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La leggerezza della ripetizione. “Il nome della madre” di Roberto Camurri

La leggerezza della ripetizione. “Il nome della madre” di Roberto CamurriIl nome della madre è il nuovo romanzo di Roberto Camurri pubblicato da NN editore nella collana Le Stagioni. Abbandonato dalla moglie, Ettore, con l’aiuto dei suoceri, cresce il loro figlio Pietro. Il paesaggio di Fabbrico è presente negli odori, nei colori, nella musica di una natura contadina e tradizionale, e nella vita stessa di Pietro; egli se ne allontana per un breve periodo insieme a Miriam. Ma la città non è lo spazio ideale dove far crescere loro figlio. Torneranno a Fabbrico, e lì, il fantasma della madre che lo ha inseguito per tutta la vita, diventerà un nome, concreto, sotto gli occhi, di nuovo bambini, di Pietro.

 

In esergo due strofe da altrettanti brani musicali: Mercurydei Counting Crows e Unknown legend di Neil Young: per tutto il romanzo, in effetti, aleggia una certa malinconia e una rabbia… nostalgica. I personaggi, Ettore e Pietro in particolare, hanno un colore grezzo, ruvido. E sotto la patina di durezza v’è in realtà una difesa, una ferita. Ci dice come ha scelto la musica? E come la influenza, in genere, nella sua scrittura?

Una volta ho letto una citazione che diceva, più o meno, che se hai vissuto fino ai diciotto anni avrai storie da raccontare per tutta la vita. Credo lo abbia detto Flannery O’Connor. È qualcosa a cui credo anche io, e la musica che ascolto oggi è la stessa che ascoltavo quando ero bambino o adolescente. Un pomeriggio mi ricordo che mio padre è tornato a casa dal turno in officina portando con sé una musicassetta e mi ha detto: prova ad ascoltarla, mi hanno detto che loro sono bravi. Erano i Counting Crows e, da allora, da quando ho messo quella cassetta dentro lo stereo di camera mia per la prima volta, mi hanno accompagnato fino a qui, creando, con la loro musica, una connessione che non si è ancora interrotta e facendomi autonominare il loro più grande fan italiano. Perciò, per questi motivi, per il fatto che esiste una loro canzone per ogni mio stato emotivo, perché ritrovo nei loro tesi molto di me, ho deciso che in ogni libro che avrei scritto ci sarebbe stata, in esergo, una loro canzone. E, così, come in A misura d’uomo, ne Il nome della madreho tenuto fede all’obbiettivo.

E la cosa strana è che quando sono davanti al computer devo essere circondato dal silenzio, non riesco a scrivere se c’è qualcuno in casa o se la musica è accesa, ma, siccome credo che la scrittura non sia solo il momento in cui mi siedo sulla sedia e mi metto davanti allo schermo, bensì il frutto di una riflessione più ampia che condiziona i pensieri di tutto il periodo che mi serve prima di finire, la musica è qualcosa che mi serve per connettermi allo stato d’animo di cui ho bisogno per far maturare quello che sento nella testa, che mi serve per far progredire la storia, lo stato d’animo dei personaggi. E allora ascolto Bruce Springsteen in macchina, Guccini quando magari lavo i piatti o metto in ordine a casa, o sto su internet, o gioco ai videogiochi, finisce inevitabilmente per influenzare quello che poi batterò sui tasti della tastiera.

 

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Il paesaggio – «Livio si guarda attorno, la natura che li circonda, la lentezza di quei luoghi, la quiete, i pesci che ogni tanto saltano» –: v’è quasi una simbiosi tra le rocce, le piante, gli animali, e i protagonisti, Pietro in particolare. La campagna di Fabbrico è la culla, l’abbandono e il ritorno. Sono gli occhi di Pietro a farsene carico: che distanza, se c’è, separa lo sguardo del narratore da quello del personaggio?

Questo credo sia un rischio del mio modo di scrivere. Portare il lettore a credere che il punto di vista dei miei personaggi sia il mio, è qualcosa che capisco e comprendo, ma non è necessariamente così. Infatti, tra le premesse che mi hanno portato a scrivere Il nome della madre, c’è quella che in A misura d’uomo, il mio romanzo d’esordio, le figure femminili erano quelle che rimanevano; allora mi sono chiesto cosa sarebbe successo se avessi messo i miei personaggi maschili di fronte a una donna che decideva di andarsene, abbandonarli. Detto questo, però, mi rendo conto che il mio modo di approcciarmi alla scrittura sia quello di mettermi nei panni dei miei personaggi, guardare il mondo con il loro sguardo, calarmi nei loro panni, rischiando che i piani si confondano, che il mio sguardo diventi il loro e viceversa. È l’unico modo, però, che conosco per provare empatia per loro, per evitare il giudizio, per cercare di capire e far comprendere le loro scelte, che spesso sono quelle sbagliate, provare a far calare, insieme a me, il lettore, provare a smuovere un sentimento di empatia tale da evitare anche il suo giudizio, far scattare la molla che dice: ha sbagliato, ma lo capisco.

La leggerezza della ripetizione. “Il nome della madre” di Roberto Camurri

La ripetizione – «Spera che tutto esploda, che la terra si squarci, che li ingoi, che ingoi quel gatto, che ingoi casa loro, che ingoi loro due in mezzo a quella pioggia» – anaforica di certi elementi caratterizzanti il romanzo rende bene l’ossessione di Pietro che spesso incontra il fantasma della madre, spesso incontra i gatti. Pietro pensa, tantissimo, proietta. Ma il mistero della madre permane fino alla fine: in generale, come si comporta lo scrittore con il mistero che non si può scrivere?

È una domanda che mi pongo anche io, ogni volta che penso a qualcosa di nuovo da scrivere e, purtroppo, non ho ancora trovato una risposta. Credo, per me, che abbia a che fare con quella parte che ho interiorizzato e che ancora non sono riuscito del tutto a spiegarmi, un tentativo di fare chiarezza con quello che provo o sento e che tento di mettere sulla pagina.

 

«Guida e inizia a sentire il potere seduttivo della lentezza che lo stringe e lo ammalia»: lei è uno scrittore lento o veloce?

Non saprei, credo dipenda dai momenti. Non ho un metodo preciso nella scrittura. A volte mi capita di essere molto veloce, altre volte di essere molto lento. Non ho ancora capito da cosa questo dipenda.

 

Alla fine del terzo capitolo – «Prende la lametta e quando finisce si asciuga la faccia e si guarda di nuovo allo specchio, riconoscendo finalmente il suo viso senza baffi» – un gesto quotidiano diventa un rituale di transizione: dal quarto capitolo in poi Pietro diverrà protagonista quasi assoluto. Ci sono altri stacchi del genere, tagli simbolici, l’uccisione del gatto («la voce di suo padre che gli dice, lo uccidi tu?»), per esempio: la sua è una scrittura di montaggio o di flusso?

Anche qui non ho una risposta precisa, perché il primo romanzo è stato caratterizzato da una scrittura di flusso a cui poi ho aggiunto un montaggio, ne Il nome della madre è avvenuto il contrario, mi sono preoccupato per prima cosa di dare una struttura che poi ho piano piano smontato e da cui in qualche modo sono riuscito a non farmi ingabbiare.

 

«Rumore di acciaio e ferro battuti, le grida dei muratori che lavorano, si sente qualcuno ridere, qualcuno fischiare» attorno all’ospedale e «il silenzio dei visitatori» nell’ospedale. Lei lavora spesso con i contrasti, i suoi personaggi vivono di continui conflitti, incapaci di affetto, che pure provano. Il silenzio, poi, è un tratto che lega padre e figlio: lei come vede la faccenda nella quotidianità? È vero, come si dice, che la società è in crisi per mancanza di padri?

Non lo so se manchino i padri, se questo sia un motivo abbastanza forte da mettere in crisi una società. Credo però che si stia accelerando un cambiamento nel ruolo, un maggiore coinvolgimento anche, e forse soprattutto, nel linguaggio, nella voglia di avvicinarsi ai propri figli. Non ne faccio un discorso di giusto o sbagliato, perché credo che la generazione dei miei genitori abbia dato il meglio di sé con gli strumenti che aveva a disposizione, ma sicuramente percepisco la voglia di costruire un nuovo tipo di relazione, che si affranchi da retaggi passati per diventare qualcosa di nuovo. E se questo basta per mettere in crisi una società, credo che le fondamenta su cui è costruita non siano così solide come si crede.

 

«Pietro alza lo sguardo, sembra stia cercando qualcosa, qualcuno, sembra lo stia cercando nella vetrina del bar, in mezzo alle brioche in mostra, ai panini, ai pezzi di gnocco, ai tramezzini» lei cerca qualcosa in particolare quando scrive? Oppure trova ispirazioni che traduce in parole?

La mia ispirazione è ciò che conosco, le relazioni che hanno caratterizzato la mia vita, prendo ispirazione da quelle, dalle mie emozioni, dai segni che mi hanno lasciato, per provare a trasformarle in qualcosa che diventi di tutti, qualcosa in cui tutti si possano riconoscere, con cui possano empatizzare. Mi piace l’idea di raccontare momenti in cui emerge la completa fragilità dei personaggi, mi piace vederli disarmati, nudi di fronte alla loro inadeguatezza rispetto a quello che stanno provando. E vedere poi come reagiscono una volta privati dalle maschere che li tenevano al sicuro.

La leggerezza della ripetizione. “Il nome della madre” di Roberto Camurri

Elenchi. «Guarda la camera, i colori pastello, il rosa dell’armadio, il bianco del letto, la luce che entra dalle finestre, i rumori arrivano da fuori, le chiacchiere delle persone per strada». La varietà del reale, lo sguardo oltre la stasi dell’occhio, chirurgico, a volte ossessivo, puntiglio che rende bene la nevrosi del personaggio e la sua corsa per il cambiamento. L’asindeto rende l’azione veloce e complessa: quanto la interessa il mondo interiore dei suoi personaggi?

Mi interessa il mondo dei miei personaggi, quello in cui si muovono, in cui vivono. Che sia il loro mondo interiore o esteriore. Mi piace provare a renderli connessi, quei mondi, che le emozioni si esprimano a gesti più che a pensieri. Perché sono personaggi confusi, che provano cose che non sanno definire con chiarezza, vivono in perenne balia di contrasti emotivi che faticano a gestire e a comprendere.

 

Una breve incursione in città – «Non si era ancora abituato ai colori della città, gli sembravano diversi, in rilievo: c’erano tramonti, a volte, che pensava di poter toccare» – che però torna utile a farci notare come sia plastica la materia letteraria. Lei ci fa vedere tanto, è sinestetica la sua andatura descrittiva: la scrittura, secondo lei, è strettamente connessa al luogo in cui vive l’autore? Come se fosse un prolungamento interiore del paesaggio esterno o le due cose sono collegate per puro caso?

Non ho un’idea della scrittura come verità, conosco a fatica quello che significa per me, mi sembra di essere dentro a un percorso, scoprire cose nuove ogni giorno. Sicuramente il paesaggio, per me, è qualcosa che influisce i personaggi, che si interconnette al loro modo di vivere, di reagire, di prendere decisioni. È vivo e si muove con loro, ed è certamente parte di loro, anche quando si tratta di paesaggi che non amano o che addirittura odiano, da cui vorrebbero scappare.

 

«Si chiede se il non aver avuto una madre sia il motivo, la paura di non trovare più nessuno, che nessuno lo voglia, pensa che adesso la vorrebbe, una sigaretta. Che cazzo ne so, risponde.» Per me, che lavoro nell’ambito della psicoanalisi lacaniana, non poteva non colpire questo passaggio: secondo lei per scrivere è più utile l’inconscio o l’incoscienza? E come mai ha deciso di raccontare una storia sull’abbandono?

Credo sia utile una combinazione di inconscio e incoscienza e anche la razionalità, credo sia utile qualsiasi strumento si abbia a disposizione per poter raggiungere con la miglior chiarezza possibile quello che si vuole raccontare. Ho deciso di raccontare una storia sull’abbandono perché mi interessava cambiare prospettiva rispetto al romanzo precedente, mettere i protagonisti maschili di fronte a una donna che li abbandona, che li lascia soli a fare i conti con la loro fragilità. E mi piaceva anche l’idea di provare a costruire un personaggio vivo nonostante non ci fosse, rendere viva un’assenza, una mancanza. Spero di esserci riuscito.

 

«Pensa alla possibilità di non tornare mai più a casa, al coraggio che ci vuole per abbandonare tutto»: ha mai avuto una tentazione del genere?

Abbastanza spesso, in realtà. E quando capita a volte mi dico che abbandonare tutto sia la soluzione più facile, altre che sia la più difficile.

 

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«Bruciare Ester e bruciare Miriam, suo figlio, quei legami, quelle radici, vorrebbe che tutto prendesse fuoco, si riducesse in cenere. Pensa a Gaia, al bagno»: Pietro è arrabbiato con la madre e con le donne: la scrittura può essere terapeutica in certi casi?

Non direi che Pietro è arrabbiato, è più confuso e non sa cosa vuole. È alla ricerca di una propria identità, di un proprio posto nel mondo. E questa confusione la riversa anche nel rapporto che ha con Miriam e Gaia, che sono il riflesso di due modi opposti di concepire il mondo, come lo sono sua madre e suo padre. E Pietro è combattuto, non sa cosa scegliere, se scegliere, andare o restare, in qualche modo rifiuta l’obbligo di definirsi attraverso questa scelta, ne cerca una nuova e la ricerca lo rende frustrato più che arrabbiato. Sulla scrittura terapeutica non lo so, anche qui, secondo me, è qualcosa di profondamente soggettivo, che dipende da ognuno di noi. Io, con la scrittura, provo a spiegarmi quello che non mi è chiaro, quello che non riesco a comprendere fino in fondo.


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Per la prima foto, copyright: Zach Lucero su Unsplash.

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