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La nuova Resistenza dell’Italia di oggi. Intervista ad Andrea Scanzi

La nuova Resistenza dell’Italia di oggi. Intervista ad Andrea Scanzi«Ho scelto luoghi che mi hanno colpito per la bellezza o a tradimento (ovvero da cui non mi aspettavo cose speciali e invece mi sono ricreduto) e più in generale ognuno di questi luoghi mi ha colpito in qualche modo per una persona che è riuscita in qualcosa e ha trovato il suo equilibrio sopra le nuvole», risponde così Andrea Scanzi (autore del romanzo Con i piedi ben piantati sulle nuvole. Viaggio sentimentale in un’Italia che resiste, Rizzoli, giugno 2018) alla domanda sul filo conduttore dei luoghi presenti in questo libro.

Ed è proprio così. Come ammette lo stesso autore, parafrasando Flaiano, siamo davanti a un diario sentimentale di antieroi quotidiani, che sono riusciti in qualcosa, che hanno saputo resistere e che ce l’hanno fatta. Sono le storie quotidiane, semplici a commuovere lo scrittore e chi ha letto il suo libro. Ma resistere a che cosa?

L’occasione per conversare e poter affrontare i molteplici temi di questo romanzo (lo stesso autore nella prefazione cita: «luoghi nascosti, paesaggi a strapiombo ecc...; una certa tendenza alla rarefazione, la tavola, la convivialità, Il ricordo di chi non c’è più: la difficoltà di accettarne la perdita, l’esigenza di onorarne il passaggio; torna la ribellione; torna la natura incontaminata, o quel che ne resta; e torna spesso la purezza meravigliosamente amorale degli animali, col loro sguardo sempre interrogativo sul mondo. Un po’ come dovrebbe essere il nostro») è stato un incontro fra blogger a Milano presso lo spazio Fattorie Garofalo Mozzarella Bistrot, all’interno della Mondadori di via Marghera. È stata soprattutto l’occasione per conoscere uno Scanzi meno politologo e più scrittore, più uomo con le sue passioni. E di passioni ce ne sono tante, alcune peraltro riprese ciclicamente all’interno del suo libro.

Definire poi romanzo questa sua ultima pubblicazione è una forzatura, che rischia di ingannare chi voglia leggere il libro. Se proprio si vuole usare questa categoria, sarà meglio associarla a quella della narrativa calviniana. Fra l’altro suo indiscusso punto di riferimento dell’arte del raccontare con realismo magico e velata ironia la realtà contemporanea. È lo stesso autore a riconoscersi in alcuni passi delle Città invisibili e a elogiare il paragone:

«Questo romanzo mi ricorda mia madre, perché fu lei a regalarmelo quando avevo 16 anni. È vero che questo viaggio ricorda i viaggi che Marco Polo descrisse all’imperatore dei Tartari: un insieme di immaginazioni. Per cui di una città non ho ricordi, ma soltanto meraviglie».

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E di uno dei romanzieri più importanti del Novecento c’è anche la struttura coriacea del libro: ogni capitolo sembra l’inizio di un romanzo e ci sarebbero tutti i prodromi per crearlo, esattamente come in Se una notte d’inverno un viaggiatore.... La conferma ci arriva dallo stesso Scanzi:

«Il riferimento a Calvino è voluto, perché ogni capitolo avesse la sua cifra stilistica, cambiasse registro ed effettivamente ognuno di questi racconti si rivelasse l’inizio di un romanzo. Mi divertiva provare vari registri».

 

Con i piedi ben piantati sulle nuvole di Andrea Scanzi è un diario di viaggio, che si lancia nell’impresa di mitizzare (esattamente come fece Beppe Fenoglio ne Il partigiano Johnny) luoghi incontaminati della natura, quelli meno turisticamente conosciuti delle regioni italiane (uno per ogni regione, con una marcata accentuazione per i borghi e i paesaggi nativi di terra toscana) e nel contempo di eternare con la scrittura persone semplici, cittadini italiani, che hanno avuto una propria storia da raccontare e hanno saputo realizzarsi dentro di sé. Con la sua ormai ben nota proverbiale ironia («lungi dall’essere una guida turistica, ma non mi offendo se la userete come tale»), con giochi di parole dove situazioni sconvenienti vengono paragonate a personaggi ben noti come Nardella, Boschi o Lotti, grazie ai riferimenti acculturati sia in ambito musicale che cinematografico, Andrea Scanzi ci racconta storie di viaggi. Quelli più avventurosi, dispendiosi e goderecci presenti nella sezione Diari di una motocicletta (la sua Abi, una Harley-Davidson Roadster 1200) e quelli curiosi e necessari (perché vincolati a impegni lavorativi) sui treni italiani o in macchina. Fra una provinciale e un’altra, fra un’autostrada e una strada locale c’è tutto un mondo umano che chiede a gran voce o sarà meglio dire a grandi lettere di farsi ascoltare. Andrea Scanzi lo fa, lo fa con grande umiltà e imprime nella sua pagina il senso sperduto di un paese che conserva certamente siti di interesse storico-geografico di eccezionale bellezza (come dice lui stesso), ma che vive oggi una nuova forma di lotta, per l’appunto di resistenza.

La nuova Resistenza dell’Italia di oggi. Intervista ad Andrea Scanzi

Che resistenza è mai questa di oggi?

«È più facile resistere nei borghi, perché sei protetto dalla bellezza, dalla natura e da uno stile di vita meno faticoso e devastante. Nelle grandi città è complicato. La resistenza è fisica ed emotiva, mentale. Paura del tempo che passa, che crea senso di smarrimento e naufragio. Persone che non si riconoscono nella collettività. Quelle persone o si trovano un riscatto, resistono o si perdono».

 

Senso di smarrimento nei borghi meno che nelle città…

«Ci sono resistenze eroiche come quella dei ragazzi del centro storico di Cosenza. Ventenni che anziché vivere di divertimento spassoso fanno gli archeologi e si pongono a tutela del proprio centro storico. O come quella è del benzinaio sull’A14. È resistente perché si accontenta adesso e lo è perché più che accontentarsi non ha rinunciato a combattere. Per lui è stata una vittoria straordinaria. E per giunta la vittoria non definitiva».

 

Fra le pagine Scanzi ci racconta storie di pratoliniana memoria, fatte di nobiltà d’animo e qualità morali. Come quella per l’appunto del benzinaio che ha trovato questo lavoro da mezzanotte alle sette del mattino sull’A14 in direzione Cesena ed è contento perché grazie a questo lavoro potrà aiutare sua madre. E poi forse riprenderà in mano i suoi studi interrotti e proseguirà e aggiunge «me lo diceva con entusiasmo e contentezza che io ho pensato, cioè, io ti devo eternare solo per questo».

Centrale si pone in questo romanzo diaristico il tema del viaggio. Si intende quello fatto per passione (perché come afferma anche l’autore «se non ce l’hai stai a casa e ti diverti di più»), con curiosità, consapevolezza e come cura necessaria per evadere da una vita, che come la sua e di tanti suoi colleghi, è paragonabile a un flipper.

 

Ma il viaggio in che dimensione va visto (quella attuale della fotografia social con i filtri e i tag giusti) e soprattutto si viaggia per evadere o per ritrovarsi?

Alla prima domanda risponde che lui odia la sindrome da social. Infatti nel suo libro si compiace di esaltare le macchine fotografiche analogiche, cerca luoghi non conosciuti alla massa e personaggi locali che raccontino storie. Per lui «il viaggio perfetto è quello che coniuga la dimensione estetica con quella ludica e storica». A tal proposito bisogna ringraziarlo per la precisione storica con cui ha cercato di presentare al lettore isolette o paesini del nostro Bel Paese. Alla seconda domanda risponde: «Io viaggio per evadere dal mio lavoro, che fagocita, centrifuga e richiede sempre per me un momento di stacco. Per ritrovarmi sì, ma è più raro».

La nuova Resistenza dell’Italia di oggi. Intervista ad Andrea Scanzi

L’importante è che ci sia sempre la casa propria ad aspettare il nostro ritorno...

«Per me le radici sono fondamentali, così come il luogo in cui mi ritrovo. La casa per me è Arezzo. Arezzo… c’è stata una fase temporale in cui come accade a tutti spesso il luogo in cui sei nato ti sembra un po’ il luogo triste senza niente. Per me anni fa Arezzo era quello. Poi c’è stato un momento in cui ho sentito il bisogno di tornare a casa, non per fermarmi tanto, perché la provincia è bella ma ti inghiotte. Me la godo. Cinque o sei giorni per rivedere parenti e amici, ma poi me ne scappo di nuovo.

Avevo il bisogno di tornare lì perché ho capito che quello è l’unico centro di gravità permanente che io possa avere. Perché vivo da flipper e quando vivi conoscendo mille persone ti mancano anche altre cose. Lì sto bene, posso essere me stesso e vivo la quotidianità. Il viaggio tornando ad Arezzo è ritrovarsi».

 

Altre due componenti fondamentali di Scanzi in versione “easy rider” italiano sono il vino (esperto sommelier narratore, che anni fa scrisse un libro intitolato Elogio dell'invecchiamento, alla scoperta dei 10 migliori vini italiani e di tutti i trucchi dei veri sommelier) e la musica. Due passioni che si distinguono per differenti tonalità emotive-espressive.

«Sul vino. Allora il vino è bello, buono, storico, è materia viva. Ciò che mi piace nel mondo del vino è che ci sono sempre delle belle storie da raccontare. Personaggi presenti nelle cantine piccole e le loro storie epiche. Ci sono persone non note, che hanno storie bellissime».

 

Sulla musica come elemento nodale del suo viaggiare, ci dice che:

«Fondamentale. Ogni viaggio ha una colonna sonora e anche se sono in moto ho un suono, una musica ed è una musica naturale. A volte è naturale come quella del concerto di Dylan in Val d’Aosta e in altri casi nasce da associazione come Neil Young meno rock nel viaggio».

 

E con la moto, con la sua Abi, tanto protagonista nel libro che rapporto c’è?

Ci scherza un po’ su con la sua solita sfaccettatura toscana e poi ci conferma che:

«C’è sintonia fra me e la moto, come raramente mi capita. Quando devo liberare la testa, poche cose mi aiutano come prendere la moto e andare a girare senza meta. È un mezzo perfetto per scoprire la natura, trovare scorci introvabili e ritrovare se stessi. Si crea un feeling di mente libera, ma non di deconcentrazione. Mi capita solo con Abi».

 

Abi o meglio Abigail è per l’appunto la moto protagonista di più di metà libro. Quello di Scanzi è sempre un modo di giocare con le parole, mordenizzando il dettato linguistico, talvolta assimilandolo a una scrittura social-blog e recuperando una dimensione di ironia accattivante.

Ma è lo stesso scrittore toscano a indicarci le vie maestre da lui seguite. Da una parte ammette che, sì è vero, il suo libro è stato volutamente costruito linguisticamente su una sintassi monofrasale, estremamente semplice. «Scrivendo tanto sui social, soprattutto Facebook, è possibile che abbia in me ormai una tendenza online», una formula fortunata e di interesse per il lettore di oggi, ma aggiunge «nei capitoli che desideravo fossero più dolenti, laddove rendo omaggio a Pasolini o Roger Water o Pantani, ho cercato uno stile diverso». Proseguendo o confermando un’idea di linguaggio estremamente flessibile, malleabile, ultracontemporaneo. Capace di piegarsi a un ritorno a un’eleganza stilistica e modellata nel momento in cui lo scarto linguistico dalla norma lo richiede.

Ma quali sono i modelli a cui ha guardato (oltre al già citato Calvino) per levigare la sua scrittura e la sua forma mentis? Rivede nella mitizzazione dei suoi paesaggi sconosciuti un’operazione letteraria di Beppe Fenoglio?

Il libro si apre con un capitolo sulle Langhe torinesi e probabilmente non è una casualità, perché

«Fenoglio, lui mi condiziona in ogni cosa che faccio. Non ha inciso nella mitizzazione dei luoghi piccoli (come da me ipotizzato), mentre c’è nella mia stesura l’obiettivo che lui aveva ed era riuscito a sublimare, quello di raggiungere un minimalismo di scrittura. Ho trovato quello che quel genio di Lindo Ferretti definiva saper scortecciare le parole. Mi piace il suo talento mostruoso nel non utilizzare una parola di troppo. Come altri autori potrei citare Kurt Vonnegut, che è un mostro di bravura assoluto. Mattatoio n. 5 è di una bellezza incredibile perché con ironia lui racconta ildramma di Dresda. Vonnegut è riuscito a trovare una dimensione ludica. Mi ha influenzato tanto, perché mi piace chi sa raccontare cose tristi con tratto ludico».

La nuova Resistenza dell’Italia di oggi. Intervista ad Andrea Scanzi

Non manca la dedica nello stesso libro a grandi penne giornalistiche italiane. Due su tutti: Edmondo Berselli che, autorevole firma di «Repubblica», l’ha spinto inconsapevolmente verso la notorietà televisiva, e Ennio Flaiano, giornalista abruzzese e grande figura di spicco del giornalismo italiano del primo Novecento, nonché scrittore di notevoli qualità:

«Flaiano lo adoro, perché i suoi personaggi sono sempre caratterizzati da cinismo ed empatia e profonda sfiducia nell’essere umano. È una specie di sottotraccia o sottotesto che te la fa pensare ce la possiamo fare tutti. Per esempio il Drugo, il viticoltore di Verona (a cui è dedicato un capitoletto del libro), anche lui è un finto cinico, burbero, ma ti accorgi che è di un’umanità straordinaria. C’è una dicotomia irrisolta che però a me piace molto».

 

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Questa dicotomia irrisolta, questo saper scortecciare la figura umana odierna in Con i piedi ben piantati sulle nuvole di Andrea Scanzi è la componente più affascinante di questo diario moderno. Fra ironia politica e analogie paradossali, fra scatti di Polaroid Extreme 600 immortalati con le parole e una brevilinea ricostruzione storica di monti, chiese, borghi che non conosciamo c’è tutta la positiva potenza visionaria di Scanzi uomo. È questa un’Italia che soffre per la crisi, per il caos politico, per casi di isolati alla stregua di eremiti e perché non c’è più quel senso penetrante di collettività novecentesca; eppure questo diario è la storia di persone che hanno resistito, ce l’hanno fatta, vorrebbero forse fare ancor di più, ma nel loro incedere quotidiano sono arrivati a carpire la bellezza della semplicità.

Miglior chiusa non credo possa esserci, se non quella di una frase ancora di Ennio Flaiano contenuta nel paratesto del libro:

«Non provo mai noia. Ogni momento ha qualcosa che mi attira. Niente è da buttar via. La luce, l’aria, le ore che si seguono. Calma, bellezza, profonda voluttà del Tempo».


Per la prima foto, copyright: Mubariz Mehdizadeh.

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