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"La luce è là", il romanzo di una grande famiglia. Intervista ad Agata Bazzi

"La luce è là", il romanzo di una grande famiglia. Intervista ad Agata BazziLa luce è là (Mondadori, 2019) è il romanzo d'esordio di Agata Bazzi, architetto palermitano molto impegnata sul territorio e molto amante della sua città, in cui è ambientata questa potente saga familiare che ricostruisce le vicende di Albert Ahrens, bisnonno della stessa Bazzi. Nato in Germania, Ahrens nel 1875 arriva, come giovane di belle speranze, nel capoluogo siciliano, dove crea in pochi anni un impero economico. Con la moglie Johanna mette al mondo otto figli, che crescono in una grande villa (tuttora esistente, oggi sede della DIA) alla periferia della città.

Le vicende familiari si intrecciano, fra molte gioie e molti dolori, a quelle storiche: la Belle Époque, il terremoto di Messina, la Prima Guerra Mondiale, l'avvento del fascismo, fino alle leggi razziali che costringono Albert Ahrens a fare i conti con la propria identità ebraica.

Agata Bazzi ha scritto questo romanzo attingendo ai ricordi della sua numerosa famiglia e a un diario tenuto dal bisnonno Albert, di cui  è venuta in possesso solo poco tempo fa, come ci ha raccontato in questa intervista.

 

Come ci si rende conto di appartenere a una famiglia così importante? Può essere a volte un peso?

Non ho mai pensato che si trattasse di una famiglia “importante”, in senso – presumo – sociale. Questo non era considerato importante. E non c'è stato un momento preciso in cui mi sono resa conto: ho sempre saputo e sentito di appartenere a una grande famiglia con forti legami, affettivi e intellettuali. Sono cresciuta nell’atmosfera Ahrens. È un modo di essere, assorbito – come i miei cugini di terza generazione – dai nostri genitori e soprattutto dalle nostre nonne, le sorelle Ahrens. L’essere Ahrens era realtà quotidiana, mia madre era il medico della famiglia, le telefonate e gli incontri erano continui.

Certo che può essere un peso: si era informati di tutto e di tutti, si condividevano i comportamenti e i sentimenti. Non si risparmiavano le critiche. Penso però che, molto più che peso, ho sempre considerato la famiglia una risorsa, un serbatoio di opportunità al quale potere attingere, una difesa e un rifugio nei momenti difficili.

 

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Di tutta la numerosa famiglia che ci ha descritto così bene, qual è la persona a cui si è sentita più affine mentre scriveva? E per quale ragione?

Mentre scrivevo ho sentito vicinissime mia sorella Margherita (siamo una squadra) e mia cugina Maria Teresa (siamo davvero affini). Hanno partecipato a ogni momento del mio lavoro.

Dei protagonisti del libro mi sono completamente lasciata assorbire dalla personalità di Marta, non credo per vera affinità con la zia che ho conosciuto da bambina, quanto perché l'artificio letterario dell'io narrante mi ha dato l'opportunità di esprimere i miei pensieri protetta dalla voce e dalla personalità di un'altra. Alla fine si è stabilita una specie di identificazione e si sono persi i confini tra me, Marta reale e Marta narratrice della storia.

E poi mio nonno Vincenzo Raja: coraggioso, intelligente, rivoluzionario passionale, spiritosissimo e… bello. Non l'ho conosciuto. Raccontandolo, ho dato consistenza ai tanti episodi ascoltati da sempre in famiglia.

"La luce è là", il romanzo di una grande famiglia. Intervista ad Agata Bazzi

E quale avrebbe voluto conoscere meglio di persona?

Johanna. L'ho conosciuta vecchissima e io ero una bambina. Ma i racconti e i ricordi di famiglia hanno tramandato una personalità davvero straordinaria. Era una donna modernissima, profondamente intelligente e saggia. Soprattutto capace di ascoltare e capire tutti e di parlare a ciascuno il suo linguaggio. Ho parlato di lei con tante persone, anche al di fuori della famiglia e tutti, conoscendola, ne erano rimasti incantati. È stata così forte da tenere unita la famiglia contro il tempo e lo spazio che si dilatavano. Contro le avversità che avrebbero potuto rompere i legami.

Penso che, se i discendenti degli Ahrens sentono ancora il legame di famiglia (e ne ho avuto la prova proprio in questo periodo, con le reazioni della generazione dei giovani al libro) è perché Johanna è stata il centro, il riferimento che è ancora vivo.

 

La famiglia Ahrens appare come un universo a guida essenzialmente femminile, anche per superiorità numerica delle donne rispetto agli uomini: tutto sembra ruotare sempre attorno a Johanna, la matriarca. Era così per consuetudine, oppure suo marito Albert era più abile come imprenditore ma meno disinvolto nella gestione delle dinamiche familiari?

Ho scoperto Albert attraverso il suo diario. Solo nel 2013 ho saputo dell’esistenza del diario, gelosamente conservato da un parente per mezzo secolo. In famiglia si raccontava del bisnonno, ma erano aneddoti che dicevano poco sulla sua personalità. (Ricordo le parole di mia nonna Margherita “Sì, era molto basso. Ma stava così dritto, aveva un portamento così fiero da sembrare alto!”). Poi ho letto il diario, in cui Albert racconta la sua infanzia, l’arrivo a Palermo, le sue emozioni e i suoi dolori. Frasi brevi e secche, ma piene di suggestioni. Capaci di trasmettere sentimenti. Poi c’era la conoscenza oggettiva della sua opera, la costruzione dal nulla del suo patrimonio industriale. Veniva fuori una personalità complessa: ipersensibile e nervoso, geniale e molto attivo, pieno di amore per la sua famiglia ma forse poco capace di comunicarlo. Il romanzo è costruito su queste basi di conoscenza. Le vite di Johanna e delle sue sei figlie si sono sviluppate per un secolo.

La componente maschile è scomparsa presto: dopo la morte dei due figli maschi, Albert si è trovato solo in un mondo di donne. Questa condizione si è acuita col restringersi delle possibilità lavorative conseguenti alle leggi razziali. Non quindi una consuetudine di matriarcato, ma il sovrapporsi di eventi che hanno costretto le donne Ahrens a prendere in mano le loro vite in un’epoca in cui non era abituale. L’hanno fatto bene, penso che si possa dire che ci sono riuscite.

 

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La Palermo che ci descrive appare a volte come una grande occasione mancata, perché non è riuscita a raggiungere gli stessi livelli di crescita e sviluppo di altre città italiane, nonostante fosse un porto importante e ospitasse diverse attività imprenditoriali. Cosa non ha funzionato?

Il carattere delle città si costruisce con secoli di storia. Il carattere di Palermo è quello di città di governo, oggi si direbbe di città terziaria. L’unico periodo in cui Palermo ha assunto il carattere di città industriale è stato proprio quello conosciuto con il nome di “Palermo felicissima”, che incornicia la storia degli Ahrens.

Città di governi, sede di corti che hanno prodotto monumenti splendidi e clientele profonde. Manifestazioni sontuose e complotti. Palcoscenico per apparire, non terreno per produrre.

La domanda da porsi, secondo me, non è tanto perché non si è mantenuto – crescendo – il carattere industriale della Palermo della Belle Époque, ma perché è nato. Quale convergenza di eventi ha prodotto quelle condizioni, insolite ed effimere. Ho lasciato questa domanda in sospeso, dentro i fatti raccontati.

Il secondo dopoguerra, la ricostruzione, l’autonomia regionale hanno riportato Palermo alla sua connotazione di città di poteri governativi. Di favori e non di concorrenza leale. Di regali e non di servizi. Condizioni radicate e fragili, attaccabili dalle forze peggiori, succulento boccone per le peggiori ingordigie.

"La luce è là", il romanzo di una grande famiglia. Intervista ad Agata Bazzi

Curiosamente, in questo stesso periodo in cui esce il suo libro, è arrivato in libreria anche I leoni di Sicilia di Stefania Auci che racconta l'ascesa della famiglia Florio, nel diciannovesimo secolo. Ahrens e Florio erano in qualche modo rivali nella Palermo tra le due guerre mondiali?

No, non direi affatto che fossero rivali. C'erano della affinità e delle differenze che, ritengo, convivevano senza conflitti. Le affinità erano dovute al loro comune carattere di imprenditori, di industriali: avevano idee e capacità di realizzarle. Erano anni speciali per Palermo, che diventò protagonista di uno sviluppo non soltanto economico ma culturale, artistico, di innovazione e di ricerca. Gli industriali erano il motore di queste innovazioni, di questo sviluppo: promuovevano e godevano di uno splendore della città che si riverberava in tutta l'Europa. Le differenze erano legate allo stile di vita. Gli Ahrens erano tedeschi ed ebrei. Sobri, moderati, si muovevano con saggezza, rifuggivano lo sfarzo. Erano pacati. Il loro mostrarsi era morbido. I Florio erano splendidi, esplosivi, appariscenti. Scintillavano nelle corti d'Europa. Vivevano come se non ci fosse un domani, godendo di ogni opportunità e di ogni lusso. Un'altra affinità: il riserbo nel declino, entrambe le famiglie si ritirano dalla scena quando cominciano gli anni difficili.


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Per la prima foto, copyright: runzi zhu su Unsplash.

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