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“La mafia mi rende nervoso”, ironica decostruzione del mito di Cosa Nostra

“La mafia mi rende nervoso”, ironica decostruzione del mito di Cosa NostraNasce per protesta questo intelligente e divertito romanzo di Isidoro Meli. La mafia mi rende nervoso, Frassinelli, è un tentativo narrativamente riuscito di andare oltre alcuni miti e cliché implicati nelle narrazioni che gravitano intorno alla mafia. Del resto, come scrive l’autore:

«Chiudete gli occhi, ripetete ad alta voce la parola "mafia", e ditemi qual è la prima immagine che vi viene in mente [...]. Le immagini che ci vengono in mente sono tutte espressioni del mito. I miti sono fasulli. E non sono mai duraturi. Nascondono la verità, e quando crollano la portano via con sé».

 

Abbiamo avuto il piacere di chiacchierare con lui e con altri blogger durante un incontro di presentazione del romanzo, uscito quasi due mesi fa e con ottimi risultati, come ci racconta Giovanni Francesi, responsabile editoriale di Frassinelli. Segno di un lavoro portato avanti nella giusta direzione. Perché, precisa, la casa editrice esce con circa 20 titoli italiani ogni anno – dunque il criterio deve essere «un libro tecnicamente perfetto: ossia, una trama che funziona e uno stile risolto e adatto a quella trama. E nel caso di La mafia mi rende nervoso, il tema della mafia viene affrontato dal punto di vista di chi le cose le vive. Non siamo più davanti alla sua rappresentazione mediatica. Con Isidoro si legge come la mafia viene percepita da dentro. Cercavo un parallelo letterario di Zerocalcare, per fare un nome. E Isidoro Meli ha capacità di mettere insieme riferimenti, registri linguistici e narrativi diversi. C’è una stratificazione culturale in questo autore che non è quella “classica” dell’intellettuale italiano. Tutto questo va poi associato a una grande capacità di aprire squarci di lirismo».

La mafia mi rende nervoso ha una trama per certi versi rocambolesca. Racconta di Tommaso, ragazzo muto e da tutti considerato analfabeta, che per vivere fa il portapizzini per la mafia. Suo padre è stato orribilmente ucciso, e il fratello è un abile spacciatore con la fissa dei videogame e dei cosplayer. Tommaso ha un amore: Betsy tossica, un’eroinomane ruvida e selvatica, con la quale fa sesso ogni volta che può. In realtà Tommaso ha prodigiosamente imparato da solo a leggere e un bel giorno, preso da un impulso, apre un pizzino e lo legge. Non si limiterà a questo, ma cambierà diversi testi, nel tempo, per vedere che cosa può succedere. Inoltre, è fermamente intenzionato a scoprire chi abbia ucciso suo padre. Tutto questo è narrato dalla voce di Vittorio Mazzola, disilluso osservatore dell’intera vicenda e di questo mondo profondamente grottesco, senza speranze. Con un prologo e un epilogo ricchi di riferimenti e riflessioni, prova a dare anche una cornice teorica al tema e al racconto. Ma, precisa Isidoro Meli: «La voce narrante ha delle parti di me molto estremizzate. Io non sono così cinico, almeno, il più delle volte».

 

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“La mafia mi rende nervoso”, ironica decostruzione del mito di Cosa Nostra

Il romanzo ha una genesi travagliata, ci spiega Meli: «È stato rivisto più volte. Una prima stesura è stata veloce, tre mesi. Poi, un anno dopo l’ho ripreso e sistemato. Quando ho deciso di scriverlo, stavo leggendo un libro sulla mafia vista come organismo efficiente, spietato, composto di “eroi” cattivissimi. Volevo reagire a tutto questo, anche perché vengo da un posto, Palermo, che è fortemente ipocrita su certi temi. Ad esempio, Falcone e Borsellino: la città ha finto di averli amati, compresi e seguiti. Non è stato così, prima della loro morte. Volevo scrivere una cosa diversa. Ricordo che nel libro si parlava della genialità di questa mafia che usa pizzini per comunicare. A me sembrava un metodo da banda di cialtroni. Perciò ho pensato di scrivere una pièce à la Plauto, una commedia degli equivoci con scambio di pizzini. Ma non avevo mai scritto per teatro, avevo un altro libro in corsa e volevo scrivere questa storia rapidamente. Insomma, la genesi di La mafia mi rende nervoso è uno sfogo».

La struttura però è complessa. C’è un narratore che racconta la storia di un altro. Una storia che si snoda fra noir e farsa…

«La struttura è andata sviluppandosi molto rapidamente, per step successivi. La voce narrante è un riferimento piuttosto esplicito a Vonnegut, in particolare a quello di Ghiaccio 9. Mi sembrava un modo efficace di dimostrare i paradossi delle narrazioni classiche sulla mafia. Insomma, la mafia non come insieme organico e spietato ed efficiente, ma come mondo parallelo a quello degli apparati statali. Qualcosa che non funziona affatto, preso da incrostazioni, difficoltà, sindacati paralizzati con sacche di lassismo. A poco a poco la storia si è andata a comporre».

Isidoro ci racconta del suo rapporto con Palermo che nel romanzo non fa semplicemente da sfondo. Luogo sinistro, con scorci di dolenti, pieni di storture. «Ho un rapporto molto complicato con Palermo. È amore e odio. Una città unica nel panorama italiano. C’è chi l’associa a Napoli, che è una città che conosco bene, e per questo motivo non sono d’accordo. Napoli è brulicante, Palermo no. Lo è solo in apparenza. C’è una specie di decomposizione, come se fosse un organismo in disfacimento. Napoli, un po’ come Catania: è una città che punta al denaro, Palermo no. Se non ricordo male è una cosa che diceva il più grande scrittore siciliano della seconda metà del ‘900, cioè Giuseppe Fava: a Catania cercano il potere per arrivare al denaro, viceversa a Palermo cercano il denaro per arrivare al potere. Nella gestione e relazione con il potere, Palermo è la città più simile a Roma che ci sia in Italia: è la sede della potentissima Assemblea Regionale, il che fa la differenza in una regione a statuto speciale. L’economia di Palermo si basa su questo, sulla presenza della regione e sui dipendenti pubblici. In questo, ad esempio, è molto diversa da Catania che è una città di commercio. A livello demografico, Catania è la metà di Palermo, ma è molto più libera».

 

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Eppure, anche Palermo, a prima vista sembra vivacissima dal punto di vista culturale: «Negli anni Novanta Catania veniva considerata la Seattle italiana, perché a livello mainstream c’erano la Consoli e Benvenuti, e a livello indie c’erano gli Uzeda e altri, a Palermo c’erano esperienze allo stesso livello, se non migliori. Ad esempio, gli Air Fish, uno dei migliori gruppi della scena italiana degli ultimi trent’anni. Lo stesso vale per gli scrittori. Le cose ci sono, ma non escono dalla città. Palermo è un circolo chiuso: una città di un milione di abitanti in cui i ceti sociali non si parlano. Quindi è un paese di mille persone. Io, che vengo dalla media borghesia, conosco tutti. È una città in cui conta di più da dove vieni che dove sei diretto, dove andrai».

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In La mafia mi rende nervoso ci sono molti elementi che fanno pensare alle modalità narrative del fumetto. «Un mio fondamentale riferimento letterario è il mondo dei manga. Ad esempio, Hazuki Hagiwara, di Bastard e Rumiko Takashi, autrice di Lamù: se uno approfondisce quello che fa c’è un lavoro letterario profondo. Lei fa in Lamù un’operazione simile a quella che potrebbe fare qualcuno che prendesse a prestito tutti i santi del cattolicesimo, rendendoli personaggi stereotipati, macchiettistici e che si detestano fra di loro. Lei lo fa con gli dei e gli spiriti della tradizione buddista. Questa creazione di situazioni di narrazione collettiva in cui non c’è un protagonista preciso per me è importante. D’altra parte c’è anche l’autore di Bastard: che gioca con la censura e il perbenismo. Incentra tutto su un personaggio che si prende gioco del suo essere spregevole e cattivo, diventando sempre più spregevole e cattivo. Inoltre ci sono alcuni riferimenti cinematografici, uno su tutti, la 25° ora (in particolare il monologo finale, ma con meno senso della redenzione)».

E come nasce il personaggio di Tommaso? «Da un lato, volevo creare un personaggio fondamentalmente buono, che si trovasse a confrontarsi con un mondo malvagio. E che avesse uno sguardo su questo mondo. Il fatto che fosse muto non è per niente legato all’omertà, non c’è un simbolismo in questo senso. Ma il mutismo mi serviva a livello funzionale, anche per l’aspetto degli “equivoci”. Non potendo parlare e scrivere, è considerato da tutti un imbecille, uno che non crea problemi. È un personaggio ai margini e quindi può osservare la realtà di cui fa parte in modo più critico. Ha il tipo di funziona del foul: il giullare che racconta la verità dal di fuori, le storture più evidenti di un sistema, con la libertà di chi ne è fuori. Questa è l’idea iniziale».

 

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“La mafia mi rende nervoso”, ironica decostruzione del mito di Cosa Nostra

Nel laboratorio dello scrittore: scopriamo che Isidoro Meli scrive a mano o con una macchina da scrivere. «Di solito la mia prima stesura di un lavoro, per me, è “fisica”. Poi le stesure successive sono al pc. La fisicità di quello che viene fatto, per me è molto importante. Una volta un amico lo pose come problema metafisico: l’opera d’arte deve avere una sua fisicità, perché poi il resto è conversione. E poi scrivere a mano o a macchina crea una forma di sana autocensura. Siccome è faticoso, ci pensi due volte prima di scrivere. Infine c’è una questione pratica: se sono indeciso fra due soluzioni in un periodo, ne ho l’immediata visualizzazione».

Parliamo dei personaggi femminili, sono appena tratteggiati e sono solo tre... «Sì, e uno ha rischiato più volte di saltare! Diciamo che questa storia è la storia di Tommaso, raccontata da un narratore maschile. Penso che questo abbia una certa influenza nella costruzione dei personaggi e dello sguardo sui personaggi. Ma ogni scelta è in funzione di una precisa storia. La cosa che sto scrivendo ora è ambientata nell’Ottocento e la protagonista sarà una donna».

Insomma, ci chiediamo se a La mafia mi rende nervoso servisse un tipo di atmosfera da western urbano “maschile”. «Forse, anche se il grande Sam Raimi ha girato Pronti a morire, spazzando via ogni pregiudizio di genere sul western: Sharon Stone, lì, è protagonista assoluta».


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