuava a girarmi nella testa. Dopo un po' ha preso la forma di un romanzo dalla struttura narrativa atipica. Risente delle mie esperienze che s'intrecciano: ho fatto per anni l'attore e continuo saltuariamente a farlo, nei tempi che mi sono consentiti. Ho frequentato il palcoscenico da quando avevo sedici anni, mi sono occupato anche di regia.

Sul palcoscenico tutto sembra perfetto, ma quest'uomo ormai anziano, il più grande attore del Novecento, non è più in sintonia col mondo perché non calca più le scene.

Mi piaceva indagare su questo tema abbastanza forte, quello di un disagio che può generare cose inaspettate. Pur partendo dalla vecchia pièce, nella storia non c'è nulla di scontato. Come spesso succede, perlomeno a me, i personaggi si prendono il loro spazio e le storie imboccano strade non previste: in principio non sapevo esattamente quale sarebbe stato il rapporto tra il Maestro e Alessandra, la ragazza con cui entra in comunicazione.

Vi dico un'altra cosa. Quando scrivo spesso leggo ad alta voce, per capire subito l'effetto che fa. Questo mi permette di ottimizzare i tempi, perché non mi piace buttare troppe cose, e preferisco pensare che quello che scrivo sia già una stesura abbastanza matura del romanzo. La voce, la parola detta, per me sono fondamentali per chi scrive.

Ho provato a scrivere questo libro come se fosse narrato da uno spettatore nascosto in platea, mentre quello che accade nella stanza è ciò che avviene su un palcoscenico. Questo ha comportato delle scelte tecniche: la narrazione è tutta al presente, il ritmo a volte è un po' sincopato e i silenzi hanno un certo peso.

La parabola di un grande attore verso la solitudine. Intervista a Francesco Carofiglio

Ci sono degli attori, dei modelli a cui ha pensato mentre scriveva questo libro?

Sì, ho pensato ad alcuni dei grandi vecchi del teatro italiano, con cui ho anche lavorato, però Corrado Lazzari, in realtà, è diventato molto velocemente un personaggio con dei connotati che sono soltanto suoi. Senza dubbio, in comune con attori famosi c'è la percezione dello spaesamento, della solitudine che arriva quando lo spettacolo finisce.

Questa cosa mi preme molto, e io l'ho vista davvero in alcuni grandi vecchi, mattatori della scena divenuti improvvisamente fragili.

 

L'antefatto dei personaggi è chiuso nelle scatole contenenti i ritagli di giornale?

Sì, il confronto continuo di Corrado Lazzari con il suo passato avviene attraverso le cose scritte dagli altri su di lui, ma c'è il canale privato, parallelo, della sua vita personale. La grande interpretazione di Amleto che viene rievocata coincide anche con il rapporto con la donna che ha amato.

 

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Perché ha scelto Amleto?

È l'opera con cui ambisce misurarsi qualsiasi attore, ed è un passaggio quasi obbligato in ogni carriera, anche se ha una storia di grandi fallimenti.

La forza di quest'opera sta nel fatto che si riesce a credere a una sua messinscena anche quando in scena c'è un cane che urla con un teschio in mano. Amleto è talmente entrato nel bagaglio delle emozioni che persino chi non l'ha letto ne conosce qualcosa, e questo si può dire di pochissime opere.

 

Il palcoscenico è una metafora della vita, nel momento in cui si perde di vista il passato e non si ha più un futuro?

Sì, è sempre una metafora della vita, ma in questo caso c'è un doppio salto mortale: essendo un personaggio sulla scena, Lazzari rappresenta la sua vita come attore, in un rincorrersi continuo dei ruoli. La sfida era comunicare tutto questo in un linguaggio semplice, con parole elementari. La semplificazione del linguaggio per me non significa essere sciatti o superficiali.

 

Ci sono molti ossimori curiosi, fin dalle prime pagine…

Mi piace associare delle strutture elementari che contengano un elemento di crisi all'nterno, in modo che ciascuno colleghi alle parole una sua percezione personale.

"Frizione liscia" si associa alle mani che scorrono sul velluto, o su dei pantaloni a coste.

Da lettore la collegherei a qualcosa del mio quotidiano. L'attenzione ai piccoli dettagli serve a dare spunti a chi legge per inventare la sua storia. Io ragiono più da lettore che da scrittore, quello che mi aspetto da chi scrive sono piccole mine inesplose, magari da far esplodere.

La parabola di un grande attore verso la solitudine. Intervista a Francesco Carofiglio

Qual è il cammino della memoria, si ricrea il passato o lo si inventa? Il protagonista rivive una vita che non c'è mai stata?

I racconti dei grandi vecchi sono sempre affascinanti, anche se spesso si ha la percezione che quel racconto che si sta ascoltando non esista, ma corrisponda a una memoria generata. Lo diceva anche Calvino: non è tanto importante che un episodio della vita sia davvero accaduto, quanto che noi lo ricordiamo. Spesso accade anche nell'analisi terapeutica, quando un paziente racconta una cosa di cui non è sicuro che sia realmente accaduta o sia una sua invenzione, ma fa parte di un patrimonio dell'emozione.

 

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Corrado afferma di non credere in Dio, ma di considerarlo un amico, e di parlare con il crocifisso.Perché questa scelta?

È chiaro che i non credenti molto spesso sono attratti dalla suggestione dell'immanente, non riuscendo però a collocarlo. In questo caso, la rappresentazione dell'immanente attraverso il simbolo del crocifisso rappresenta per Corrado un canale di fuga. Lui parla pochissimo con gli altri, ma la fragilità lo porta a dover comunicare con qualcuno e il crocifisso diventa un amico.

 

L'incontro con la ragazza avviene per permettergli di trasmettere qualcosa di sè?

Il dramma è duplice: da un lato non avere qualcosa che prolunghi la tua vita nel futuro, dall'altro l'aspirazione a consegnare qualche cosa di sè per rendersi immortale, anche se non succede quasi mai. Il rapporto tra maestro e allieva è pieno, ma anche ricco di contraddizioni. C'è un detto Zen che dice "Quando l'allievo è pronto il maestro compare". È anche leggermente inquietante se ci pensate, ma io credo che invertendo i fattori abbiamo un'espressione ancora più interessante: "Quando il maestro è pronto l'allievo compare".

 

Adesso che ha scritto questa storia un po' diversa dalla pièce da cui era partito, le piacerebbe vederla adattata per il teatro?

C'è un inizio di progetto in questo senso. Non è detto che si faccia, ma potrebbe essere messa in scena come racconto, e lo farei io con un'attrice. Per me è una sfida ancora più grossa, ma si deve vivere anche di sfide.

 

Quale attore, anche del passato, potrebbe o avrebbe potuto interpretare Corrado Lazzari? A me viene in mente Leo De Bernardinis, che faceva Shakespeare in napoletano.

Ieri una giornalista mi diceva che ci vedrebbe bene Toni Servillo, anche se in realtà è più giovane del personaggio, ma per me Corrado Lazzari è un po' senza età. Scrivendo ho pensato più volte a Michel Piccoli, che ho visto una volta diretto da Peter Brook in un'interpretazione memorabile, quasi mistica, in una scena praticamente vuota.

 

E invece quanto c'è di lei in questo personaggio?

C'è una forte suggestione personale legata al mestiere dell'attore, qualcosa di struggente, ma anche legato al fatto che ciascuno di noi vive chiuso in un proprio spazio asociale. In passato ero parecchio asociale, adesso sono guarito. Come per tutte le storie, questa parla anche un po' di me.

 

Leggendo i suoi libri precedenti, mi è sempre piaciuto il modo con cui racconta le donne, come le fa agire. Quanto è difficile per un autore entrare nella testa di una donna? È molto diverso lavorare su un personaggio maschile o femminile?

Certamente è diverso, quasi sempre è più divertente entrare nella testa di una donna perché ci sono più cose, anche se non si dovrebbe generalizzare. Di solito l'universo femminile è popolato da persone più curiose, e siccome io associo molto la curiosità all'empatia, oltre che all'intelligenza, non mi è poi difficile avere a che fare con un personaggio femminile perché in quel momento mi pare di poterci parlare. Poi non è detto che gli esiti narrativi siano quelli sperati, ma forse mi sento più felice quando sto dentro una donna.

 

«La saggezza non esiste, è una condizione dettata dal declino»si dice nel romanzo. È così?

Mi sento lontano dai luoghi comuni e questa cosa che invecchiando si diventa saggi non mi convince: forse si è solo più disponibili ad ascoltare gli altri, avendo più tempo libero.

La saggezza richiede tempo. Però, se dico che Trump è un imbecille, mentre alla sua età dovrebbe essere relativamente saggio, direi che è la dimostrazione che questa saggezza non sempre arriva con l'età.

La parabola di un grande attore verso la solitudine. Intervista a Francesco Carofiglio

Il maestro a me ha fatto pensare allo Scrooge del Canto di Natale di Dickens.

Non era nei miei piani, ma me l'hanno già detto altri, e rileggendolo adesso non è del tutto sbagliato. Con Dickens andiamo nell'iperuranio, pur essendo uno scrittore che ha messo molto di sè nelle sue opere.

 

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In principio il maestro appare come il classico uomo rimasto solo, che vive distaccato, accudito da una persona con cui non ha legami. Conoscendo il suo passato, però, ci rendiamo conto che è stato pieno di gente, per cui questa solitudine non è una cosa sgradevole, ma quasi un passaggio necessario, forse un rifugio. È così?

Sì, forse sì. È un vezzo quando controlli il tuo ruolo da solitario. Se sei un grande attore alla fine ti compiaci anche un po' di essere solo.

In fondo è un attore che continua a recitare, come quando ripete il rituale della vestizione, che è poi il rituale dell'andare in scena, come estremo tentativo di riproporre una vita che ormai se n'è andata.

 

Che tipo di rapporto ha con la città di Bari, dove vive?

Ho avuto in realtà diverse città. Sono nato a Bari, dove ho vissuto fino alla maturità, poi mi sono laureato a Firenze e ho vissuto un po' in giro per il teatro. Ora sono tornato a Bari, sapendo bene che può essere solo un passaggio, e l'ho trovata molto migliorata, molto più vitale. Credo ci siano stagioni anche per le città: se pensate alla stagione un po' fosca che sta vivendo adesso Roma, è doloroso per tutti assistere alla prostrazione di quella che forse è la città più bella del mondo. Credo che questa sia la stagione non solo di Bari ma di tutta la Puglia, una regione che ha enormi potenzialità: varietà paesaggistica, buona cucina, ricchezze enormi dal punto di vista artistico che aspettano di essere valorizzate. Questo riguarda anche le persone, e da qualche anno, non a caso, in Puglia c'è un grande fermento. Ho un rapporto contemplativo, scrivo per qualche ora e poi esco di casa e me ne vado davanti al mare, per me una ricarica straordinaria. In questo momento ci vivo bene, ma mi piacciono tante altre città, anche straniere.

 

Un consiglio che darebbe a uno scrittore emergente?

Essere capace di buttare via quello che si è fatto, che è una cosa molto formativa. Lasciare decantare le cose che si scrivono per un po': dopo sei mesi, avrai sicuramente una visione più lucida di quello che hai scritto. Occorrono la capacità di sacrificarsi e di trovare piccole situazioni speciali in cui scrivere. Ogni romanzo lo scrivo in posti diversi, anche se non lo faccio volutamente. Joe Lansdale si è fatto costruire una camera completamente nera in cui si chiude dentro, accende il computer e scrive: va bene trovare anche un posto in cui sentirsi leggermente a disagio nel mondo, perché un certo disagio crea vitalità.

 

Chi scrive esprime sempre un disagio?

Un luogo comune dice che si crei meglio quando si sta male, ma non sono tanto sicuro che sia così. Si tratta di capire quanto uno ritenga che il proprio ego debba entrare in quello che fa, ma io diffido della scrittura dominata dallo scrittore. Se sto dentro la scrittura senza avvertire questa presenza tutto va meglio.

Bisogna riuscire a frenare il proprio ego, se esiste un disagio non deve essere dominante.

 

Come sono i rapporti letterari con un fratello scrittore(Gianrico Carofiglio, ndr)? Vi leggete in fase di elaborazione?

Fossi matto! Ma lui direbbe senz'altro la stessa cosa. No, ci leggiamo solo dopo che i libri sono pubblicati: abbiamo scritture molto diverse, per cui non avrebbe neanche senso discutere e criticarci a vicenda prima.


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