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La Milano omofoba de “Il caso Kellan”. Intervista a Franco Vanni

La Milano omofoba de “Il caso Kellan”. Intervista a Franco VanniIn una Milano omofoba e sommersa dalla neve è ambientato il nuovo avvincente romanzo di Franco Vanni, Il caso Kellan, edito da Baldini+Castoldi. Dopo il bell’esordio nel 2015 con Il clima idea, Vanni, classe 1982, cronista giudiziario a «la Repubblica», torna a raccontare con un giallo la città meneghina, intenta a nascondere sotto il tappeto i propri peccati. Protagonista del romanzo è Steno Molteni, un giornalista di ventisei anni che scrive per il settimanale di cronaca nera «La Notte». Vive a Milano nella stanza 301 dell’Albergo Villa Garibaldi, dove la sera lavora come barman. Guida una vecchia Maserati Ghibli del ‘70. Un giorno, poi, l’amico Scimmia, poliziotto della Squadra Mobile, lo informa che Kellan Armstrong, figlio diciannovenne del console americano, è stato ucciso in circostanze misteriose. La scena del delitto è quella dell’ambiente gay. Steno e Scimmia cominciano ad indagare.

 

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Partiamo da lontano.Come è arrivato a scrivere per «la Repubblica»? So che dietro c’è una bella storia.

Quando avevo 19 anni facevo il barista e ho cominciato a scrivere per «City», una freepress di Milano che non esiste più. Poi ho fatto la scuola di giornalismo e uno stage a «la Repubblica». Mi occupavo della vita notturna, discoteche e bar. Ho intervistato alle 5.00 del mattino Berlusconi davanti a una discoteca, un’intervista di tre ore che mi ha avvantaggiato molto in seguito.

 

Com’è nato Il caso Kellan?

Quattro anni fa mi chiamò un ragazzo, mi mandò le sue fotografie, col volto tumefatto, e mi disse che era stato picchiato di notte in un luogo di incontri. “Aggressioni come quella che ho subito io ce ne sono decine ogni anno e non vengono denunciate”, mi disse. Trovai la questione di eccezionale gravità. L’idea ha continuato a frullarmi nella testa finché non è diventata la base per la trama del romanzo.

La Milano omofoba de “Il caso Kellan”. Intervista a Franco Vanni

Sullo sfondo, c’è una Milano sommersa dalla neve.

Nel 1985, quando avevo tre anni, nevicò tanto che andai a scuola trascinato dai miei sul bob. Nevicò per cinque giorni. Tutto ciò è finito nel libro.

 

Parliamo di Steno, un personaggio capace di entrare subito in sintonia con il lettore.

Volevo creare un supereroe moderno che racchiudesse in sé tutti personaggi che mi sono piaciuti di più, come il Dylan Dog di Tiziano Sclavi, che vive da solo e si sveglia ogni mattina con a fianco una donna diversa, il Guido Guerrieri di Gianrico Carofiglio, che tanto piace alle donne, e Batman e la sua batmobile (come Steno e la sua Maserati Ghibli del ‘70).

 

Steno abita in un albergo. Una scelta affascinante ma anche ricca di significati.

Spesso si dice: “Questa casa è un albergo”. Bene, per Steno l’albergo è una casa. L’albergo è una metafora della giovinezza, perché, proprio come la giovinezza, è destinato a lasciare il suo posto ad altro.

La Milano omofoba de “Il caso Kellan”. Intervista a Franco Vanni

I giornalisti credono a tutto, scrive a un certo punto.

Come sa, lavoro in cronaca giudiziaria. Faccio il cronista e ho imparato che tutto quello che dicono le fonti qualificate va preso in considerazione. Tutto quello che c’è negli atti, da quello che dice il pubblico ministero a quello che dice l’avvocato difensore, va tenuto in conto, anche se non ci si fida e non ci piace. Questo espone - è inevitabile - a rischio di falsificazione e di errore. Poi ci sono i casi in cui il giornalista propone una visione differente dei fatti, ma sono situazioni eccezionali: sono rare le sentenze che la stampa non ha accettato. Normalmente non è possibile prescindere dalle fonti qualificate.

 

Il tema forte del romanzo è quello della discriminazione dell’omosessualità.

È un problema vergognoso e fuori dal tempo. Qualche settimana fa ho scritto della condanna di una gang di minorenni italianifino a 5 anni di carcere in primo grado perché avevano menato una coppia gay davanti alla discoteca Karma. Che lo faccia un minorenne mi sembra gravissimo ed è il segno che c’è ancora molto da fare.

 

Quali sono i suoi riferimenti letterari?

Lansdale, e non è un caso che la ragazza di Steno, una bella fotografa di origini eritree, si chiami “Sabine”, che non è un nome francese ma texano. Poi devo almeno nominare Scerbanenco, Gianrico Carofiglio e Gianluca Ferraris. Trovo Gabriele Sarfatti di Piombo su Milano davvero un bel personaggio. Fuori dal genere, uno fra tutti è Buzzati.

 

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Il distacco tra il suo primo romanzo, Il clima ideale, e il secondo è netto. Come lo ha vissuto?

Nel primo romanzo ho messo tutto quello che mi piace, proprio come un bambino di tre anni, quando fa la valigia, non mette solo quello che serve ma quello che gli piace. Il primo romanzo è isolato solitamente nella biografia di un autore. Basti pensare al percorso di Nicola Lagioia: il suo primo romanzo, Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (minimum fax, 2001), è molto diverso dall’ultimo, La ferocia (Einaudi 2014). Nel mio esordio ho messo tanti elementi autobiografici, i viaggi in moto, i Balcani e la Formula 1.

 

Come ha vissuto il cambio di editore e il lavoro con Baldini+Castoldi?

Sono uno che si affeziona molto alle persone e molto mi sono affezionato a Lillo Garlisi e Veronica Bonalumi di Laurana Editore. A Baldini+Castoldi, poi, ho conosciuto Filippo Vannuccini, che è una persona eccezionale, e ho avuto l’eccezionale occasione di lavorare con Alberto Rollo. Rollo interviene direttamente sul testo, fa dei cambiamenti discreti, singole parole che danno luce alla pagina. Riusciva sempre a trovare la parola giusta, quella che io avrei voluto trovare, cosicché la sua proposta si è rivelata più vicina al mio pensiero di quello che avevo scritto io. È un fuoriclasse.

 

Torniamo, per chiudere, al romanzo. A emergere, grazie al racconto della famiglia della vittima e della loro reazione alla notizia della morte del ragazzo, è la persistenza del senso del decoro, tanto criticato ma mai abbandonato.

Il personaggio della madre di Kellan è il più profondo psicologicamente. Con lei volevo rappresentare la capacità femminile di salvare il salvabile, anche in situazioni drammatiche. La trovo una qualità importantissima. Ha perso un figlio e l’unica cosa che le resta da salvare sono le apparenze. Su questa dinamica, a cui tenevo molto, ho fatto un grande lavoro. In fondo, anche se non esistono più le classi sociali, esiste un mondo benestante e decoroso in cui l’immagine pubblica è un valore. L’onorabilità può essere di conforto.


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Per la prima foto, copyright: asoggetti.

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