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“La lettera” di Kathryn Hughes e il fascino del passato

“La lettera” di Kathryn Hughes e il fascino del passatoForte delle 500 mila copie vendute nel Regno Unito, arriva in Italia La lettera (Nord, 2016 – traduzione di Chiara Iacomuzio), romanzo d’esordio di Kathryn Hughes, pubblicato da una prestigiosa casa editrice inglese dopo il largo successo ottenuto dalla sua prima autopubblicazione sulla piattaforma di Amazon.

Il romanzo si compone di due vicende narrate in parallelo. Nel 1973 Tina, una giovane donna che lavora saltuariamente in un Charity Shop smistando abiti usati, trova nella tasca di un vecchio cappotto una busta sigillata: si tratta forse di una lettera che qualcuno, molto tempo prima, ha scritto ma non ha mai spedito, visto che mancano timbro e affrancatura. Incuriosita, Tina apre la busta e si trova tra le mani una lettera scritta nel 1939, nei giorni in cui l’Inghilterra affrontava l’avvio della seconda guerra mondiale: un uomo, in procinto di partire per il fronte, chiede perdono a una donna per qualcosa di doloroso che dev’essere accaduto tra loro. Ma cosa? E chi erano queste persone? Affascinata da questa lettera, Tina inizia a fare delle ricerche per risalire a quanto accaduto più di trent’anni prima: per lei diventa anche un modo per sfuggire al suo triste presente, che la vede alle prese con un matrimonio infelice a causa di un marito violento. Il libro alterna quindi, in un crescendo emozionante, capitoli in cui ci viene svelata a piccole tappe la vicenda passata, ad altri in cui seguiamo il tormentato presente di Tina, che dal confronto con la storia che riesce a ricostruire attinge la forza necessaria a cambiare la propria difficile esistenza.

Abbiamo intervistato Kathryn Hughes in occasione del lancio dell’edizione italiana de La lettera, facendole alcune domande sui numerosi spunti offerti dal suo romanzo.

 

La lettera racconta due vicende che si svolgono in anni diversi, entrambi ormai parecchio distanti dal nostro presente, il 1973 e il 1939. Ci spiega le ragioni di questa scelta?

Ho deciso di ambientare il romanzo nel passato perché spesso ai lettori piace avere ricordi della vita di una volta e l’importanza dell’elemento nostalgico è costante. Il 1973 mi è sembrato un anno giusto, perché oggi chi ha vissuto in quel periodo non è ancora troppo vecchio, e può quindi ricordare con piacere come si viveva, come ci si vestiva, cosa si mangiava, che musica si ascoltava allora. Credo che, in fondo, ai lettori piaccia molto leggere di cose che hanno conosciuto e vissuto, scoprire familiarità con le vicende narrate.

 

Questo romanzo è composto da molti elementi: due storie parallele, una lettera che riemerge dal passato, e importanti accenni a un aspetto oscuro e doloroso della società irlandese scoperto solo in anni recenti, quello dei conventi che ospitavano le ragazze madri. Da dove ha cominciato?

Il primo motivo d’ispirazione è stato senz’altro quello della lettera misteriosa, molto vecchia e ancora sigillata, non affrancata e quindi mai spedita, né tantomeno letta dal destinatario. Anche se questa lettera viene scoperta molti anni dopo essere stata scritta, non si sa nulla su chi l’ha compilata e su chi avrebbe dovuto riceverla: questa è la premessa da cui si è sviluppato il libro, e da cui sono nati i personaggi. Non avevo nessuna idea di chi fossero queste persone, di cosa avrebbero fatto: sono stati i personaggi stessi che mi hanno portato in una direzione piuttosto che in un’altra.

In principio, ad esempio, non immaginavo che avrei parlato dei conventi irlandesi, dove ho fatto finire uno dei personaggi femminili. A quel punto, ho iniziato a fare delle ricerche sull’argomento, su com’erano trattate le ragazze madri che venivano costrette a chiudersi lì dentro. Non tutti sanno che l’ultimo di questi conventi ha chiuso soltanto nel 1992, anche se sembra davvero incredibile pensarlo oggi, quindi non così tanto lontano da noi.

 

A proposito dei conventi, questo aspetto de La lettera mi ha ricordato il romanzo di Martin Sixsmith The lost child of Philomena Lee, da cui è stato tratto il film Philomena interpretato dalla grande attrice Judy Dench, che è appunto la storia di una ex ragazza madre che cerca di rintracciare il figlio perduto. Lei ha per caso letto quel libro? Ne è rimasta influenzata?

No, non l’ho letto. In realtà, io avevo scritto il mio romanzo un po’ di tempo fa, prima che uscisse il libro di Sixsmith, anche se poi l’ho pubblicato successivamente. Ne ho però letti molti altri: nel 1990, ad esempio, era uscito un libro intitolato Magdalene Sisters che parlava proprio di questo argomento. Anni dopo era uscito anche un film ambientato in questi conventi.

 

Le lettere sono state protagoniste di molti romanzi in tutte le letterature. Oggi però la gente ha smesso di scriverle, sostituendole con mezzi più tecnologici: pensa che nell’era delle email si perderà qualcosa, in senso letterario, venendo a mancare un mezzo che è stato utilizzato così tanto dagli scrittori in passato?

Sì, sicuramente la lettera gioca un ruolo fondamentale nel mio libro, visto che non solo all’epoca in cui era stata scritta, ma anche nel 1973, quando viene ritrovata, non esistevano mezzi più tecnologici per trasmettere contenuti tra le persone come faremmo oggi. Per me è un peccato che la gente non scambi più lettere come in passato, perché penso che scrivere una lettera sia un’arte vera e propria.

 

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“La lettera” di Kathryn Hughes e il fascino del passatoDel resto, noi stiamo perdendo completamente la scrittura manuale: i ragazzi più giovani sono quasi incapaci di usarla, le loro grafie sono veramente brutte! Senza contare che spesso non usano più nemmeno bene la lingua. Mi rendo conto che un’evoluzione del linguaggio è inevitabile, però oggi questi ragazzi tendono ad adeguare la scrittura al telefonino, e non il contrario, come sarebbe più giusto.

 

Un altro tema che lei affronta nel romanzo è quello della violenza sulle donne, collegata oltretutto all’abuso dell’alcool, che purtroppo anche oggi rimane di stretta attualità.

L’alcool aggrava le situazioni di violenza perché modifica il comportamento delle persone, ma non trovo nemmeno giusto che venga considerato una scusante: ci sono uomini che, anche da sbronzi, non alzerebbero mai le mani su una donna. Tina, la protagonista, usa invece l’alcool per giustificare il comportamento violento del marito, sostenendo che da sobrio si comporti in modo migliore, ma nessuna donna dovrebbe mai accettare la violenza e trovarvi delle giustificazioni di qualsiasi genere.

 

Dal 1973 a oggi, però la situazione non sembra essere migliorata, visto che ogni giorno assistiamo a nuovi casi di violenza sulle donne. Non è triste constatare che dopo quarant’anni ci ritroviamo ancora allo stesso punto?

La situazione in effetti non è cambiata, anche se, per la verità, è cambiata la legge sulla violenza. Nel Regno Unito, nel 1973, la violenza domestica non era considerata reato, perciò un marito poteva tranquillamente picchiare la moglie, o stuprarla, e non poteva essere perseguito: tutto veniva puntualmente messo a tacere.

Se non altro, oggi le donne possono chiedere aiuto, esistono centri di supporto e strutture protette dove rifugiarsi in caso di necessità, mentre nel 1973 la giovane Tina, fuggendo dal marito, non avrebbe proprio saputo a chi rivolgersi. Oggi le donne sono anche più indipendenti dal punto di vista economico, perciò per loro può essere più facile lasciare il marito, anche se questa decisione rimane sempre difficile da prendere per tutte.

 

In questi ultimi anni siamo rimasti molto perplessi scoprendo che l’Irlanda, paese cattolico considerato per tradizione molto religioso, nascondeva al suo interno una piaga come quella dei conventi-carceri per le ragazze madri, oltre ad aver coperto per decenni lo scandalo dei preti pedofili. In entrambi i casi, si tratta di crimini molto seri: cosa pensa di questo paese a due facce?

In Irlanda le organizzazioni religiose avevano una posizione di enorme potere e anche di abuso nei confronti degli altri, erano praticamente intoccabili e ricevevano anche parecchio denaro dallo stato per occuparsi delle ragazze madri, che erano considerate una vergogna per le loro famiglie. I parenti erano grati a queste organizzazioni, perché allontanavano le ragazze dal loro ambiente e facevano in un certo senso sparire il problema. Noi oggi guardiamo ai fatti con la nostra mentalità contemporanea, ma non dobbiamo dimenticare che, in passato, la società aveva altre regole e differenti criteri di giudizio. Anche i casi di abusi sui bambini non sarebbero mai emersi in passato, sono dovute cambiare molte cose nel frattempo.

Tante ragazze passavano tutta la vita chiuse nei conventi, lavorando come schiave, e quando morivano venivano sepolte sotto lapidi senza nome. Solo in tempi vergognosamente recenti hanno avuto giustizia.

C’era un abuso di potere da parte delle suore. D’altra parte, nessuno poteva immaginare che fossero così violente e crudeli nei confronti delle ragazze, che quindi si convincevano che nessuno avrebbe mai creduto loro se fossero andate a raccontare cosa accadeva all’interno dei conventi.

 

Un altro grande tema del libro è la seconda guerra mondiale: come mai, a distanza di settant’anni, esercita ancora un fascino così forte sugli scrittori, che continuano a pubblicare romanzi ambientati in quel periodo?

Questo libro non parla in realtà della guerra al fronte, ma rievoca il modo di vivere delle persone rimaste a casa dopo la partenza dei soldati: si parla di come le comunità affrontavano tutti i problemi pratici legati alla guerra, soprattutto da parte delle donne. Io, ovviamente, non ho vissuto quegli anni, però basta andare in qualsiasi biblioteca inglese per vedere quanti libri siano stati scritti su quel periodo. Penso comunque che l’interesse dei lettori sia destinato a calare nei prossimi dieci o vent’anni, quando verranno a mancare anche gli ultimi reduci e poi i loro figli, cioè la mia generazione, che è cresciuta ascoltando i racconti dei genitori. Già oggi i ragazzi giovani mi sembrano molto meno interessati a questo genere di romanzi, eppure le vicende di quegli anni continuano a sembrarmi molto affascinanti se considerate dal punto di vista di uno scrittore.


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