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La normalità e il suo contrario. “Confessioni di uno zero” di Giovanni Di Iacovo

La normalità e il suo contrario. “Confessioni di uno zero” di Giovanni Di IacovoCantava Venditti: «Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano». Così, dopo sette lunghi anni dalla pubblicazione di Tutti i poveri devono morire le traiettorie artistiche di Giovanni di Iacovo e della casa editrice Castelvecchi si intersecano nuovamente, dando vita a Confessioni di uno zero.

Vienna è una ragazza normale, con un lavoro stabile come segretaria nelle Officine Colantonio (la ditta di famiglia), un fidanzato amorevole e di successo, sindaco di una piccola cittadina dell’Abruzzo, e una famiglia che la ama e farebbe di tutto per vederla felice. Per tale ragione tutti le sono vicini, ora che, uscita dal coma, non ricorda nulla della sua vita prima dell’incidente, come d’altronde non ricorda neppure l’incidente stesso. Così il fidanzato Pietro e la madre Laura, donna che sin dalle prime righe appare calcolatrice e spregiudicata, si impegnano a ricomporre (o, per meglio dire, ricreare) la personalità della protagonista, ricordandole ciò che ama, come gli 883, o ciò che odia, come le sorprese.

Qualcosa però sin da subito non quadra; tutto quanto viene insegnato a Vienna su se stessa non risveglia in lei alcuna emozione o sentimento, non è in grado di far riaffiorare ulteriori ricordi o sensazioni. Tutte le nuove informazioni si fanno così meri dati da inserire nell’hard disk vuoto della sua memoria (così parla Vienna, che dopo l’operazione e la degenza in ospedale ha perso qualsiasi visione spiritualistica del corpo, e lo vede come un supercomputer troppo facile a rompersi). A scombussolare ulteriormente la ragazza si aggiungono poi le visioni, i mal di testa e gli altri effetti collaterali dell’incidente.

 

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La normalità e il suo contrario. “Confessioni di uno zero” di Giovanni Di Iacovo

In mezzo a tanto caos e finzione, in cui nulla appare naturale e il lettore non è in grado di capire cosa sia autentico e cosa no, un giorno una figura losca e sfuggevole (un drogato forse) dà a Vienna dei fogli, pagine di un libro intitolato Il Percome dell’Amore. Confessioni di uno che cià sempre i lupi nel sangue, di Sebastiano Zerolli, che altro non sono che le Confessioni di uno Zero (soprannome di Sebastiano, vuoi per il cognome, vuoi per la sua gracilità, vuoi per il suo aspetto malaticcio) che danno il titolo al romanzo. In queste pagine, scritte a mano, la protagonista troverà una versione del suo passato molto diversa da quella che le hanno insegnato i suoi familiari, e scoprirà una Vienna che ha poco a che vedere con quella che credeva di essere. Allora, assalita dai dubbi, che aumentano esponenzialmente col passare delle pagine lette, non le resterà altro che indagare sul suo passato, cercando di capire qual sia la verità e perché, eventualmente, le persone che credeva l’amassero le stanno mentendo in tale maniera.

 

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Un romanzo curioso quello che si ha fra le mani, dove la narrazione, sorretta da una trama godibile, si scinde e segue due binari distinti; si alternano infatti al racconto di Vienna che cerca di ricostruire la sua storia, le pagine della Confessione di Sebastiano, in cui la protagonista scopre sempre nuovi elementi del suo passato.

Attraverso questo artificio retorico dunque l’autore riesce a dare spessore alla contraddizione su cui si costruisce il libro: quella fra Normalità(parola ripetuta nelle prime pagine in maniera quasi ossessiva) e Anormalità. Mentre infatti nel presente Vienna è costretta a vivere in un mondo molto bourgeois, in cui tutto è apparentemente perfetto, i diari di Sebastiano aprono a un mondo di punk di provincia, di travestiti, ermafroditi, omosessuali, transessuali e travestiti, il tutto condito da mille feticismi e perversioni dove non sono risparmiati i dettagli più espressionistici.

Anche la lingua con cui i diari sono scritti, caratterizzata da una sintassi e una morfologia che ricalcano il parlato più basso e incolto, che grazie all’abbondanza di termini volgari e metafore alquanto peculiari contrasta con lo stile con cui Di Iacovo tratteggia il presente: quel classico italiano standard insipido proprio della classe media, che, seppur ammantato di una patina di regolare precisione, in fin dei conti non sa di niente.

La normalità e il suo contrario. “Confessioni di uno zero” di Giovanni Di Iacovo

Attraverso questo contrasto, reso sempre più perentorio col procedere del racconto, lo scrittore cerca di scardinare il mito borghese di una tranquilla aponia come massima felicità, dando voce a quella componente della società messa ai margini. Così le pagine di Sebastiano altro non sono che l’urlo di una realtà subalterna, esclusa, che tanto più forte grida, quanto più viene ignorata. Quella di Sebastiano è la voce leggermente sgrammaticata di chi vuole gridare, sputare in faccia al mondo dei borghesi, del buoncostume: «Anche se non vi piaccio, io ci sono! Io esisto!»

Di pari passo con la rappresentazione di questo mondo si assiste poi al crollo dell’ideale di tranquillità economica e sociale iconizzato nel personaggio della madre. Col passare delle pagine si scopre infatti come la vita perfetta della famiglia Colantonio non sia affatto tale, ma come a dare una parvenza di normalità ci pensi l’indefesso lavoro di manipolazione e raggiro della signora Laura. Risulta sempre più chiaro, così, usando le parole di Vienna, che «la normalità non è una app nativa o una dotazione standard. La normalità è un esercizio costante, un impegno faticoso.»

 

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Il lettore, per concludere, gettato in medias res in un’inedita Pescara, come Vienna parte all’oscuro di tutto e deve ricostruire da solo le sue coordinate. Ancora insieme a Vienna scopre pezzo per pezzo la verità e cerca di risolvere gli enigmi che man mano si presentano. E infine, come Vienna, deve prendere posizione, scegliere da che parte stare nella lotta fra normale e anormale, fra il falso conformismo e il conturbante, e a volte disturbante, mondo underground; una volta scelto non potrà tornare indietro, bisogna che accetti tutto, gli aspetti positivi come quelli negativi. Dopotutto non ci sono vie di mezzo, come non ce ne sono nel Rock ‘n’ roll.


Per la prima foto, copyright: Greta Schölderle Møller.

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