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“La macchia umana” di Philip Roth, una nuova “Iliade” negli USA di fine Novecento

“La macchia umana” di Philip Roth, una nuova “Iliade” negli USA di fine NovecentoNel 2000 Philip Roth porta a termine la trilogia sull’ombra riflessa dalla società americana durante il secondo dopoguerra: Pastorale americana (1997) mostra esplicitamente le storture dei valori degli Stati Uniti durante la guerra del Vietnam; Ho sposato un comunista (1998) inscena in un dramma privato il clima di sospetto degli anni del maccartismo; La macchia umana (2000, pubblicato in Italia da Einaudi nella traduzione di V. Mantovani) prende dalla storia più recente il sexgate per dimostrare la resistenza dell’ancestrale bestialità umana anche nella civiltà attuale e sferrare l’ultimo colpo all’ipocrisia degli Stati Uniti.

Siamo ad Athena, una cittadina del New England, nel 1998: lo scandalo sessuale del presidente Clinton e le accuse di razzismo prima e depravazione poi mosse contro il professore universitario di lettere classiche Coleman Silk scuotono l’opinione pubblica del Paese per la minaccia dell’etica statunitense. La prerogativa del popolo è quella di allontanare i due imputati dalla comunità senza remissione di peccati: in ciò è evidente l’intento dell’autore di allacciare avvenimenti pubblici e privati per dimostrare l’integrità di un Paese che tuttavia si macchia di un’ipocrita incoerenza nel momento in cui assolve il personaggio pubblico mentre manda al patibolo il comune cittadino. Coleman, in seguito alla morte della moglie Iris a causa del dispendioso impegno con cui ha difeso il proprio coniuge dalle prime accuse rivoltegli, rassegna le dimissioni e si ritira sul colle più alto della città: inizialmente per scrivere un libro, Spettri, che è insieme un’apologia a se stesso e un’invettiva contro il College, e successivamente per godersi la terza età all’insegna di un ozio che smussa la sua austerità e gli permette di vivere pienamente libero gli ultimi giorni della sua vita. La principale fonte di piacere che trae dall’abbandono della vita associata è il sesso con Faunia Farley, la donna delle pulizie del College, di trentaquattro anni: nel loro rapporto crudo e senza illusioni, nella loro reciproca conoscenza che si rivela un’espiazione dei propri peccati, nel loro audace abbandono delle briglie tese con cui avevano condotto sino ad allora le proprie esistenze per evitare di compromettersi con un mondo a essi ostile, Coleman e Faunia ritrovano una possibilità di riconciliazione con se stessi e di conseguenza con il mondo. Ma ciò non basta per frenare il ciclo di odio innescato dalle loro azioni pregresse: a stroncare le loro vite è, infatti, oltre al «virtuismo» americano, l’ira indotta a Les Farley, l’ex marito di Faunia reduce dal Vietnam e affetto da DSPT (Disturbo da stress post-traumatico), e a Delphine Roux, la professoressa di francese dell’Athena College, inseriti nel circuito di segreti e traumi della coppia: Les uccide i due amanti per vendicare i suoi due figli, morti per una fuga di gas a cui Faunia non aveva prestato attenzione, mentre Delphine rincara la dose tacciando il docente appena morto di pazzia e depravazione per vendicare l’ego e l’onore feriti dalla sua autorità.

 

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L’intreccio si chiude con i funerali della coppia, ma su di essa grava l’ombra dell’infamia perché all’opinione pubblica viene proposta una versione distorta della vicenda: la relazione, nata e coltivata spontaneamente con il consenso di entrambi gli amanti, viene riletta e interpretata da voci anonime – in cui si riconosce lo spirito americano – come una manifestazione del delirio di Coleman, che avrebbe avviato una relazione impari con una donna semianalfabeta, concepita come una bassa riproduzione della comunità accademica per cui lei lavorava, al fine di dimostrare la sua superiorità su quel mondo che ha ferito il suo orgoglio, e avrebbe compiuto un atto di omicidio-suicidio mentre lei consumava un rapporto orale con lui per sublimare la sua vendetta. L’unico spiraglio di riscatto è offerto dall’attività investigativa dello scrittore Nathan Zuckerman, amico e confidente di Coleman, che intende risalire alla verità dei fatti attraverso la composizione del romanzo sulla vita del professore – lo stesso che il lettore si ritrova a leggere –, svelata integralmente dalla sorella di lui, Ernestine.

“La macchia umana” di Philip Roth, una nuova “Iliade” negli USA di fine Novecento

L’opera si presenta come un discorso sulla casualità dell’esistenza e sull’inevitabilità del destino, di cui è testimonianza la vita di Coleman Silk. Il personaggio si configura sin dai primi avvenimenti della sua vita come un titano: è dotato di intelligenza e forza fisica straordinarie che gli permettono di conseguire successi notevoli e una carriera brillante, ma allo stesso tempo soffre i limiti imposti dalla propria condizione di mezzità, giacché proviene da una famiglia di colore ma ha un colorito pallido. Dopo aver subito numerose umiliazioni da nero dichiarato, culminanti nell’abbandono da parte di Steena, la ragazza che avrebbe voluto sposare, e nella violenza subita in un bordello, nel 1953 abbraccia definitivamente la libertà reclamata dall’io: una volta vagliate positivamente le esperienze in cui si è finto un bianco durante l’arruolamento in marina nella seconda guerra mondiale e la frequenza della New York University – scelta in luogo della Howard University, un college per neri –, Coleman recide qualsiasi contatto con le proprie origini nel simbolico rinnegamento della madre e ricostruisce per intero la propria vita. Il nero celato nella sua pelle viene ridotto a un tenue colorito che è segno del popolo ebraico a cui egli afferma di appartenere, e il suo passato è cancellato dall’ombra della morte in cui riconduce i suoi fittizi genitori bianchi. Durante la costruzione della sua carriera e della sua famiglia il professore non fa che attenersi a questo disegno, ed è paradossale il momento in cui nel 1996, giunto a settant’anni, viene accusato di razzismo per aver chiamato in un’America ormai tollerante e liberale due studenti di colore spooks, il cui senso canonico sta per “spettro”, “fantasma”, lo stesso a cui il docente fa riferimento nel momento in cui rimarca le iterate assenze di due studenti mai visti nelle sue lezioni, mentre il senso corrente all’epoca dei fatti narrati vale anche per “negro”. Ne nasce un caso che porta gran parte del corpo insegnanti a prendere le distanze dal rispettabile professore soprattutto per vendicare la rivoluzione da lui condotta durante i precedenti anni della sua presidenza; e a esso corrisponde l’ira funesta del protagonista, spropositata per la circostanza perché riesuma un fondo rimosso e dimostra la forza del caso, eluso sino ad allora da un rigido autocontrollo. All’iniziale delirio che induce Coleman a rivolgersi a Nathan per testimoniare la propria innocenza segue la calcolata prudenza assunta negli anni della maturità, che lo porta ad allontanarsi velocemente dall’amico appena trovato per timore di compromettersi, ma la componente irrazionale ormai in circolo trova espressione nel sesso più carnale con una donna che come lui ha raschiato a mani nude la vita ma è stata annientata dal destino: questo gli permette di aprirsi senza freni e rivelare la sua vera identità alla sua complice, ricomponendo l’io scisso in passato dalla propria volontà. Ciononostante, la trasformazione graduale del suo risentimento verso la comunità in una completa indifferenza non arresta il ciclo di ritorsioni già attivo da tempo, alimentato anche dall’infausta relazione che attira la gelosia di Les: infatti, le forze primordiali di ogni personaggio entrano in collisione tra loro, portando alla morte di quegli amanti che la tyche ha capovolto da carnefici a vittime per essersi sottratti ai valori opportunistici e violenti della società americana. In questo modo, si realizza il disegno tracciato da quel destino che domina le sorti umane sin dai tempi in cui è ambientata l’Iliade, «il libro preferito di Coleman sullo spirito barbaro dell’uomo dove ogni delitto ha il suo carattere e ogni strage è più efferata di quella precedente»; a estraniarsi dal circuito di odio riescono solo quanti sono sempre rimasti fedeli a se stessi e convivono serenamente con la propria macchia, come testimoniato da Nathan ed Ernestine: lui ha sempre rivolto l’orecchio a ciò che il suo animo ha richiesto, dall’isolamento dovuto alle disfunzioni del suo apparato riproduttore allo scavo nella vita di Coleman per rispondere al richiamo dell’«impegolarsi nella vita»; lei ha dimostrato lealtà e rispetto per Coleman coltivando il rapporto con lui a distanza.

“La macchia umana” di Philip Roth, una nuova “Iliade” negli USA di fine Novecento

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Il profondo contenuto dell’opera è articolato in cinque parti, ognuna provvista di un titolo che ne sintetizza il senso nel giro di una frase o di un sintagma, e si modella sull’armonizzazione dei monologhi dei personaggi, incentrati sulle vicende personali che richiamano puntualmente l’intera architettura del romanzo. La voce narrante è affidata a Nathan, alter ego di Roth, che predilige l’indiretto libero nella narrazione. Sono frequenti i bruschi passaggi dalla terza alla prima persona singolare, che simulano lo scavo nell’interiorità dei personaggi compiuto per raggiungere il fine del suo libro: raccontare da nuovo Omero gli effetti dell’ira. Lo stile si compone di termini colloquiali e volgari con finalità espressionistiche e lirismi che mimano la vitalità interiore dei personaggi; l’andamento del discorso presenta numerosi rallentamenti narrativi per scavare a fondo l’anima dei personaggi e per suscitare effetti di suspence: ciò è evidente nel finale, in cui le iterazioni di espressioni e situazioni creano un’atmosfera di attesa che si stempera in un’inaspettata sospensione comunicata dalla quiete del paesaggio glaciale in cui è inserito l’assassino della coppia, emblema della macchia umana. A coronare il progetto narrativo è, infine, la manipolazione del tempo: il narratore non segue il corso lineare degli eventi, ma riproduce l’andamento dell’anima nel compenetrare passato e presente in un unico flusso dominato dal rapporto di causalità.


Per la prima foto, la fonte è qui.

Per la terza foto, l’autore è Wolf Gang.

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