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“La noia” di Alberto Moravia, l’alienazione nuoce a te e a chi ti circonda

“La noia” di Alberto Moravia, l’alienazione nuoce a te e a chi ti circondaLa noia di Alberto Moravia pone l’attenzione su quegli stati d’insofferenza e d’accidia e quella mancanza di risoluzione che chiunque avrà sperimentato almeno una volta nella vita.

Nei tempi correnti, anzi, questa sembra essere quasi una condizione inevitabile dell’uomo, perché va da sé l’associazione tra tedio e uso/abuso del cellulare, considerando che le stime del 2017 hanno registrato 7,5 miliardi di schede SIM attive nel mondo: un numero superiore persino all’ammontare della popolazione terrestre. Insomma, uno dei fondamenti del nostro mondo industrializzato è la noia, e non è affatto una constatazione fine a se stessa; anzi, essa dimostra come l’indagine condotta da Alberto Moravia su questo stato d’animo nel 1960 sia ancora oggi da considerare un valido metro di paragone per studiare in maniera più approfondita un fenomeno sociale che dal dopoguerra a oggi ha avuto di sicuro numerosi sviluppi, anche peggiorativi, negli svariati ambiti della vita quotidiana. Pertanto, la lettura di questo romanzo, o meglio di questa trattazione romanzata, rivela una fruibilità che oltrepassa il semplice piacere della lettura.

 

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La noia è stato pubblicato da Bompiani nel 1960 ed è subito diventato un best seller tanto per la fama dell’autore italiano antiborghese per eccellenza, quanto per il tema che vi è alla base, innovativo a causa della critica spietata che muove al mondo tecnologico, scientifico e filosofico di quegli anni. Il protagonista è il trentacinquenne Dino, figlio di una ricca signora, che ha lasciato l’abitazione materna – un villone sulla via Appia a Roma – per fuggire dalla condizione borghese e vivere secondo le proprie esigenze in un piccolo appartamento di via Margutta, a pochi passi da Piazza del Popolo.

“La noia” di Alberto Moravia, l’alienazione nuoce a te e a chi ti circonda

La principale e unica occupazione del giovane è la pittura astratta, una realtà scoperta durante gli anni della guerra civile tra fascisti e partigiani e concepita come reazione e rielaborazione costruttiva in risposta alla brutalità del conflitto. Tuttavia, la vicenda ha inizio con una crisi pittorica dell’artista, che, scontento del risultato raggiunto sull’ultima tela, lacera la stessa con un coltello. Il movente, di certo, non è il semplice disgusto verso il suo prodotto: è il rigurgito di una realtà che lui percepisce come distante da sé, con cui non è capace d’intrattenere alcun tipo di rapporto; quindi ne deriva uno stato di inquietudine e sofferenza che egli cerca di espiare cambiando soltanto l’ordine degli addendi, per così dire – il ricorso al linguaggio matematico è molto esplicativo dello stato nevrotico in cui ristagna il protagonista, che pondera con zelo eccessivo ogni sua azione per dimostrare a se stesso di essere cambiato, ma senza avere la forza di farlo realmente.

 

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A questo evento seguono dei tentativi di ritorno a sentimenti puri, quali l’affetto per la madre e l’amore che lo lega a un’adolescente, Cecilia Rinaldi, che alla fine si riveleranno ora ulteriori dimostrazioni di un’incomunicabilità ormai paradigmatica della società italiana alle soglie del miracolo economico, ora degli espedienti per non guardare fino in fondo le proprie reali mancanze. Dino prenderà risoluzioni diverse nei confronti delle donne a lui vicine, ma la sua inettitudine, confermata a puntino nelle varie vicissitudini, lo porterà a una disperazione tale da indurlo a una soluzione estrema e al tempo stesso non definitiva: assalito da pensieri suicidi per porre fine ai propri crucci, Dino si schianta contro un platano con la sua automobile e finisce in ospedale, sempre assistito da un raziocinio compiaciuto di sé: infatti, le risoluzioni del protagonista risultano di continuo ispirate ai soliti propositi di indebolimento di una passione ormai riconosciuta come insana ma finiscono per ripetere con cieca ostinazione la stessa condotta di vita, in cui la sperata catarsi vortica nell’astrattezza di infinite possibilità.

 

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A differenza della produzione moraviana precedente, La noia è composto in prima persona sotto forma di una narrazione retrospettiva condotta dal narratore-personaggio Dino al termine degli eventi raccontati: l’opera sembra costruirsi da sé grazie alle parole del protagonista – è questa la novità del realismo di Moravia –, il quale adotta uno stile argomentativo e narrativo insieme dando l’impressione di raccontare, con rigore scientifico, i propri tormenti da cui in fondo sembra non venire fuori del tutto, al fine di dimostrare l’invincibilità della noia, quella «specie di insufficienza o inadeguatezza o scarsità della realtà».

 

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“La noia” di Alberto Moravia, l’alienazione nuoce a te e a chi ti circonda

Il lessico adoperato è asciutto, oggettivo e puntuale; saggistico insomma, alla pari di un trattato di scienza o di fenomenologia di un dato particolare, vista l’impersonale elencazione di situazioni e comportamenti afferenti al tema che dà il titolo al romanzo. I tentativi di regressione nel ventre materno, l’ostilità al proprio status borghese e alla ricchezza, la gelosia che coglie il trentacinquenne allorché Cecilia si rivela nella sua sostanza essenziale e asettica, quindi inafferrabile agli occhi di Dino, sono tutti episodi rievocati dalle profondità della psiche del narratore e analizzate con grande scrupolosità per lasciare una testimonianza di vita che getta una luce sinistra sugli effetti collaterali della tecnologia e del capitalismo, della freddezza delle nuove scienze esatte, nonché del nominalismo – di cui Cecilia si rivela allegoria, vista l’importanza che attribuisce alle cose in sé e per sé –, e dell’utilitarismo sulla mente dell’artista, storico paladino della sensibilità umana.

 

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Tra le strade, gli appartamenti e i bar di una Roma indefinita perché priva di descrizioni che vadano oltre i concetti di spazialità e ampiezza, si consuma l’avventura di un ozioso cercatore di vita in un mondo in cui i più umani sono ridotti alla follia mentre la massa di giovani e adulti si vive in maniera animalesca e finanche reificata. Si veda come esempio lampante il personaggio di Valérie della novella posta in appendice al romanzo: se la madre di Dino e Cecilia vedono rispettivamente nel denaro e nel sesso l’alimentazione necessaria al sostentamento personale e delle loro relazioni sociali e affettive, Valérie completa l’annullamento di sé trincerandosi in un silenzio che, nonostante i soldi ricevuti e il sesso proposto ma rifiutato per orgoglio, riduce la persona a un sasso, un oggetto inanimato che ignora di essere umano. Sarà questa la sorte che attende anche il nostro mondo, non solo tecnologico e industriale, ma anche virtuale e robotico? Ci sarà una via di fuga dall’alienazione che La noia di Alberto Moravia denuncia con il suo realismo provocatorio?

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