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La notte della Ferocia. Incontro con Nicola Lagioia

Nicola Lagioia, La ferociaEra già notte mentre andavo a incontrare Nicola Lagioia per parlare del suo ultimo romanzo (La ferocia). Pioveva, fitto fitto. Spaghetti di oscurità nervosa che colpivano corpi e ombrelli, più i corpi che gli ombrelli in verità. La notte, la stessa notte che si aggira sinuosa nel romanzo di Lagioia, fin dalle prime inquadrature, fra gli ulivi pugliesi e la terra porosa. La notte che si muove come una tigre che fiuta la trappola preparata da personaggi che sanno essere più feroci di lei. La notte che è intorno a me e sembra ammonirmi a non incontrare il suo creatore. Quasi non fossi pronto a scoprirne i segreti. Ma si sa, la curiosità del lettore è potente e divora molti mostri, notte compresa. Così ci siamo seduti intorno a un tavolino cosparso di briciole di uno dei bar del secondo piano della stazione Termini. Uno di quelli che sembrano essere germogliati dal plexiglas come funghi deformi e imbronciati, sospesi sulle teste del grumo di persone che ogni giorno setaccia la stazione alla ricerca di chissà quale tesoro. Davanti a un tè immaginario che volevamo prendere infreddoliti e bagnati come eravamo, ma che nessuno è venuto a offrirci, ci siamo osservati a vicenda attraverso le lenti puntellinate d'acqua dei nostri occhiali per capire da dove avremmo iniziato.

Ci sono libri a cui il lettore si attacca come se fossero l’ultima boccata di ossigeno prima di una vasca in apnea e libri da cui fugge, come se in ogni pagina ci fosse un pezzetto di una domanda che proprio non riesce a porsi. Il nuovo romanzo di Nicola Lagioia La ferocia (edizioni Einaudi 2014) riesce a coniugare questi due estremi, obbligando il lettore a muoversi nella storia della famiglia Salvemini come una pulce sulle spalle di un gatto. Il gatto in questione è Michele, figlio illegittimo del pater familias Vittorio Salvemini, potente costruttore pugliese e abile mistificatore. Silenzioso, Michele si muove negli angoli oscuri della propria storia familiare, un solitario per scelta che si scoprirà capace di arrivare incolume alla fine della storia, sfuggendo alle numerose trappole che la sua “famiglia” ha costruito per lui negli anni.

 

È proprio dal personaggio di Michele che mi piacerebbe partire per la nostra chiacchierata notturna con Nicola Lagioia. Come ha ideato questo eroe sporco, che a tratti mi ha ricordato alcuni personaggi di Michael Cunningham, capaci di attraversare indenni le proprie mancanze e quelle altrui?

Se questo fosse un noir classico, Michele sarebbe l'investigatore che torna a Bari da Roma per scoprire cosa è accaduto alla sorella. Ma lui non è un classico investigatore, perché non usa la ragione ma quella che Stephen King avrebbe definito come la “luccicanza”. Michele ha come spirito guida la sorella morta, Clara, perché le persone che abbiamo molto amato o odiato, depositano in noi, nostro malgrado, una loro impronta. Michele ha in sé l'impronta della sorella. Clara èl'unica che lo ha mai accolto, accettato. Èsolo grazie a lei, che è stata la prima nella loro famiglia a dargli amore, che Michele nasce davvero. Con lei stringerà un’alleanza tacita e da quel momento inizierà la sua crescita che dopo la morte di Clara subirà un’accelerazione.

 

Questa accelerazione è palese soprattutto alla fine del romanzo, quando il lettore scopre un Michele molto più forte, determinato.

Esatto, lui diventa più determinato e forte di quello che sarebbe per natura, grazie alla sorella. È una specie di idiota dostoevskiano, che però è determinante per la storia della sua famiglia dal punto narrativo.

La famiglia ècentrale in questa storia, una famiglia, i Salvemini, in cui la necessitàdi riscatto e la conseguente necessitàdi ottenere, direi pretendere, l'ammirazione e l'invidia altrui sembra regolare tutte le loro azioni. Nel rafforzare questa inclinazione (a cominciare da Vittorio, padre di Michele e Carla) o nel combatterla (Michele), tutti i membri di questo sistema sociale non possono prescindere da questo elemento.

La letteratura èpiena di personaggi affamati, Vittorio Salvemini ha conosciuto la povertàe ora che èricco non trova limiti al desiderio di accumulo. La determinazione a ottenere ancora e di più, senza fermarsi davanti a nulla e a nessuno, guida ogni sua azione. Vittorio èl'emblema di questo tipo di personaggio.

 

Eppure Vittorio a volte si ferma davanti a suo figlio, mi viene in mente la scena in cui Michele incendia la villa dei Salvemini. Perché non lo punisce, non lo attacca come vorrebbe? Sente che qualcuno prima o poi dovrà fermare la sua corsa all'accumulo?

Michele è l'incognita. Rappresenta la vita che Vittorio avrebbe potuto fare e non ha fatto. Se la madre di Michele non fosse morta, Vittorio avrebbe potuto lasciare sua moglie e cambiare il suo destino. Michele diventa l’emblema del rimpianto, ma anche della colpa. Perché Michele gli ricorda che la famiglia Salvemini ha accolto quel ragazzo solo formalmente, ma non lo ha mai accettato e tantomeno amato. Quindi, davanti a Michele, Vittorio non sa mai cosa fare, come comportarsi. Suo figlio lo mette in crisi e non riesce mai ad averlo in suo potere. Vittorio sa corrompere tutti tranne la colpa e la malinconia impersonata da Michele.

 

Vicino a Vittorio, Annamaria. Sua moglie e figura letale. Sempre formalmente corretta verso i suoi figli, persino nei confronti di Michele, figlio dell'amante di suo marito. Forma che si sgretola quando Annamaria può dire (persino a se stessa) di non essersi accorta del male che poteva fare con una parola. Ecco allora che attacca e colpisce Michele senza pietà.

Annamaria vorrebbe vedere Michele morto. Ma non può dirlo certo, non sarebbe giusto, non può nemmeno dirlo a se stessa. Perché altrimenti il dichiarato e sublimato decoro familiare andrebbe in frantumi e ciò non sarebbe accettabile. Allora basta parlare con un'amica a telefono e far finta che Michele non sia lì in ascolto per addossargli tutte le colpe dell’amante di Vittorio. D'altronde Annamaria stava solo parlando a telefono, è il bambino che ha origliato quando non doveva. Anche i cattivi in questa storia vogliono uscirne puliti, almeno nella forma, non solo nei confronti degli altri, ma anche nei confronti di se stessi. In questo Annamaria è emblematica del cattivo della nostra epoca, che si giustifica sempre di fronte a qualsiasi situazione, anche alle più indifendibili.

 

I coniugi Salvemini (Vittorio e Annamaria), per le loro scelte, i loro seguaci, le loro macchinazioni alle spalle dei vari membri della famiglia, figli compresi, sono stati paragonati alla coppia dannata per eccellenza, i Macbeth. A me hanno fatto pensare più a due onesti” Iago, quando Annamaria dice: «Mostrarsi debole va bene, guai a diventarlo! Laltro è pronto a vedere nelle tue difficoltà una promessa per le proprie».

Sì, ha ragione, assomigliano piùa Iago che ai coniugi Macbeth. La connessione con Macbeth mi piaceva perché in questa tragedia shakespeariana Macbeth non è cattivo in quanto tale, ma portato a compiere atti malvagi dalle tre streghe. Detto questo, i Salvemini sono certamente più subdoli dei Macbeth, ottenendo comunque un grande risultato malvagio. Rappresentano l’esasperazione di alcuni comportamenti tipici del nostro contesto sociale in cui se sei un generoso sei uno stupido, mentre se sei un rapace, un prevaricatore, sei brillante e apprezzato.

 

Le descrizioni in notturna sono un elemento caratterizzante del suo romanzo, soprattutto le immagini degli animali e delle piante, che sembrano attivarsi durante il dominio delle ombre in maniera morbosa, offrendo al lettore una vista sulle sensazioni che i personaggi hanno depositato in quei luoghi durante il giorno. La ferocia che fluisce fra le persone è la stessa che attacca animali e luoghi? Se non sbaglio il titolo che aveva in mente per il romanzo era I giardini notturni. Cosa lha spinto a cambiarlo?

La ferocia mi sembrava un titolo più incisivo rispetto ai I giardini notturni, che poteva rimandare a un tema impressionistico e troppo delicato rispetto al cuore narrativo del romanzo. L’attenzione per le piante e gli animali deriva dalla mia infanzia. I miei nonni avevano una piccola casetta a Capurso in provincia di Bari, con un giardino nel retro con l’orto, le galline, i conigli e le gazze ladre. Per me questo era un mondo nuovo da esplorare e da osservare, ho avuto quindi la fortuna di vivere parte della mia infanzia a contatto con la natura e questa esperienza l’ho portata nel romanzo. Mi interessava poi mettere a confronto l’essere umano con gli animali. Gli animali non si macchiano di azioni orrende come fa l’essere umano, non creano campi di concentramento per altri animali, ma allo stesso tempo non sono in grado di spezzare gli istinti naturali di prevaricazione che spingono per esempio un leone ad attaccare una gazzella. L’essere umano al contrario è capace di spezzare tali istinti, attraverso il libero arbitrio, eppure si macchia volontariamente e al di fuori dei suoi istinti di azioni orrende. Il confronto fra animali, piante e essere umano mi è servito anche per analizzare la diversitàdi percezione che queste diverse forme di vita possono avere di uno stesso evento. Chi ci dice che la percezione di un uomo è più precisa, più “vera” di quella di un topo?

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Nicola LagioiaIl compito di un romanziere è aiutare i lettori a vedersi come li vedono gli altri. Quanto si trova daccordo con questa affermazione e quale è stata la molla che lha costretto a scrivere questa storia?

Se un lettore legge un romanzo, lo fa dal suo punto di vista, attiva nella lettura il proprio sistema percettivo. Solo se un romanzo riesce a far osservare al lettore il mondo da un diverso punto di vista raggiunge il suo obiettivo. Se un mio romanzo riesce a far compiere questo cambiamento (seppur piccolo e di breve durata) io non posso che essere felice, perché questo dovrebbe essere il compito della letteratura.

 

La critica ha citato molte possibili fonti di ispirazioni per La ferocia: Faulkner, Marquez, Thomas Mann (ho letto che il suo romanzo è stato messo a confronto con I Buddenbrook). Quali libri ha tenuto sulla scrivania mentre scriveva questo romanzo e a con quali autori sente di avere un debito per la creazione del sistema narrativo de La ferocia?

Questo romanzo l’ho scritto in quattro anni. Sono molto metodico nella scrittura, mi siedo ogni giorno al mio tavolo e scrivo. Con questo libro lo sono stato ancora di più. Sentivo di avere una storia potente fra le mani, le sensazioni, le idee giuste, ma avevo paura di perderla, era come un animale che si muoveva intorno alla mia casa e toccava a me catturarlo e portarlo sulle pagine. Per farlo ho usato molti libri come riferimento. Le poesie di Georg Trakl, poeta austriaco di cui quest’anno ricorre il centenario della morte, leggevo Malcolm Lowry e il suo Sotto il vulcano, ma anche tanto William Faulkner, Bolaño, Ernesto Sabato. Mi sono ispirato anche al cinema di David Lynch, a Twin Peaks e a Velluto blu, che ho inserito anche nel romanzo. Romanzi, poesie e film che sentivo affini per mantenere sempre viva l’atmosfera che volevo creare.

 

Il suo romanzo si chiude con larrivo nella villa dei Salvemini dei nuovi proprietari. Il suo occhio indugia su di loro come quello di un indovino che prevede che la loro serenità sarà solo momentanea, «un equivoco». Non c’è limite al regno della ferocia?

Un finale del genere potrebbe apparire agghiacciante, perché finita una famiglia di predatori, ne è subito arrivata un’altra. Forse. Ma il senso potrebbe essere un altro. Forse il romanzo vuole far pensare al lettore che nulla è per sempre, che per quanto tu possa essere ricco, ammirato, temuto, arriverà un momento in cui non sarai più niente. È vero che il mondo ha dei padroni, dei predatori, ma queste fortune non sono eterne.

 

Ci sono molti personaggi minori in questo romanzo, alcuni, penso ai seguaci oscuri di Vittorio Salvemini, sono fondamentali per lo sviluppo della storia. Ha mai pensato di farne uno spin off per un altro romanzo?

Sarebbe stato divertente scoprire qualcosa di più di questi personaggi, soprattutto dei due geometri malvagi e meschini che si muovono nel sottobosco della storia. Ma questa tentazione è pericolosa, rischia di far perdere il focus sulla storia principale. Quindi no, per ora li lasciamo ai loro cammei.

 

Prima di salutarla, mi piacerebbe sapere a cosa sta lavorando adesso.

Adesso non sto lavorando a nulla o meglio sto lavorando alla promozione di questo libro. Chi pubblica in questo periodo sa che ha di fronte a sé un’impresa ardua. L’editoria ha perso in tre anni più del 20% del fatturato e c’è chi dice che non è una questione congiunturale ma strutturale e non si tornerà mai ai livelli pregressi. Certo, l’editoria ha una parte di responsabilità per aver tentato di trasformare i lettori in consumatori e i consumatori davanti alla crisi economica fuggono verso i beni di sussistenza. Per reagire a tutto questo, ho deciso di andare a fare un giro nelle librerie fino al prossimo marzo, a cominciare da quelle indipendenti, andando a trovare librai che cercano sempre nuove idee per trovare nuovi lettori e non consumatori. Questo per scoprire che esistono anche degli esempi positivi a cui ispirarsi, anche in questo periodo.

Ringrazio allora Nicola Lagioia per la sua disponibilità e per aver permesso ai lettori di Sul Romanzo di entrare nel mondo de La ferocia.


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