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La nera parete di luce da attraversare, “L’adorazione e la lotta” di Antonio Moresco

La nera parete di luce da attraversare, “L’adorazione e la lotta” di Antonio MorescoAvere a che fare con un libro di Antonio Moresco non è mai semplice. Hai quasi la sensazione che al contatto con le tue dita possa cominciare a bruciare, a divampare (uno dei suoi romanzi è intitolato, per l’appunto, Gli incendiati). Non ci sono vie di mezzo nella sua concezione della letteratura. È una sfida continua, un’immersione senza bombole d’ossigeno nel mare devastante della lotta e della solitudine della creazione letteraria. Perché scrivere è “sfondamento” della normalità, esperienza trascendentale, quasi mistica, che ha a che fare con le pulsioni più profonde dell’uomo. Tale modalità può naturalmente dar adito a recensioni contrastanti, a grandi entusiasmi e ancora più appassionati odi o fastidi (in un’intervista di qualche mese fa Franco Cordelli si sorprendeva che qualcuno ritenesse Moresco un grande scrittore).

Mondadori intanto dà alle stampe una sua raccolta di saggi con un titolo che è già una vera e propria presa d'atto estetica da parte dell'autore: L’adorazione e la lotta. Questi scritti, come dichiara Moresco nell'introduzione al libro, «sono nati da moti di passione, aneliti, bisogni di esplorazione e di svelamento, da insubordinazioni, entusiasmi, disperazioni e urti, da spinte apologetiche e di combattimento ravvicinato, da un sentimento non solo della letteratura ma della vita e del mondo sempre più tragico e aperto, estraneo al gioco di questi anni».

 

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La letteratura per lo scrittore mantovano è quanto di più lontano dall’intrattenimento. È scoperta del male di vivere, del dolore, della solitudine. Ma il dolore non deve mai annientare, far soccombere l'artista, altrimenti si rischia la posa decadente e incapace all'azione e quindi alla lotta che deve sempre tenere “drammaticamente” aperto un altro orizzonte.

La nera parete di luce da attraversare, “L’adorazione e la lotta” di Antonio Moresco

Sarà un caso ma per me una delle sue cose più belle è il pezzo uscito due anni fa su «la Repubblica»che descriveva la serata passata alla Fondazione Bellonci, nel quartiere Parioli di Roma, quando il suo romanzo breve, L’addio, venne escluso dalla cinquina finalista del premio Strega. Nell’articolo Moresco scriveva così rivolgendosi agli altri scrittori: «Non lo sapete che quello della poesia e della letteratura è il più grande e irradiante sogno che sia mai stato sognato?» Era la cronaca dettagliata di un fallimento consumato in mezzo a tutta la parata mondana del più famoso premio letterario italiano (e a fare da cornice al testo c'erano le foto di lui, appartato e imbarazzato, davanti a quella che giudicava la manifestazione di un vuoto vaniloquio). Anche lì la reazione maggiormente diffusa tra gli addetti ai lavori, con un stanco scuotimento delle spalle, fu: “Ma non lo sapeva a cosa andava incontro?”, oppure, “La solita anima bella”.

La vita letteraria di Moresco è stato un continuo “corpo a corpo” (che è anche il titolo di un paragrafo del libro) con l'ambiente editoriale italiano. Prima di essere finalmente pubblicato ha avuto una serie infinita di rifiuti, durata oltre quindici anni, da parte delle case editrici (raccontati dettagliatamente nel libro Lettere a nessuno). Moresco, anche per la sua fisionomia secca e allampanata, sembra così assomigliare a uno dei suoi miti letterari più amati, Don Chisciotte: «tra tutti i personaggi del mondo, questo povero mentecatto è il più lungimirante, il più impegnato, il trascinatore, il fronteggiatore. È il santo patrono degli scrittori. Il nostro comandante. È della stessa pasta di Gesù, del principe Amleto, ma anche di Giobbe, di Van Gogh, della Piccola Fiammiferaia... Se la letteratura è menzogna e può essere solo menzogna, nel cortocircuito di questa menzogna egli fonda qualcosa di così indistinguibile e di così irriducibile a cui sta stretto persino il nome di verità».

La nera parete di luce da attraversare, “L’adorazione e la lotta” di Antonio Moresco

Come l’eroe malinconico di Cervantes non si pone problemi a muovere contro i mulini a vento della nostra società letteraria, rappresentati da termini come “fiction”, “autofiction”, “storytelling”, “grande pubblico”, “moda editoriale” (a tal proposito è interessante il giudizio che lui dà dell’operazione Adelphi con Simenon)… Moresco prende a testimonianza le parole di Virginia Woolf: «Io scriverò quello che mi pare; loro diranno quello che gli pare». Una questione che sta forse finalmente tornando ad animare l’afasica società letteraria italiana, se recentemente su «l’Espresso» la scrittrice Elvira Seminara si scagliava contro gli editor delle case editrici, colpevoli di favorire, di costringere all’uso di una lingua standardizzata e grigia, insapore. Una lingua che non può che tarpare le ali agli “eccentrici”: oggi Gadda, se scrivesse così, non sarebbe pubblicato da nessuno. Sulla stessa lunghezza d’onda è Antonio Moresco il quale nel corso del libro dichiara, secondo me giustamente, che autori come Kafka e Faulkner avrebbero vita molto dura nel tempo presente.

 

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In una recente intervista affermava: «credo che il mio amore vada soprattutto agli scrittori sonnambulici e veggenti, fronteggiatori e sconfinatori, quelli dove espansione romanzesca, poesia e pensiero sono una cosa sola, quelli che non stanno al loro posto, che si abbandonano, rischiano, allargano gli orizzonti, quelli che sfondano gli steccati, le gabbie e le prigioni allestite dai guardiani della letteratura, che fanno il controllo del territorio e difendono lo spirito del tempo».

Uno scrittore, uno scrittore vero, secondo Moresco, deve fare come il cucciolo di lupo descritto da Jack London nel suo Zanna bianca: attraversare quella parete di luce solare che fa da schermo tra il dentro e il fuori della caverna dove sta riparato. Solo nell'esperienza dell'attraversamento di quella parete luminosa chi scrive riesce a trascendere contemporaneamente la realtà e la finzione, donando una vera funzione salvifica alla letteratura: «bisogna ricominciare a vivere la letteratura e la vita nel suo aspetto drammatico e infinitamente avventuroso e rischioso. C'è un diaframma di luce che chiude come una saracinesca la nostra caverna... Costi quello che costi, noi dobbiamo attraversare da parte a parte e sfondare questa nera parete di luce».

 

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Chi ha vissuto questa esperienza deve essere sempre ascoltato, anche quando parla direttamente per bocca del male (Moresco cita come esempio il disturbante Bagatelle per un massacro di Céline, perché lì in quel libro c'è «nello stesso tempo il cuore del Novecento e la pancia e la merda dell'Europa»).

Ne L’adorazione e la lotta troverete tanti scrittori (dalla Dickinson a Melville, da Cervantes a Guimarães Rosa, da Volponi a D’Arrigo, da Bulgakov a Murasaki Shikibu…), pronti ad accecarvi con la luce più pura della letteratura. L'importante è avere il coraggio, la forza di non distogliere mai lo sguardo.


Per la prima foto, copyright: Jake Oates.

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