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La letteratura è militanza. Intervista a Giuseppina Torregrossa

La letteratura è militanza. Intervista a Giuseppina TorregrossaÈ da oggi in libreria, Il basilico di Palazzo Galletti, nuovo romanzo di Giuseppina Torregrossa, edito da Mondadori.

Siamo a Palermo, tra un’estate torrida e l’omicidio di Giulia, ritorna nella narrativa di Torregrossa la figura della commissaria Marò Pajno, promossa a capo della squadra antifemminicidi e chiamata a indagare sulla morte violenta della donna.

In occasione dell’uscita del libro, abbiamo posto qualche domanda a Giuseppina Torregrossa.

 

Il romanzo si apre con la descrizione delle conseguenze di un lungo periodo di siccità e con «le pie donne, le confraternite tutte» che si rivolgono a Santa Rosalia. Due elementi molto importanti per la Sicilia e la sua storia: l’acqua e la religiosità. Che ruolo occupano nella Sicilia di oggi? Esiste ancora una relazione tra i due e in che modo si esplica?

Il retaggio storico condiziona molto la nostra condotta ancora oggi. Il fato Greco prima, il fatalismo arabo poi e da ultimo la provvidenza divina dei cattolicissimi spagnoli hanno deresponsabilizzato i siciliani, I quali con assoluta buona fede, nei periodi di siccità, anziché scavare in un suolo ricco di fiumi e sorgenti, scrutano il cielo invocando la benevolenza degli dei. Ancora nell’entroterra esistono i rabdomanti ai quali ci si affida quando si decide di scavare un pozzo.

La letteratura è militanza. Intervista a Giuseppina Torregrossa

Marò Pajno è la commissaria a capo della squadra antifemminicidi, ed è chiamata a indagare sull’omicidio di Giulia. Perché è importante e quanto può essere utile che anche la letteratura parli di violenza sulle donne e di femminicidio?

La letteratura è uno strumento  prezioso di educazione e in/formazione. Scrivere serve all’autrice e alla lettrice, per diventare più consapevoli dei propri diritti, per non sentirsi sole, per chiarire le proprie idee. La letteratura è testimonianza, militanza.

 

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Nonostante i molti casi di donne vittime di violenza, non sono pochi coloro i quali negano la necessità dell’introduzione del reato di femminicidio. Cosa si sente di rispondere?

Il femminicidio è considerato dal nostro codice un’aggravante del reato di omicidio. L’omicidio di una donna non è per forza un femminicidio. Si può rimanere uccise per caso durante una rapina. Nel femminicidio c’è invece una violenza ideologica, che vuole annientare la vittima, privarla della capacità di reazione, impedirle di raggiungere una qualunque forma di autonomia. “Sei mia perciò non te ne vai e se te ne vai io ti ammazzo”. La parola serve a dare corpo a un fatto, che ha delle caratteristiche precise.

 

Nell’immaginario collettivo, che in alcuni casi si nutre di pregiudizi, le donne siciliane sono spesso viste insieme sensuali e mansuete, seduttrici ma sottomesse… Quanto c’è di vero in questo e quanto invece è frutto di una sottesa discriminazione?

Per secoli, vittime di un patriarcato becero e violento, la donna siciliana ha dovuto imparare l’arte della sopravvivenza. Sedurre è condurre, così la donna in Sicilia ha potuto realizzare qualche progetto, salvaguardare i propri figli, ritagliarsi un posto nella società. Oggi ovviamente le cose stanno in modo diverso.

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Ritornando a Marò Pajno, la commissaria sembra porsi continui dubbi fino a pensare di voler abbandonare la divisa di poliziotta per «vestire i panni più leggeri della cuciniera». Quanto pesano sulle donne i pregiudizi introiettati?

Moltissimo! Bisognerebbe ripetere alle bambine ogni giorno quanto sono brave, quanto sono intelligenti, come è grande il loro talento. Marò ha un fidanzato che la mette in crisi, non si sente apprezzata e questo mina la fiducia nelle sue capacità. È utile imparare a riconoscere certe trappole e a disinnescarle immediatamente. La famiglia può fare molto.


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Per la prima foto, copyright: Alex Blăjan.

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