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"La misura dell'uomo", Leonardo da Vinci raccontato da Marco Malvaldi

"La misura dell'uomo", Leonardo da Vinci raccontato da Marco MalvaldiLa misura dell'uomo (Giunti, 2018) è il nuovo romanzo di Marco Malvaldi, in questa occasione in trasferta da Sellerio, scritto per celebrare l'imminente ricorrenza dei cinquecento anni dalla morte di Leonardo da Vinci, avvenuta il 2 maggio 1519.

La proposta di scrivere un romanzo su Leonardo è stata fatta da Giunti a vari autori un paio d'anni fa, con l'idea di presentare ai lettori un libro diverso dai numerosi saggi e volumi d'arte sull'artista già presenti nel suo catalogo.

Malvaldi, che ha già sperimentato con successo la formula del thriller storico con Odore di chiuso (Sellerio, 2011), il cui protagonista era Pellegrino Artusi, e poi con Buchi nella sabbia (Sellerio, 2015), dove entravano in scena Vittorio Emanuele III, Giacomo Puccini e gli anarchici del primo Novecento, ha aderito con entusiasmo al progetto, trasformando il grande Leonardo in un detective ante litteram.

 

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Siamo nel 1493, nella splendida Milano rinascimentale di Ludovico il Moro – vero signore della città anche se formalmente il titolo di duca spetterebbe al nipote Gian Galeazzo Maria Sforza –, che ha chiamato a corte Leonardo da Vinci, artista ormai famoso in tutta Italia e non solo, affidandogli vari incarichi, tra cui quello di costruire un'enorme statua in bronzo del padre Francesco Sforza, la cui realizzazione presenta però grandi difficoltà tecniche. Una notte, proprio davanti all'ingresso del Castello Sforzesco viene trovato un cadavere: nessuno sa chi sia e il corpo non presenta segni apparenti di morte violenta, ma le circostanze del ritrovamento preoccupano molto Ludovico il Moro, che incarica Leonardo di fare qualche ricerca per lui, indipendentemente dall'indagine ufficiale delle sue guardie. Scopriamo così che ci sono spie che vorrebbero mettere le mani sui preziosi taccuini in cui Leonardo annota le sue osservazioni, falsari che producono finte monete d'oro e bancari preoccupati per la diffusione di insolite lettere di credito, che potrebbero determinare una crisi del giovane sistema di circolazione del denaro che prefigura la nascita delle banche moderne, tutti elementi che mettono a dura prova il genio toscano in cerca della verità.

"La misura dell'uomo", Leonardo da Vinci raccontato da Marco Malvaldi

La misura dell'uomo è una felice combinazione tra romanzo storico e thriller, condita da una buona ricerca linguistica e dalla ben nota ironia di Malvaldi, che si diverte a inserire nella narrazione ritratti irriverenti di personaggi famosi e scanzonate allusioni al tempo presente.

 

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Il romanzo è stato presentato alla stampa nella sede fiorentina di Giunti, cornice perfetta per questo evento poiché si tratta di una splendida villa rinascimentale, appartenuta alla famiglia dei Pazzi e probabile luogo in cui venne ideata la celebre congiura contro i Medici, avvenuta pochi anni prima dei fatti narrati da Malvaldi.

 

Da dove ha cominciato a lavorare a questa storia e che tipo di ricerche ha fatto?

Ho potuto contare su esperti della casa editrice, ho letto biografie e poi i manoscritti di Leonardo, quindi ho cominciato a chiedermi di "quale" Leonardo volessi parlare, perché volevo essere originale. Mi sono reso conto che Leonardo diventa importante nel momento in cui si trasferisce a Milano, perciò ho scelto quest’ambientazione milanese, mentre in partenza la storia doveva svolgersi a Firenze. Spesso però parti con un'idea e poi la cambi studiando e leggendo.

Il tema dei falsari è nato quando ho letto per caso un articolo sulla rivista «Numismatica italiana», in cui si parlava di alcuni tedeschi accusati di falsificare monete ai tempi di Ludovico il Moro, che però erano stati assolti da lui dopo che li aveva ascoltati: mi ha colpito il fatto che Ludovico il Moro ascoltasse i suoi cittadini, ai quali concedeva spesso udienza. La cosa divertente dello scrivere un libro di questo genere è che finisci per imparare un sacco di cose nuove, anche se poi non riesci a inserirle tutte nella narrazione.

 

Lei è soprattutto un giallista: la figura di Leonardo può avere qualcosa in comune con quella di un detective moderno?

Secondo me, sì. Leonardo era un autodidatta e aveva imparato molto dalle sue osservazioni del mondo circostante, procedendo spesso per prova ed errore: formulava delle ipotesi e le verificava sul campo. Non era uno scienziato sperimentale come Galileo, ma era in grado di capire se una teoria poteva funzionare o no. Gli mancava la base matematica, ma aveva capito che la natura non mente mai: se non capisci un fenomeno naturale è solo perché sei tu che non hai saputo leggerlo bene.

Oggi viviamo in un mondo in cui circolano con facilità notizie false che sembrano vere. Sarebbe bene imparare a leggere un documento e saperne trovare la fonte, come si fa in filologia, poi appurarne la coerenza, ma in epoca rinascimentale era altrettanto complesso separare le notizie vere da quelle false, considerando anche i diversi tempi di diffusione.

 

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È stato facile o meno dare voce a un personaggio come Leonardo?

Attribuire pensieri e parole a Leonardo è una cosa che si può fare solo con un certo grado di protervia, oppure decidendo di non prendersi troppo sul serio. Leggendo gli scritti di Leonardo, però, si scopre che lui stesso non si prendeva sul serio e inventava scherzi da intrattenitore, come gli indovinelli, perciò ho seguito questa strada.

Dei vari Leonardo che ho trovato nella cinematografia, del resto, il primo a venirmi in mente è il genio distratto che appare nel film Non ci resta che piangere, poi quello che nel cartone animatoMister Peabody e Sherman litiga con la Gioconda perché non sa sorridere.

Ho pensato soprattutto alla distanza enorme che doveva esserci tra l'uomo Leonardo e il modo in cui doveva comportarsi alla corte di Ludovico il Moro nel 1493: il modo di interagire con le persone, le formalità da seguire, dovevano essere faccende complicatissime. Pensate solo al fatto che la consumazione dei matrimoni principeschi doveva avvenire alla presenza di testimoni! Il mio Leonardo doveva fare i conti con questa realtà, per cui necessitava anche di uno spazio privato, in cui tirare un po' il fiato, che ho cercato di raccontare.

L'altra cosa bella di Leonardo è la sua capacità di separare ciò che sapeva da ciò che non sapeva, mentre oggi siamo spesso convinti di sapere tutto, perché abbiamo accesso a enormi quantità di informazioni: lui cercava di espandere le sue conoscenze, ma restando ben conscio dei propri limiti.

 

Come ha lavorato sul linguaggio, visto che non c'è solo Rinascimento ma anche molta contemporaneità, come gli accenni alle ruspe o ai SUV, cosa che rischia di rompere l'incanto del lettore immerso nel mondo passato?

Mi sono sempre piaciuti gli anacronismi: gli accenni alla contemporaneità sono semplicemente divertenti, però hanno anche la funzione di ricordarti sempre che leggere è un'operazione attiva. Per ognuno di noi il libro è diverso e una parola come "ruspa" può provocare associazioni differenti. Leggendo mettiamo il nostro mondo nel romanzo, colleghiamo i personaggi alle persone reali che conosciamo, ricordiamo sensazioni già provate, perciò i richiami alla contemporaneità servono a facilitare questa operazione.

 

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Anche l'ironia che abbonda nel romanzo aiuta questo processo di identificazione?

Certo! Mi sono divertito a immaginare, per esempio, i dialoghi tra Leonardo e la madre su quelli che potevano essere i problemi quotidiani dell'epoca.

Sono poi stato aiutato molto dal linguista Luca Baldassarri per quanto riguarda la riscrittura delle lettere dell'ambasciatore Giacomo Trotti, che ho dovuto adattare alla storia. Un conto è capire le lettere e un altro riscriverle nel modo più simile possibile, evitando gli anacronismi, come l'uso di parole che all'epoca non esistevano ancora: quando ho parlato di un "acrobata" mi è stato fatto notare che è una parola ottocentesca, che Leonardo non poteva quindi conoscere e andava sostituita con "giocoliere".

 

Quanto tempo ha richiesto la stesura del romanzo?

Ci ho pensato per circa un anno e mezzo, ma quando ho iniziato a scriverlo ho impiegato circa tre mesi, perché l'avevo già bene in mente.

"La misura dell'uomo", Leonardo da Vinci raccontato da Marco Malvaldi

La figura di Ludovico il Moro che abbiamo conosciuto nei libri di scuola aveva delle caratteristiche negative, perché era visto come colui che aveva consegnato l'Italia agli stranieri. Lei che idea se ne è fatta? Che Italia si è trovato davanti studiando quell'epoca?

Per certi versi un'Italia simile a quella di oggi. I libri di storia su cui abbiamo studiato partivano dai cronisti dell'epoca, come Guicciardini o Machiavelli: all'epoca le alleanze tra Stati erano molto fluide, mutavano con facilità e rapidità, venivano giudicate a posteriori ma non sempre erano cristalline. Si cominciava poi a vedere un uso creativo della finanza, che facilitava i commerci ma rendeva il denaro meno solido. L'attività bancaria era costituita soprattutto da prestiti a livello di strozzinaggio, con interessi altissimi. C'erano quindi anche i primi fallimenti e crack finanziari.

Scrivere un romanzo storico significa sempre scrivere anche sulla contemporaneità, perché si parla del rapporto tra cittadini e potere economico, esecutivo o giudiziario, e inevitabilmente certi rapporti non cambiano mai, anche se cambiano i mezzi usati per risolvere i problemi. Le categorie che creano i problemi non cambiano mai.

 

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Quanto si è divertito a descrivere i rapporti coniugali tra Ludovico il Moro e sua moglie, uno dei punti più divertenti del romanzo?

Abbastanza. All'epoca gli uomini potevano fare quello che volevano finché non si sposavano, ma dopo, col matrimonio, era necessario mantenere un certo decoro, senza mettere in piazza amanti e tradimenti: questi, nel caso delle unioni tra potenti, avrebbero potuto mettere in crisi anche i rapporti diplomatici.

 

C'è un personaggio di questo romanzo che vorrebbe studiare di più e magari usare ancora?

L'ambasciatore Trotti, che offre molte possibilità: è un ignorante sapiente, che viene mandato in posti di cui ignora tutto ma impara a osservarli e a mandare resoconti precisi su di essi. All'epoca un ambasciatore rischiava anche la vita per trasmettere le notizie al suo signore.

 

Ha detto subito di sì alla proposta dell'editore? Aveva mai pensato di scrivere un romanzo su Leonardo?

D'istinto avrei detto subito di sì, ma mi sono consultato con altre persone prima di accettare, e comunque sarebbe stato da stupidi rifiutare.

Ho scritto romanzi storici, ma non su personaggi di primissimo piano, per cui non avevo mai pensato a Leonardo come protagonista di una storia. Tendo a tenere un basso profilo dei personaggi di cui parlo, per cui non credo che ci avrei mai pensato.

 

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Le piacerebbe che questo libro fosse letto nelle scuole?

Nelle scuole vado sempre volentieri, perciò mi piacerebbe che questo romanzo suscitasse curiosità e voglia di conoscere meglio un periodo che è visto spesso in modo un po' troppo glorioso.

 

Come è stato lavorare su commissione?

Non è stata la prima volta, mi è capitato anche scrivendo dei saggi o altro. Da un lato è meglio, perché hai un punto di partenza sicuro, che funge da stimolo e può essere divertente. E poi la commissione era molto larga, avevo la massima libertà. Tra l'altro la casa editrice mi ha fornito anche le competenze necessarie a lavorare meglio: testi da consultare ed esperti a disposizione. Poi, in realtà si lavora quasi sempre su commissione, perché spesso hai come limite il tempo che ti danno per la consengna di un nuovo romanzo. Qui i tempi sono stati molto larghi.


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Per la prima foto, copyright: Eric TERRADE.

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