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La lontananza non nuoce all’amicizia. Lettera di Francesco Petrarca

La lontananza non nuoce all’amicizia. Lettera di Francesco PetrarcaSubito dopo la morte del padre, nel 1326, e fino al 1341 Francesco Petrarca si allontanò dai suoi affetti famigliari e amicali per recarsi ad Avignone. Qui, come racconta nel Secretum, incontrò Laura nella chiesa di Santa Chiara il 6 aprile del 1327.

Sempre dal soggiorno avignonese intrattenne una fitta corrispondenza con gli amici di sempre, in particolare con Giovanni Colonna di San Vito che, nella lettera qui di seguito, Petrarca rimprovera per una sua precedente epistola nella quale Giovanni si lamentava dell’aver perso l’amicizia di Francesco a causa della sua lontananza.

Petrarca invece sostiene e argomenta, alternando toni duri ad altri molto teneri e commoventi, che nulla può la lontananza contro l’amicizia.

 

 

LETTERA VI.

A GIOVANNI COLONNA DI SAN VITO.

[Avignone….1331.]

 

Io m’aspettava sentir da te qualche cosa di grande, e credea che la tua molta sapienza ti avrebbe fatto cessar già tempo dalle lamentevoli querele proprie del volgo stolto ed ignaro. Veggo però che mal m’apposi: e vorrei pur sospettare che porta altri ti avesse a sottoscrivere quella lettera piagnolosa, nella quale con un diluvio di parole da disgradarne il rammarichio delle donnicciuole, per cose di lieve momento tante querimonie tu fai; se non fosse che lo mi vieta il vederla scritta tutta di pugno tuo. Ora a stringerle in poco del tuo rammarico le cagioni si riducono a questo: che del consorzio dell’ottimo e desideratissimo nostro signore, del mio, e di quel degli amici sei rimasto tu privo. Che per la improvvisa tua partenza tu fossi dolorosamente scosso e turbato, lo credo io bene: la dolcezza dell’indole tua, la soavità de’ tuoi costumi mal si convengono colle violente risoluzioni, e con un fare riciso e severo. Pur non comprendo onde in te nasca codesto smoderato dolore. Innumerabili sono le cause che allontanano l’un dall’altro gli amici: ad allontanar l’amicizia vera non v’è causa che valga, e se quella è presente, non è mai assente l’amico.

 

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Imperocchè di quanto dal consorzio degli amici ci separa la distanza de’ luoghi, di tanto ad essi il memorarli continuo ne ravvicina. Che se della memoria tanta è la forza, che vinto il poter della morte ci fa parere gli estinti come se vivi fossero e presenti (siccome, uscito di vita l’Africano giuniore, dir soleva Lelio de’ Romani tutti sapientissimo, e per la osservanza dell’amicizia celeberrimo), qual meraviglia che vinto d’un modo il potere della lontananza, il dolce aspetto degli amici, avvegnachè per lungo tratto discosti, quasi d’innanzi agli occhi nostri quella riporti? Sai che disse il poeta:

 

Sculti nel cor mi stanno i detti e il volto;

ed altrove:

L’un l’altro benchè assente e ascolta e vede.

La lontananza non nuoce all’amicizia. Lettera di Francesco Petrarca

Tanto adunque potrà l’amore pazzo e carnale, e quello che nasce da pietà e da prudenza non ne sarà capace? Esser anzi d’avvantaggio ciò deve; chè dice il poeta medesimo:

Prima nell’aura vedrai pascersi i cervi

E secca ai pesci il mar lasciar la sponda,

Prima cambiati i lor confini il Pario

Sull’Arari, e il German berrà sul Tigri,

Che l’immago di lui dal cor mi fugga.

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E quel Lelio parlando dell’amicissimo suo, io, disse, in lui amava la sua virtù: la quale non è già morta. E perchè tu non dici: amo la virtù loro, che assente non è nè lontana, che sempre innanzi agli occhi mi veggo, che avrò sempre in reverenza e in onore? – Ma, tu forse rispondi, ella è pure la dolcissima cosa aver gli amici presenti davvero, vederne animati gli occhi e la fronte, diriger loro sonante la parola e per le orecchie riceverne avidamente la risposta. Nè possiamo a meno di leggere con diletto (poichè qui pure cade in acconcio l’autorità del Poeta) come Anchise al figliuolo si facesse incontro ansioso, e tese al cielo le palme, versando lacrime di gioia sclamasse:

…… alfin m’è dato, o figlio,

Mirarti in volto, ed alternar parlando

E udendo, il suon di note voci …..

 

Nè voglio io contrastarti, chè solo un barbaro od un selvaggio il farebbe, dolcissima cosa essere degli amici la presenza. Ma non vorrai pur tu negarmi avere anch’essa l’assenza i suoi piaceri, se pur tu non voglia tutta la bellezza dell’amicizia, che tanto è grande, restringere agli occhi soli, e trarla fuori dell’animo che è la sede sua naturale.

La lontananza non nuoce all’amicizia. Lettera di Francesco Petrarca

Che se questo facessi, angusto troppo si rimarrebbe il campo alle soavità consentite dall’amicizia. Lascio il parlar della morte, della prigionia, delle infermità, dei volontari o necessari viaggi; ma la fame, la sete, il bisogno di ripararci dal caldo, dal gelo, dalla stanchezza, le innumerabili occupazioni degli studi, e di mille altre bisogne non sono forse continue cagioni, per le quali ci si fa impedimento di veder sempre gli amici o di parlar sempre con loro, quantunque non dirò nella stessa città, ma nella casa stessa dimorino con noi?

 

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E così durata brevissima per te si concede all’amicizia, cui non solamente vivere quanto è lunga ogni lunghissima vita, ma, come dissi, sopravvivere si conviene. Nè d’amicizia sarebbe giammai stato capace Appio che degli occhi fu cieco. Taccio di tutti gli altri cui incolse la stessa sventura: parlo di lui, che primo mi venne alla mente, perchè credere non si può che il difetto della vista facesse soffrire di amici difetto a chi della Repubblica fu amico qual’egli fu. E perché dunque lagnarti tanto della lontananza, quasichè il tesoro dell’amicizia potesse rapirti essa che nulla di questa, nè delle altre tue cose, se non quanto tu le consenti, ti può involare? Pensa piuttosto non alla lontananza che i corpi divide (sebbene come parlare d’esser lontani, se così breve è lo spazio di cui noi mortali non abitiamo che una piccola porzioncella?), ma al potere che tu hai di avvicinarti e farti presente coll’anima e col pensiero. E così come puoi abbimi sempre a te d’innanzi, e con frequenti lettere fa che d’un modo io spesso ti vegga.

Addio.

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