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La morte prematura del Jobs Act

La morte prematura del Jobs ActGli italiani non se ne sono ancora accorti, ma stiamo celebrando la morte prematura del Jobs Act.

Meno 63 mila occupati e più 7,4 per cento di licenziamenti nel secondo trimestre 2016. Parliamo di numeri che, al Sud, rendono la situazione più nera che mai. Siamo a una frattura esposta, a un’Italia a crescita zero al Nord e in decrescita infelice negli altri territori. Siamo dentro un declino che ha tutte le caratteristiche dell’irreversibilità. Per carità, non è colpa di Renzi o di Poletti. È che in assenza totale di una pianificazione industriale che raccolga il meglio della globalizzazione, l’Italia è tagliata fuori dal consesso produttivo mondiale.

Il cosiddetto Made in Italy ha smesso di fungere da foglia di fico di un sistema che non esiste più. I fantasmi affollano i sogni degli economisti e a nulla valgono ricette come il Quantitative Easing di Draghi.

Su tutto, però, drammaticamente si scaglia la scure della disoccupazione. Si perde lavoro, si perde fiducia, si perde la pazienza. Quando va bene il lavoro tende a scivolare nel grigio, nel nero, inabissandosi dove l’assenza di contratti e diritti fa il paio con il più feroce sfruttamento. Non va infatti dimenticato che l’Italia è seconda in Europa per numero di nuovi schiavi (quasi 130 mila per la Walk Free Foundation), di nuovi sfruttati, di nuovi lavoratori sottoposti a controllo, racket, compravendita.

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Il dato statistico sull’occupazione dovrebbe far riflettere, invece viene taciuto o commentato per rosicchiare qualche consenso dal governo. Il dato è la rivelazione di una condizione lunga, che merita una cura pianificata, per step, che parta dalla trasformazione delle morenti aree industriali (come quella di Taranto, o di Vittoria o di Terni) in organismi viventi, in economie di servizi. Servizi, sì, perché l’Italia ha bisogno di tutela, di trasporti, di scuola, di musei, di cultura… Di una rivoluzione che ribalti quanto avviene nel suo esatto contrario. Questo vuol dire che non ci sarà processualità o gradualità, ma accelerazione in un senso o nell’altro.

 

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Rimarranno sul campo le scorie del passato, che saranno lavate via dalla novità che si affaccia all’orizzonte. Il Jobs Act sarà gettato nel cestino dei rifiuti, perché non ha tenuto conto della reazione a catena messa in moto dalla crisi: la distruzione pezzo dopo pezzo del debole e corrotto capitalismo industriale nazionale. È stato una misura illusoria, involontariamente illusoria. Ora è un capitolo chiuso e improponibile. Può quindi esser celebrato il suo funerale.

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