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La libertà di cercare l’orrore secondo Pietro Grossi

La libertà di cercare l’orrore secondo Pietro Grossi«L’orrore non sta nella consapevolezza della sua esistenza, ma nella sua capacità mimetica». In questa frase è racchiuso il gorgo in cui Pietro Grossi risucchierà i lettori con il suo nuovo romanzo, Orrore, edito da Feltrinelli. Lo farà utilizzando la sua maestria nel bilanciare ritmo e indagine psicologica, forgiando una storia difficile da catalogare, sospesa fra il thriller psicologico e il romanzo di formazione (anzi di evoluzione).

Abbiamo incontrato Pietro Grossi per entrare nelle viscere di una storia che, fin dalle prime pagine, vibra di una forte inquietudine, un’inquietudine che divora il protagonista e lo porta a seguire le tracce di un mistero.

 

Siamo di fronte a una ricerca diversa da quella che abbiamo trovato ne II Passaggio (Feltrinelli - 2016), non solo per esiti, ma anche per morbosità.Il protagonista di questa storia sembra essere spinto dal desiderio di legittimare le sue ombre invece di reprimerle…

Penso che questo romanzo rappresenti un’evoluzione rispetto a Il Passaggio. Ogni nuovo romanzo dovrebbe esserlo rispetto al precedente. In entrambe le storie il protagonista è alla ricerca di se stesso, ma mentre ne Il Passaggio c’è una presa di coscienza molto forte, qui è l’abbandono a prevalere. Il protagonista di Orrore fugge dalla luce, dalla serenità, dalla famiglia che ha costruito, dalla nuova vita che ha contribuito a creare, per scegliere l’ombra, convincendosi che in quella scelta ci sia qualcosa di necessario. E quindi sì, è un libro che parla di una ricerca che ha però come traguardo l’autodistruzione.

 

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Da dove nasce l’idea? Un fatto di cronaca? Un racconto fra amici, come accade al protagonista? Una pura invenzione?

L’idea nasce da una storia vera, autobiografica, il primo capitolo del libro è esattamente ciò che è accaduto a me a luoghi invertiti, ero appena rientrato negli Stati Uniti dall’Italia. Durante una cena con amici, con mio figlio di tre mesi, una persona che non vedevo da molti anni mi ha raccontato di questa strana casa, mostrandomi, come accade nel romanzo, le foto dell’orrore presunto scoperto al suo interno. È da lì che è partita l’onda nera che mi ha portato a scrivere. Mentre tornavo a casa dopo la cena, ho cominciato a chiedermi cosa sarebbe successo se mi fossi fermato a indagare. Come spesso accade, invece di farlo in prima persona, ho riempito le mie mancanze scrivendo ed è nata questa storia.

 

Allora anche lei è stato attratto dalla capacità mimetica del male come il protagonista. Si nascondeva da qualche parte con un amico per leggere i giornaletti dell’orrore invece di quelli porno, come racconta il protagonista di Orrore?

Un po’ sì, l’aneddoto che racconto nel romanzo è successo anche a me. Con un mio amico compravamo o rubavamo giornaletti con le storie d’orrore, ci nascondevamo da qualche parte e le leggevamo avidamente. Erano gli anni Ottanta e in televisione davano un sacco di film dell’orrore che non facevano molta paura, con le dovute eccezioni. Penso a L’esorcista, un film che guardai di nascosto disobbedendo a un preciso ordine di mia madre. È l’unico film che mi suscitò una forte inquietudine e popolò i miei incubi per mesi. L’orrore, l’oscuro, il macabro mi hanno sempre attirato. Non leggevo molti libri quando ero ragazzo, ma fra i primi ricordo i racconti di Edgar Allan Poe in lingua originale. Mi affascinarono.

La libertà di cercare l’orrore secondo Pietro Grossi

Poe, Lovecraft o entrambi?

Poe, senza dubbio. Com’è da Poe questo romanzo che è un po’ un horror a metà.

 

È per questo che ha deciso di non raccontare i tre giorni in cui il protagonista è tenuto prigioniero nella casa dell’orrore? Molti lettori si arrabbieranno per questa “mancanza”.

Li ho immaginati più volte. Avevo in mente un’atmosfera alla Hannibal, per l’esattezza la scena in cui in una cena viene staccata la calotta cranica agli invitati mentre sono ancora coscienti. Alla fine però ho deciso di non scriverla perché la storia era un’altra. Il fulcro del libro non è la presenza dell’orrore, ma la sua ambiguità. L’orrore non è la consapevolezza del male, ma la sua inconsapevolezza, il fatto che possa essere difficile da definire, da scoprire. Se pensiamo al più grande orrore di cui abbiamo memoria nella storia recente, mi riferisco all’olocausto nella seconda guerra mondiale, anche in quel caso l’orrore non sta nella follia di Hitler, ma in ciò che un’intera nazione e un continente hanno ignorato. Questo è il vero orrore. Ecco perché nel mio romanzo non ho voluto dare indizi chiari su dove e come stesse agendo il male. 

 

Il percorso che fa il protagonista, attraverso le paure e le ombre che popolano la sua mente, mi ha ricordato più volte le fasi di una mutazione. Avevo in mente un serpente che cambia pelle di continuo per far uscire fuori la sua vera natura. Avevo in mente Kafka e la sua metamorfosi. Fino a che, durante uno degli appostamenti davanti alla casa del mistero, il protagonista sembra avere un’epifania sensoriale che lo porta a sentirsi prima albero fra gli alberi e poi roccia fra le rocce. L’annullamento della propria umanità è l’unico modo per trovare la pace?

Sono pagine che mi sono molto divertito a scrivere. Sono pagine misteriose. Lì ci sono delle domande e delle sfumature più ampie di quello che riesco a spiegare. Sembrerebbe un momento di grandissima luce interiore, ma è al contempo il momento dell’abbandono, in cui il protagonista mette fine a tutto quello che era prima. È quindi il momento più luminoso e il più oscuro del romanzo.

La libertà di cercare l’orrore secondo Pietro Grossi

C’è un interessante utilizzo delle metafore nel suo romanzo. Mi ha colpito per esempio l’utilizzo frequente della metafora della lama (per il vento, per la luce) che ricorre nel libro quasi volesse mettere in allerta il lettore per ciò che accadrà alla fine della storia. Quanto ha lavorato sulla lingua?

Molto, ho lavorato sulla parola, sul periodo, sulla pagina perché i segni interni contribuissero a dare una sensazione sinistra, macabra, comunque in linea con la narrazione. Adesso che me lo fa notare l’utilizzo di questa metafora effettivamente si incastra molto bene nell’atmosfera generale del testo, anche se non era voluta. Sulla lingua io lavoro tanto per aggiustarne ritmo e musica, anche se il grosso dei meccanismi scaturisce dalla prima stesura. Per questo le do tanta importanza. Fondamentale è la collocazione precisa del narratore. Il libro è nato quando ho sentito quella storia dal mio amico, ma solo perché questo evento si è combinato con la scoperta di una voce molto precisa che era quella di un padre che, da un luogo di reclusione, cercava di spiegare la sua versione dei fatti a un figlio che non vedeva da anni. È questo che ha dato il via alla storia: una voce forte e precisa del narratore che mi faceva compagnia. Questo ha forgiato anche la lingua.

 

«Non viviamo per confrontarci con il novantotto per cento dell’umanità, ma con noi stessi». Ci dice e si dice all’inizio della storia il protagonista. Un proposito che si dimostrerà pericoloso, portandolo a confrontarsi con una parte di se stesso che aveva abilmente evitato fino a quel momento: l’orrore che si nasconde dentro tutti noi. Dove sta il confine, se esiste, fra giudizio personale e collettivo? E fino a che punto ci si può spingere senza danneggiare gli altri?

È una domanda chiave. Fino a che punto possiamo spingerci per soddisfare la nostra esigenza di libertà? Il protagonista del libro abusa di questa libertà perché non tiene conto degli effetti delle sue scelte sulle persone che lo circondano e lo amano. L’orrore di questo libro non è la storia del protagonista, né le sue esplorazioni nell’oscurità, ma le conseguenze che queste decisioni hanno sugli altri, a cominciare da sua moglie e soprattutto da suo figlio. Tanto che mi sono chiesto se questa storia non è che una parte dell’intera narrazione. Ho già abbastanza chiara l’immagine di questo bambino che ormai diciottenne riceve un plico in cui suo padre gli racconta la sua versione dei fatti.

 

Ci sarà quindi una seconda parte della storia?

Me lo sono domandato. Per ora no. Penso che la storia si esaurisca qui. In ciò resto fedele al tema che più mi spinge a scrivere e che è centrale nei miei romanzi: la rivelazione. Anche in questo caso il protagonista è in cerca di una rivelazione. La trova, anche se oscura e distruttiva, per questo non penso di proseguire con la narrazione.

 

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Mi ha colpito un momento del romanzo in cui il protagonista, dopo essersi intrufolato nell’abitazione del possibile proprietario della casa misteriosa, si mette seduto alla scrivania e descrive, scrivendolo, tutto ciò che ha visto e sentito con una dovizia di particolari da vero segugio o da vero scrittore. Quanto sono importanti i particolari nel suo lavoro?

Moltissimo. A me capita di prendere appunti spesso nei miei viaggi o comunque quando osservo cose o situazioni che ritengo interessanti indipendentemente dal fatto che possano esserlo per la storia che sto scrivendo in quel momento. Anzi di solito non sono connessi alla storia a cui sto lavorando, che esce fuori in modo istintivo. Ricordo, per esempio, che stavo lavorando a un libro (Incanto – Mondadori 2013) ambientato in Scozia senza mai essere stato nel luogo (Edimburgo) che stavo descrivendo. Poi, parlando con un amico, mi resi conto che il posto che avevo in mente assomigliava più a Glasgow che a Edimburgo e così l’ambientazione cambiò. Quando andai, solo dopo aver completato la prima stesura, a fare un sopralluogo, mi resi conto che molte delle cose che avevo raccontato erano identiche alla realtà che trovai ad aspettarmi, anche se non avevo mai visitato quella città. La letteratura aveva dimostrato, ancora una volta, di essere divinatoria. Mi trovo molto spesso a scrivere di cose di cui non ho una conoscenza precisa, non dovrei averla, eppure quando vado a fare dei riscontri scopro di essere stato molto accurato. Ritornando alla sua domanda, porto sempre un quaderno con me. Lo faccio da quando ritrovai una vecchia mail in cui descrivevo un evento che mi era passato di mente e si aprì una bolla di memoria dentro che mi sorprese. Da allora non ho mai smesso di prendere appunti.

 

Ha avuto dei libri sul comodino a cui fare riferimento, mentre lavorava a questa storia?

Mentre scrivevo la prima stesura no, ho riletto alcuni libri nel periodo della revisione. Poe, Cuore di tenebra di Conrad, c’è sempre una buona scusa per rileggere Conrad. Stephen King, per capire dove si radica l’orrore nella lingua.


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Per la prima foto, copyright: m wrona.

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